Il Tirreno

Versilia

Giò di Torquà, una vita spesa per la musica

Da Valdicastello ai palchi più prestigiosi con Mina, Modugno e Ranieri. «Era il mio sogno, l’ho vissuto»

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PIETRASANTA. La batteria Rogers sta in un angolo di casa. «Ogni tanto la osservo. Da lontano. E mi vengono in mente i ricordi di una vita. Però, di suonarla, non ho più voglia». Giorgio Coluccini, meglio conosciuto come Giò di Torquà, ha vissuto del suo talento: senso del ritmo, percussioni, un carisma innato che l’ha portato ad accompagnare i grandi interpreti della musica.

«Ho girato il mondo per 46 anni. Bello, perché ho fatto quello che desideravo da ragazzino, ma alla fine la passione prende a cazzotti la tua vita. Non mi sono mai sposato, non ho messo su famiglia, perché sarebbe stato da egoisti imporre alle persone a te care, un qualcosa che non ti vedeva mai a casa». Non ha però rimpianti, Giò: e come potrebbe quando su palco hai suonato per Mina, Vanoni, Nini Rosso, Modugno, Johnny Dorelli, Lola Falana, Ranieri.

Dimentichiamo qualcuno?

«Forse sì. La verità è che con la mia orchestra ho vissuto l'epoca d'oro della Bussola di Sergio Bernardini. Si viveva di notte. La gente del paese mi diceva, “beato te, donne, divertimento, viaggi. E lo chiami lavorare, tutto questo?”. Ma in realtà i sacrifici erano tanti: ricordo un Natale, a brindare da solo, in un autogrill dell’autostrada.. Però via, ammettiamolo, me la sono anche goduta tanto». Spuntano alcune foto, rigorosamente in bianco e nero: Giò di Torquà, «ogni riferimento a mio padre Torquato è ovviamente voluto», capelli lunghi, pantaloni scampanati camicia dal “becco” accentuato, sorride ora con Arbore e ora con Ranieri.

La migliore di tutte?

«Sarò scontato, ma dico Mina. Che voce. Una persona buona come il pane, forse inizialmente un po’ ingenua. La sera, finito lo spettacolo, giocava talvolta a carte, alla Bussola, e perdeva spesso. Però, poi, tutto finiva per gioco e nessuno reclamava quei debiti. Cantò 44 giorni ininterrottamente, ogni sera: mai un abbassamento di voce. Seppe che mia madre Leontina lavorava di uncinetto: si ritrovò in regalo una sciarpa nera. Sai quante volte l’ho poi vista quella sciarpa, negli anni successivi, al suo collo in televisione? Ma anche Ornella Vanoni era, un’ottima voce, ma Mina non aveva eguali. La Carrà? Una grande professionista: sapeva fare un po’ tutto. Molto affabile. Adorava scherzare».

E Modugno?

«Ha sdoganato la canzone italiana nel mondo: prima di lui eravamo conosciuti solo per la melodia napoletana. Una volta, mentre si accingeva ad intonare la strofa di “Volare” cominciò a ruotare con una mano la sua giacca tirandola, poi, in alto. E quella giacca finì per ancorarsi ad un faro della luce. Non vi dico le risate di noi che suonavamo e del pubblico. Così cominciò a ridere anche lui. Una brava persona, una voce splendida».

C’è un ricordo per tutti.

«Gigi Proietti, lo vedevi già da giovane che aveva una marcia in più. Peppino di Capri, mi chiedeva sempre, ma questa città, Torquà, dove si trova? Credo di non averlo mai visto arrabbiato. Walter Chiari, che talento smisurato. Gli appiccicarono addosso l'etichetta del drogato, del trafficante: finì in galera per una condanna smisurata rispetto alla sua colpa. Chi conosceva Walter Chiari non poteva non volergli bene».

Droga e bere, come si convive con un mondo dello spettacolo che, al di là dei facili luoghi comuni, si caratterizza per i suoi accessi?

«Puoi restare te stesso in ogni ambiente: non mi è mai piaciuto ubriacarmi e non ho mai fumato droghe o preso qualcosa. E nonostante questo mi sono adeguato senza difficoltà. Mi ha aiutato anche il mio carattere: sono uno a cui piace scherzare, sdrammatizzare».

Il più grande di tutti?

«Mi viene in mente il povero Alighiero Noschese. Ci parlavi un minuto e lui era già pronto a replicare il tuo timbro di voce. Doni della natura. Ma in realtà sapeva fare ogni cosa».

E della Bussola cosa ricorda?

«A presentarci a Bernardini, fu Aldo Valleroni. Si guadagnava bene, ma si lavorava senza sosta. Ricordo un periodo che fra Bussola e concerti vari per il mondo, lavorai 16 mesi e 4 giorni, senza soste. Bernardini era un fine imprenditore. Riuscì a portare il meglio del mondo dello spettacolo, grazie alle sue esclusive, in Versilia. Dava lavoro a 150 persone e sapeva ben ricompensarti, se ti dimostravi affidabile: quando però lo sentivi arrivare strusciando i piedi sul pavimento, allora già sapevi che si annunciava burrasca. Ma anche lui era un buon musicista: suonava il basso in un gruppo che al piano vedeva Piero Angela».

Un ricordo di quella Bussola?

«Penso ai fatti tragici del dicembre del 1968, ad una vita rovinata a chi gettò il sasso e poi si nascose e che ancora oggi recita da protagonista nella politica italiana. Ma mi viene in mente quando, con la mia orchestra, riuscimmo a fare cantare “Che sarà?” all’allora capitano della Nazionale, il mitico Giacinto Facchetti. Lui e Burgnich, quella sera, avevano bevuto due bicchieri in più, e siccome non erano abituati a farlo, si fecero contagiare dall’atmosfera. Fra il pubblico c'era anche un giovane Massimo Moratti a cui ho ricordato di recente quella serata».

Che vita è stata, la sua, Coluccini?

«La vità di Giò di Torquà, un ragazzo che come suo fratello - morto qualche anno fa e capace di suonare 16 strumenti - che adorava la musica che è partito da un paesino, come Valdicastello, per ritrovarsi ad accompagnare i più grandi. Era il mio sogno. E l'ho vissuto».

Luca Basile

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