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Bondi e la promessa mancata del museo dedicato a Cascella
La compagna, Cordelia Von den Steinen racconta il legame con il grande artista e annuncia la decisione di donare a Viareggio una fontana da sistemare sulla Passeggiata
di ADOLFO LIPPI
A Fivizzano, in Lunigiana, doveva esserci un museo dedicato a Pietro Cascella. Per il grande scultore, che abitò il castello di Verrucola, era già anche stato scelto il luogo: l’antico convento delle Agostiniane.
Promise e giurò per il museo l’allora ministro della cultura, Sandro Bondi, poeta ed amico a sangue di Pietro. Bondi, dicono le storie, doveva allo scultore una sostanziosa riconoscenza; era stato infatti Cascella a presentarlo in Arcore a Silvio Berlusconi quando Berlusconi, appena salito al potere, cercava collaboratori fidati. E Bondi, che a quei giorni era sindaco “comunista” di Fivizzano ed ancora non s’era dedicato alla poesia d'amore, aveva proprio bisogno di referenza forte.
Cascella lo raccomandò. È noto a tutti come per approntare la faraonica tomba del padre di Silvio, fosse stato scelto proprio Cascella, scultore tra i più importanti, autore dell'Arco della Pace a Tel Aviv, dell’omaggio all’Europa di Strasburgo, del monumento a Mazzini a Milano, del “Sole e Luna” a Riad, di “Bella ciao” a Massa. E dunque, Pietro poteva ben spendere, per l’amico, parole di fedeltà. E le spese. Sicché Silvio si prese Bondi come fedele compagno e lo remunerò con incarichi non da poco, fino a darcelo come ministro, nientemeno, della patria cultura (musei, teatro, cinema, arte ed esposizioni tutto a lui!).
Ma il museo Cascella? Il convento delle Agostiniane rimane vuoto, le opere di Pietro restano nelle scuderie del castello di Verrucola e Bondi, decaduto, a Fivizzano, ben memore delle promesse non mantenute, scantona.
Parlo di questo e di altro con l’elegante e deliziosa Cordelia von den Steinen, compagna per una vita di Pietro Cascella, anche lei artista famosa ed autrice di un affollato universo di terracotta, esposto qua e là, da Pietrasanta (dove Cordelia ha studio) a Basilea, da Torino a Berlino.
Ne parliamo seduti al caffè Michelangelo che ora, tornata la buona stagione, si riempie di nuovo con scultori eccelsi; c’è Ivan Theimer, c’è Franco Adami, c’è Nello Finotti, c’è Girolamo Ciulla ed altri ancora.Cordelia è giovanile, ancora entusiasta. Questa cittadina svizzera prestata all’Italia deve al nostro Paese il mestiere, imparato a Milano da Marino Marini, e l’amore, quello con Cascella, a cui ha dato un figlio amatissimo e bravo pittore.
Quando Cordelia giunse a Milano aveva già praticato, a Basilea, la scuola doverosa per il disegno e le forme. Aveva ventidue anni, i grandi occhi espressivi, splendenti di luce. Marino, uno dei più rinomati maestri della cultura, s’accorse della sua mediterraneità. Le disse: «Sembri un’abruzzese». Bel complimento da chi aveva riportato in vita ed al sole figure italiche primitive, cavalli etruschi e guerrieri di civiltà latine. E la graziosa studentessa divenne sua allieva.
Dice di Marino: «Arrivava all'Accademia di buon’ora al mattino, sempre vestito elegantemente, indossava un bel cappotto di cammello che neanche in aula si sbottonava. Non avendo il minimo lato bohèmien, era lontano dallo stereotipo d’artista che avevo. Era lapidario, sobrio nell’impostazione del lavoro. . Così, per esempio, uscendo dal suo “orto botanico”, dopo un giro muto nel meandro di sculture e cavalletti in quella classe silenziosa in attesa di una sua parola, giunto alla porta, poteva esclamare agli allievi: “Andate a vedere gli etruschi”». E gli etruschi, Marino, lo innalzarono alle stelle. Pochi sanno che egli è morto proprio qui in Toscana, a Viareggio, di fronte al verde della pineta di ponente, alle Apuane (che ancora si vedevano), al cielo stellato sopra l’Hotel Royal.
