«Lasciateci in pace, è un nostro diritto»
I familiari di Francesco Quinci, condannato a 18 anni per l’omicidio della moglie: «La sentenza dei giudici va rispettata»
STIAVA. «Ci avevano detto i giudici: ora pensate a salvare i bambini. E lo stesso pensiero è quello che ci anima scrivendo questa lettera. Basta con il tiro al bersaglio contro Francesco Antonio. Lasciateci in pace, fatelo per i piccoli».
Stefano Quinci, il papà di Francesco, è un uomo magro e scavato che sembra essersi consumato nel suo laboratorio di marmo di Viareggio. Ma ad averlo prosciugato, forse, è anche la tragedia che ha colpito la sua famiglia. Il 31 dicembre del 2010 suo figlio ha ucciso la moglie Rajmonda Zefi nella loro abitazione di Stiava, poi ha gettato il cadavere in un dirupo nello Stazzemese. E poche settimane fa il tribunale di Lucca ha condannato l’omicida a 18 anni di carcere.
La condanna e le polemiche. Una pena che ha provocato molte polemiche, perché ritenuta troppo leggera dai familiari di Rajmonda. Che, peraltro, subito dopo la sentenza hanno avuto uno scambio piuttosto acceso con Francesco Antonio. E polemiche che sono state sollevate anche dalle donne del Partito democratico. Così i familiari di Quinci - non solo il padre, ma anche la madre, la sorella e il fratello - hanno deciso di scrivere una lettera in cui chiedono di «cessare col tiro al bersaglio contro Antonio. Il giudice lo ha condannato a 18 anni e questa sentenza va rispettata».
«Io volevo bene a Rajmonda - giura Stefano Quinci - sono stato anche in Albania per diversi giorni per aiutare i suoi familiari a venire nel nostro Paese. E quando è successa la tragedia, ci è stato detto che dovevamo pensare ai piccoli. Ma quello che è successo dopo ci fa temere che si è perso di vista questo obiettivo».
«Non ci fu crudeltà». «Con molta sorpresa - così inizia la lettera scritta da Stefano Quinci, dei figli Maria Lucia e Luca e della moglie Grazia Canova - noi familiari di Antonio Quinci abbiamo letto sul giornale Il Tirreno le varie esternazioni da parte delle donne del Partito democratico e della Casa delle Donne, in merito alle motivazioni della sentenza che condannava il nostro congiunto alla pena di anni 18 e mesi 8 di reclusione (dopo una richiesta di ergastolo da parte del pubblico ministero) per la morte della moglie Rajmonda Zefi, escludendo l’aggravante delle sevizie e della crudeltà».
«Lamentele ingiustificate, perché come hanno spiegato i nostri legali, avvocati Carlo Alberto Antongiovanni e Giorgio Nicoletti e chiaramente confermato in sentenza dal giudice, il dottor Giuseppe Pezzuti, non solo sono assenti i presupposti perché si possa parlare di sevizie e crudeltà, ma anche gli elementi essenziali per l’esistenza di tale tipo di aggravante proprio sotto il profilo giuridico così come rilevato dall’estensore della sentenza».
C’è anche una stoccata per la senatrice Manuela Granaiola. «Ci meraviglia ancora di più la lettera della senatrice Manuela Granaiola e la sua posizione critica nei confronti della sentenza. Come parlamentare eletta in un partito (Partito democratico) che ha sempre manifestato il pensiero che le sentenze devono essere rispettate, la sua critica ci pare non in linea con i principi dettati dalla corrente politica di appartenenza».
«Si parla senza sapere». «Ma quello che più ci amareggia - prosegue la lettera dei parenti di Quinci - è che si parla, si critica, si fanno delle considerazioni senza però conoscere tutti gli atti e gli elementi inseriti nel processo nati da una istruttoria chiara, precisa e puntuale che escludono con evidente certezza l’aggravante delle sevizie e crudeltà. Tale tesi viene altresì avvalorata dalla Suprema Corte di Cassazione così come rilevato dal Giudice dott. Pezzuti che nelle sue motivazioni riporta anche questo tipo di sentenze giurisprudenziali».
«Non vogliamo polemiche». «Non intendiamo fare polemiche, ma si è ritenuto giusto riportare il processo nei limiti del profilo logico e giuridico così come evidenziato in sentenza che deve essere letta e giudicata nella sua interezza e non solo parzialmente per le motivazioni che non sono gradite. Con questa nostra puntualizzazione riteniamo chiuso l’episodio e facciamo presente che non intendiamo più parlare di questo argomento».
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