Dopo il verdetto, la lite con i parenti
Carloni, avvocato degli Zefi: «Lui ha urlato “Dovete morire” alla famiglia, presenteremo querela»
VIAREGGIO. La sentenza del tribunale di Lucca ha avuto un brutto corollario. Secondo quanto raccontato dai presenti, ci sarebbe stata una lite tra Francesco Quinci e i familiari di Rajmonda Zefi, mentre le guardie carcerarie - dopo la condanna - stavano portando l’uomo a San Giorgio.
«Quello che è accaduto è gravissimo - afferma l’avvocato Riccardo Carloni, legale degli Zefi - Quinci ha urlato “Dovete morire” a persone che già hanno sofferto per colpa sua. Presenteremo querela contro di lui domani (oggi, ndr)». Il fratello maggiore di Rajmonda, Klejdi, si sfoga: «È incredibile, dopo quello che ci ha fatto si permette anche di insultare. Anche noi gli abbiamo detto qualcosa, certo. Ma non grave quanto lui».
I legali di Quinci, tuttavia, ridimensionano l’episodio. «Non credo sia successo nulla di clamoroso - dice l’avvocato Carlo Alberto Antongiovanni, che assieme al collega Giorgio Nicoletti assiste l’uomo - primo, perché Quinci aveva le manette, e poi perché era tenuto dalle guardie carcerarie: sarebbero intervenute, se ci fosse stata della tensione».
Certo che un episodio simile rischia di rovinare quel rapporto tra le due famiglie che persino una tragedia così grande non era riuscita a distruggere. Tra i Quinci e gli Zefi, infatti, non ci sono mai state tensioni, nonostante il dramma vissuto (da punti di vista diversi) su entrambi i fronti.
L’atteggiamento collaborativo era sfociato, poco dopo l’ingresso in carcere di Francesco, in un accordo per l’affidamento dei bimbi. I Quinci avevano acconsentito, infatti, che i due piccoli di 10 e 5 anni vivessero con i nonni materni. Dando la possibilità ai nonni paterni, a cui i piccoli sono altrettanto affezionati, di vederli con una certa continuità.
Le due famiglie, che abitano peraltro entrambe a Viareggio, si sono perciò sempre contraddistinte per la civiltà e la correttezza. Gli Zefi, che di questa vicenda sono parte lesa, non si sono mai lasciati andare a dichiarazioni sopra le righe. Ribadendo soltanto che Rajmonda era una brava ragazza che voleva soltanto lavorare e organizzare feste, e che tutte le malignità uscite sul suo conto erano false. Una richiesta legittima di una famiglia onesta e perfettamente integrata nel nostro Paese. (m.t.)
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