«In pineta vale solo la mia legge»
Faccia a faccia con il popolo di viale Capponi. La testimonianza: sabato notte si sono affrontati a colpi di machete
VIAREGGIO. «Qui vale la mia legge: avete capito?». Viale Capponi, un anno dopo l’aggressione ad un gruppo di giornalisti e consiglieri comunali “accolti” con il suono sinistro delle bottiglie rotte contro gli alberi, prima di tirarle agli scomodi visitatori. Il parco cittadino habitat naturale conquistato dagli spacciatori, contro i quali polizia e carabinieri combattono un corpo a corpo quotidiano, ormai da anni. Giovedì sera, tra le 23 e l’una di notte: i cronisti delle testate locali di stampa, tv e web battono la pineta. Tra via Vespucci e l’ex ospedale Tabarracci, la zona in mano agli spacciatori. Ad accompagnarli, come l’anno scorso, c’è la consigliera comunale del Pd, Chiara Romanini. Nel 2011 con lei partecipò all’sperimento sul campo anche Andrea Palestini, oggi presidente del consiglio provinciale.
«Qui vale la mia legge e non la vostra». Parola del “riccetto” (per dirla con Pasolini, perché ogni epoca ha il suo sottoproletariato urbano per quanto “brutto” e “cattivo” sia), lesto e deciso nell’affrontare il gruppetto che si è addentrato tra i pini e ha gettato scompiglio.
Quest’anno viale Capponi, a differenza di dodici mesi fa, è illuminato: perché in questi giorni si tiene la Festa di primavera voluta da un gruppo di commercianti della pineta. Gli stranieri che “abitano” il parco cittadino non hanno timore di farlo illuminati dalla luminara. Giocano a biliardino nella prima postazione di noleggio bici, si fotografano l’uno con l’altro, ma - soprattutto - fischiano. Al collega che, con la fidanzata, raggiunge gli altri in ritardo e si incammina lungo il viale come fosse a fare una tranquilla passeggiata dopo la pizza con gli amici: non fa in tempo a fare un passo che tutto intorno sembra di stare in una voliera. È il segnale. C’è un possibile acquirente e bisogna assicurare il rifornimento.
Questa volta, però, qualcosa si inceppa nella rodata tempistica. Perché quello che ci tiene a ribadire che tra i pini vale un’altra legge, decide di affrontare i cronisti faccia a faccia. Spingendo il gruppo fuori dal viale, su via Vespucci. Dove è meglio ritirare per trovarsi a discutere almeno sulla strada. «Dammi la telecamera...Fammi vedere se mi hai ripreso...». La discussione si fa accesa. Lui, tunisino in Italia da sei anni, parla benissimo l’italiano e “mastica” di diritti che il gruppo di giornalisti avrebbe violato. Nel frattempo arriva, ignaro, il rifornitore: tenuta da footing, incrocia il “collega”, si danno il cinque, forse si passano qualcosa. L’atmosfera è tesa. Dalla pineta altri gridano «andate via, non c’è lavoro, andatevene». Davanti alla minaccia di chiamare i carabinieri, il “riccetto” si dice addirittura pronto a farlo in prima persona. La telefonata al 112 dirotta sulla polizia, cui spetta la zona nella divisione giornaliera della città. Ma al commissariato hanno l’auto bloccata per il fermo di un altro straniero, avvenuto poco prima. Un quarto d’ora e arrivano i carabinieri, da Lido. Lo straniero è in regola: ha documenti e permesso di soggiorno. I cronisti vengono tutti identificati. Quando i carabinieri lo caricano in auto insiste nelle minacce ai giornalisti: «Tanto a voi vi ritrovo...».
La mattina dopo i titolari di un chiosco raccontano: «Sabato notte si sono affrontati armati di grosse falci e machete...Nel buio si sono sentite grida disumane...». E c’è chi, abitando in zona, testimonia di aver visto alcune persone lasciare la pineta sanguinando in volto. Benvenuti a Viareggio...
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