Il vero etrusco di Cordelia è stato poi Pietro Cascella, abruzzese di famigliona d’artisti ma per indole ruvido come il sasso, arcaico anche più di Marini (che addolciva le linee con la pittura di Giotto e Masaccio).
Lei lo incontrò, e dove sennò?, a Carrara, davanti alle bianche cascate di marmo; vi si era recata per imparare la scultura; sapeva che in zona, c’erano Moore, Lipchitz, Nivola. In quei primi anni ’60 il marmo era davvero tornato all’età dell'oro di Michelangelo: vi battevi sopra le mani, ci scozzavi la colonna vertebrale, ci struggevi il cervello.
Pietro Cascella era un gigante d’uomo, gran torace, testone di guerriero, quando “odorava” il marmo, per saggiarne la consistenza, rievocava tutte le figure omeriche che poi avrebbe resuscitato: minotauri, sfingi, sibille. Per Cordelia fu amore. Prima a Carrara poi a Pietrasanta, infine si trasferirono e si sposarono nel castello a Fivizzano dove Pietro, ch’era anche un magnifico architetto, disegnò interventi sul territorio divenuti esemplari: il monumento ad Auschwitz, la “volta celeste” di Arcore.
Così Cordelia, tra i “giganti” matura, si afferma. Mica facile uscire dalle esperienze coi grandi, la donna può diventare ombra, schiacciarsi.
Dirà Cordelia in un’intervista data ad Antonella Serafini: «Fintanto che una donna lavora tranquilla nel suo studio e non pretende più di tanto, fa le sue terrecotte, brava, sta lì, ogni tanto fa una mostra, allora tutto va bene, ma quando si tratta di chiedere una presenza forte, quando c’è di mezzo il grande denaro, allora per le donne rimane ancora molto difficile. Non so quando in Italia una scultrice abbia vinto un concorso... abbiamo visto che ci sono scultrici che hanno fatto opere che non hanno nulla di meno di altre opere d’arte fatte da uomini, però si ha come la sensazione che l’opera di una donna abbia una pecentuale in meno. E questo pregiudizio è fortissimo». Così Cordelia, pazientemente, ha trovato nella terracotta un proprio popolo: figure quotidiane, operose, cucitrici, dipanatrici di gomitoli, sognanti, un turbine di gesti consueti ma anche riflessioni di cultura, donne sapienti e donne che riparano, che faticano, oggetti, tanti oggetti, scale, calamai, macchine da scrivere, forbici, un mondo di figurine assorte che rammentano i cistercensi, le mondine, magari le formiche, coloro cioè che costruiscono la vita nel silenzio e nella contemplazione. Alle spalle dei colossi, della storia maiuscola, dei simboli immensi ma caduchi.
Cordelia s’è dedicata e si dedica alla semplicità, non lavora gli slogan e le annunciazioni troppo sublimi; ha fatto anche la costumista per una “Turandot”. È popolare ed ha raggiunto una cifra sua con mostre di successo a Milano, Roma, Pescara, Heidelberg, Torino, Berlino. Altre ne farà.
Adesso sta adoperandosi per fare un dono a Viareggio. Vorrebbe donare una fontana di Pietro Cascella da sistemare lungo la storica Passeggiata. Lei vorrebbe non se ne parlasse ancora. Magari teme l’effetto Bondi. Ma me ne parla Ciro Costagliola, vicesindaco e assessore alla cultura. Lui al monumento ci tiene, eccome. Gliene parlò l'amico Alberto Amoretti, buon frequentatore di casa Cascella. La Passeggiata avra così la fontana. Fivizzano non avrà il museo. È sempre stato il dramma dell'arte quello di dover sottostare alla politica, a volte miope, a volte però risolutiva.
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