Il Tirreno

Versilia

La nuova Viareggio formata nella strage ora vuole giustizia

di Adolfo Lippi
La nuova Viareggio formata nella strage ora vuole giustizia

Non esistono fatalità, nemmeno in via Ponchielli, dove una comunità è sorta fra gente di origine diversa

4 MINUTI DI LETTURA





VIAREGGIO. C'è ancora tanta commozione, a Viareggio, per le vittime del disastro di via Ponchielli. Ogni ricorrenza di quella che fu una strage comminata da un treno merci stracarico di gas, il 50325 Trecate-Gricignano, richiama diecimila, ventimila persone in lacrime, annichilite e preganti.

A tre anni dal fatto si possono fare delle considerazioni più ragionate, più meditate, non meno sofferte. C'è un primo elemento che balza agli occhi: i morti, gli assassinati da quel fuoco incontrollato, omicida, appartenevano a varie identità, non erano tutti nati qui, a Viareggio, ma erano di diversa venuta.


VAI ALLO SPECIALE SULLA STRAGE

C'era una famiglia, gli Ayad, ch'erano marocchini. Il padre Mohamed, aveva portato a vivere in quella casa, attanagliata dalle fiamme, la moglie Aziza e i figli Ibitzen, Hamza, Iman, tutti molto giovani, l'ultimo addirittura un bimbo. Della famiglia, distrutta, rimane solo Ibi, che poi si sposa e rimane nell'angoscia della memoria.

Poi, sempre in via Ponchielli, c'era un altro gruppo misto: due giovani marocchini, Noureddin Boumalahaf di 29 anni e il fratello Abdelaiatif di 34 anni, vivevano nell'amicizia con due equadoriane, Elisabeth Guadalupe Silva, 36 anni, Magdalena Cruz Ruiz Oliva, 40 anni.

Al quartetto quella sera s'era aggiunto un amico, Rachid Moussafar, 25 anni, anch'egli marocchino.

Di Pozzallo (Ragusa) era Rosario Campo di 42 anni. Rumena, badante, era Ana Habich di 42 anni. Con essi, tutti abitatori di quelle case sorte a ridosso dei binari, vi erano poi i "nati italiani": Stefania Maccioni, 40 anni, coi figli Luca e Lorenzo, Andrea Falorni, 50 anni, Maria Luisa Carmazzi, 49 anni, Elena Jacopini con il marito Francesco Battistini, 32 anni, e i genitori Mauro Jacopini, 60 anni ed Emanuela Milazzo, 63 anni, Ilaria e Michela Mazzoni, 36 e 33 anni, Sara Orsi, 24 anni, Emanuela Menichetti, 21 anni, Roberta Calzoni, 54 anni, Alessandro Farnocchia, 45 anni, Marina Galano, 44 anni, Claudio Bonuccelli, 60 anni, Nadia Bernacchi 59 anni, Antonio Farnocchia, 51 anni, Angela Monelli, 69 anni, Mario Pucci, 90 anni.

Le provenienze, le età, adombrano una "comunità" variegata.

Una volta i viareggini, quelli con la casetta in fondo all'orto, si radunavano in un borgo ristretto tra la chiesa della SS.Annunziata e il vecchio cimitero ai "poveri vecchi".

Adesso nelle periferie, sempre più estese, sempre più disarticolate, stanno insieme, convivono, religioni, culture, civiltà, pelli gialle, nere, mulatte, meticce, rappresentanti la terra intera.

E' ancora Viareggio? Io dico di sì.

Lo scoppio fotografa una situazione nuova: via Ponchielli è il "mondo". E il dopo via Ponchielli, le cerimonie, le liturgie, il cimitero, raggruppando negli stessi riti, nell'insieme del dolore, tante lacrime, tanti dialetti, tante esperienze, hanno fatto sì che si cementasse, storicamente, un'identità sempre più ampia, più adeguata ai tempi, una "comunità" che non è più quella del "mi'riordo" ma aspira ad abbattere barriere, nazionalità, destini, pur acquisendo Viareggio nei suoi "valori" e nei suoi "sentimenti" più alti.

Compreso il dolore, compresa la morte. Certo, sarebbe stato meglio, che la strage non vi fosse stata. Possiamo accogliere i forestieri anche senza sacrifici umani. Assimilarli, renderli familiari. Tuttavia quel"29 giugno" e di giorni successivi sono accaduti ed allora "usiamoli" nel pensiero, nelle decisioni, nei comportamenti per uscirne, comunque, non piegati, non piagnoni, ma arricchiti dal sacrificio come arricchirono Viareggio i tanti morti del mare, delle guerre, della lotta di Liberazione.

Ma è stata disgrazia? Io ho un'esperienza personale. Anch'io fui vittima di un treno che deragliò nei pressi di Bologna nel 1978. Vi furono 42 morti. Io, ferito, rimasi in coma, in rianimazione, quattro mesi di ospedale.

Fu una frana a far deragliare il treno che volò in una scarpata. Ma quale disgrazia? Io, quando si tratta di sciagure, so di certo che la colpa è sempre della disattenzione degli uomini. E' la disattenzione che ha causato a Viareggio quel 29 giugno, altro che chiacchiere. I vagoni del 50325 hanno fatto scoppiare il gas perché non erano stati controllati a dovere.

Non è stata fatalità; anche nei casi del terremoto la fatalità conta assai meno dell'imperizia edificatrice delle amministrazioni e delle ditte. Che costruiscono con cementi scadenti. Via Ponchielli è una strada "difficile". Dai binari continuano a passare decine di treni carichi di minacce. Perché la comunità non esige la sicurezza? Perché quelle morti di viareggini non sono servite più di tanto? Allora basta con le parole, con le fasce tricolori, con le messe, con le incensature, con le recriminazioni, coi comitati. Vi siano, invece, delle cose concrete: richiamare le autorità all'attenzione massima. Fare in modo che chi transita su quei binari e chi alza edifici vicini ai pericoli sia responsabile. Si risponda all'azione distruttiva del fuoco con atti politici di fuoco. E' un omaggio degno per coloro che quel 29 giugno persero la vita per la trascuratezza dei loro simili.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Italia

Muore nello schianto contro la vettura dell’ex compagno: ipotesi omicidio volontario

di Redazione web