Il presidio
Finotti, arte e dolore vide il padre in fuga ucciso a Sant’Anna
Il pittore e scultore veronese dopo New York è a Pietrasanta Le sue opere raccontano lo “tsunami umano” dell’eccidio
di Adolfo Lippi
Sono i giorni che dedichiamo alla memoria. Non è tanto un mese celebrativo, ma è il mese che rammenta la liberazione dell'Italia dal nazifascismo, un mese che consente certe esemplari visite.
Così, assieme all'amico Carlo Gemignani, mi reco a Sant'Anna di Stazzema, sul luogo dell'eccidio. E qui visitiamo le belle opere che Nello Finotti, scultore veronese, con permanenze a New York , ha dedicato alle vittime dello sciagurato eccidio, di quell'infausto “tsunami” umano che vigliaccamente recise tante vite preziose: uomini, donne, numerosi bambini, un prete; cioè un'intera società, un comune civilissimo che pochi assassini disperati tentarono di annientare in quel 12 agosto saporito di pani e di uva.
Già Serafino Beconi intitolò tele e tele mirabili, avvincenti, alla cronaca sanguinaria. Con Nello Finotti siamo in una dimensione più meditata e al tempo stesso più carnale, ché le sue mani scavano nella creta e fondono col bronzo le pieghe di carni eternizzate che sono membra, braccia, gambe, disarticolate, esposte, quasi stecchi di alberi, pezzi di natura, drammatici reperti che esplodono al cielo strappandosi con vitale violenza dalla materia. E dicono, non raccontano questa o quella storia, dicono proprio la realtà della morte e quella della vita perché lì, sul prato antistante la chiesetta di Sant'Anna, dove c'è la stupenda e tragica statua di Nello Finotti, gridarono e parlarono centinaia di vittime, sei donne incinte, quaranta contadini, un fabbro, due sorelline, un pastore, intere famiglie s'aggrapparono tra loro, le mani giunte le mani chiuse le mani ad implorare le mani a carezzare mentre schiodava il piombo delle mitragliette e crepitava il fuoco dell'incendio. Che nessuno ha pagato.
Nello Finotti ha studio a Pietrasanta, vi è arrivato, come tanti, da Carrara, Lo legò al marmo, prima, l'aver visto morire, ammazzato per strada nella campagna veronese, il proprio padre sparato dai tedeschi in fuga, poi la decisione, presa in bottega, di fare arte nelle cose, disegnarle fino alla stanchezza ma dopo costruirle, affidarle al tempo, perché il marmo è duraturo è longevo, una statua egizia di Anubi resta ancora a noi da tremila anni fa. E questo, in fondo, si vorrebbe l'esistenza delle persone care.
Finotti è a Sant'Anna perché non si perda Sant'Anna e ci si sieda attorno agli alberi giganteschi a rimirare, come nella notte di San Lorenzo dei fratelli Taviani, le stelle e gli amori. Dunque Finotti, da giovanissimo frequentò l'Accademia veneziana poi ebbe un incontro folgorante con un gallerista cosmopolita, bizantino, Alexandro Jolas, un egiziano che aveva spazio espositivo a Milano e a New York. Lì portò il giovane veronese che ebbe modo di accostare dei grandi come Andy Warhol, Magritte e Max Ernst.
Chiacchieriamo di realtà nello studio a Pietrasanta a due passi dalla grande piazza degli appuntamenti fugaci. Lui rimane fedele alla figura. Rimane fedele alla cosa che si pone, e la cosa sono il corpo umano, una tartaruga, il cobra, le mani, i piedi, un uovo, le ali, tanti dolcissimi volti di fanciulle amorose, il tutto contessuto nei drappi, nei legni, negli ori dei tabernacoli, nelle lenzuolate dei letti, come in certi risvegli quando ancora attorno a noi gravano le suggestioni delle notturne fantasie e nel dormiveglia non si distingue (ma proprio non la vogliamo distinguere) l'amara quotidiana verità dalla ricchezza delle allucinazioni.
Il surrealismo fu per Finotti, lo è, la tecnica che gli consente la mescola dei vari strati del pensiero: il pensiero che scrocca la quiete, il pensiero che arzigogola i giochi, il pensiero che scappa al delirio, il pensiero che genera mostri. A differenza della statuaria classica che imponeva un tema, l'opera di Finotti segna un risultato: mette assieme tre rivoluzioni, il barocco movimentista di un Bernini, l'impeccabilità dell'abrasione (la superficie pulita) di un Brancusi, la provocazione pop: si prende un asparago e si scolpisce un asparago, si appone un pelo di volpe sopra due accavallate cosce di marmo nero del Belgio.
Se si pensa a quanti obbrobri siano stati e siano collocati lungo le strade e le piazze di Versilia (ogni giorno ce n'è uno nuovo), se si pensa che a Forte dei Marmi volevano perfino esporre una statua di Vittorio Mussolini, celebrandone chissà quali gesta da trota-ante-litteram, assistere ad un artista che, vivaddio, celebra una terrena vicenda di odio e perversione (Sant'Anna), ci fa testimoniare che nell'arte figurativa il nichilismo sta passando, la ricerca della verità torna, le tematiche civili, l'ispirazione alla storia ed a quanto di meglio c'è nella verità umana, riaffiorano con coraggio dal niente, consumato dal mercato e dai ghiribizzi delle aste.
Cosa vogliono dire tante insegne messe su a Forte , a Pietrasanta a Camaiore a Viareggio? Là si chiama arte un tubo da doccia, lì un grumo funerario di pietra parmigiana. Non è obbligatoria l'aderenza alle cose ma si dimostri che le cose le si sanno fare, s'impari a disegnare, a dipingere, a costruire; poi la fantasmagoria dei processi creativi ha mille modi di sbrigliarsi, futurismo, cubismo, astrattismo, transavanguardia, arte povera, tutto va bene ma nelle mani di Novello Finotti, prima che nel suo cervello indicatore, c'è mestiere, il mestiere di scolpire che vuol dire prendere un grosso pezzo di marmo, intuirlo adoperarlo con gli scalpelli e le mazze e plasmarlo faticosamente ad oggetto; che, ad opera finita, ci piaccia, ci significhi, ci comunichi, ci avverta, ci dia anche ricordo. Ricordiamo, allora, con Finotti questa barbarie di Sant'Anna di Stazzema e ricordiamola perché predica come sia limitato il corpo umano, sottoposto a mille impulsi bestiali, come sia limitata la pace, sottoposta com'è alle bizzarie della storia. E difendiamo il corpo, difendiamo la pace.
Così le opere di Finotti sono andate, con tali messaggi ben esposti, ad Assisi, a Barcellona, a Buenos Aires, a Montevideo, a Città del Messico, ad Hong Kong, a Basilea, a New York, direi dovunque. Testimoni di bellezza, di forme raffinatissime, di forti virili richiami. Anche in quelle notti di Sant'Anna cento voci cantavano l'estate. La loro esistenza fu strap. pata via. La loro cultura però rimane in noi. La cultura della pace è la cultura del mondo.
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