Il Tirreno

Versilia

Cultura, quattro cavalieri si battono per la rinascita

di Adolfo Lippi
Cultura, quattro cavalieri si battono per la rinascita

L’arte di Francesconi, Mannocci, Biagi e Anichini supera i confini di Viareggio e restituisce speranza alla città che fu di Lorenzo Viani e Moses Levy

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di ADOLFO LIPPI

Vita da pittori è anche di successi, di relazioni, di incontri, di cultura attuale. Non è più vita “scalcagnata”, vagera, dimessa per necessità.

Ma vita che si può ancora indicare ai giovani: che fare l'artista, anche a Viareggio, merita, eccome. Se, coi quadri, la si sa indirizzare a critici, eventi, letteratura, pensiero, forti, cioè che stanno nel tempo e sono essi stessi il tempo dell’arte.

Parlo di quattro personaggi (ma altri ve ne sono) che, nel decorso anno, si sono distinti e sono personaggi viareggini doc: Mario Francesconi, Lino Mannocci, Giuseppe Biagi, Franco Anichini.

Francesconi e Biagi erano presenti, con opere, alla “Biennale” di Venezia, il gran mucchio sparpagliato da Vittorio Sgarbi in centinaia di metri di gallerie. Mannocci ha cinque pagine dedicate sempre da Sgarbi nel suo ultimo libro “Piene di grazia” (Bompiani ed.). Anichini ha presentato in una bellissima mostra a Palazzo Paolina una grafica raffinata e straricca di riferimenti e fantasia.

Tutti e quattro non sono operatori provvisori: hanno alle spalle anni ed anni di mestiere, chilometri di strade percorse, ognun per sé ha esplorato e tentato proprie drammaturgie, ottenendo una collocazione in una scena che, per la Versilia, s’intendeva e s’intende sempre bloccata tra Viani, Moses Levy, Marcucci, Santini.

Con questi padri che ancora prolificano discepoli e venerate istituzioni sarebbe apparso arduo (ed è arduo) tentare se non una rottura delle distinzioni. Da Viani a Marcucci, da Levy a Santini c’è davvero la storia, dall’espressionismo al realismo alla medesima “arte povera”, così ben indicata già da Mario Marcucci. Si sarebbe potuto fare altro e farlo bene? Ebbene i quattro, che intendo brevemente raccontare, proprio in questo richiamano l’attenzione: seppur sorti artisticamente su Viareggio e dintorni hanno agganciato altre robuste cordate, si sono inseriti in contesti modernissimi, hanno interpretato il mondo con occhi scafati da letture e visioni mai provinciali. E rappresentano, per Viareggio, ciò che è la necessaria apertura all’universale; perciò li hanno inseriti alla Biennale, perciò sono nei libri, perciò richiamano attenzione e rispetto.

Mario Francesconi. Pochi lo sanno, è nato all’”Excelsior”, uno degli alberghi più fini e decorati del lungomare. Suo padre vi faceva il guardiano. E sempre lì nel garage costruivano mascherate del carnevale, poiché Mario proviene ed è una delle “famiglie” carnevalare più note e longeve (Gionata è suo figliolo).

Chi s’accorse di lui, subito, fu Leonida Repaci che lo inserì in mostra al “Premio Viareggio”. Qui piacque a Cesare Zavattini e Mino Maccari. Posso testimoniare di un giudizio lusinghiero a lui rivolto da Roberto Longhi, il temutissimo vate della paludata critica professionale, che di Mario, dei lavori, si compiacque non poco. Longhi, a quei tempi, viveva con altri “maestri” (Carrà, Soffici, Natalino Sapegno ecc.) al “Poveromo” di Cinquale. Quando ve. niva alle riunioni di giuria del “Premio” Repaci aveva chiesto a me di accompagnarlo. E ne raccolsi di prima mano un suo prezioso parere.

Che dipingeva Mario? Faceva (e fa) pittura leggerissima, semplice, eppure calibrata su Klee. Non aveva paura di figure marginali, uccellini, cavallini, giostre, melanzane. Ad essi dava la filagrana, il tocco impalpabile di una toscanità rifatta a Masaccio, anche a Marino Marini, luci e pulviscoli senesi, mai contrasti duri, espressionistici, scolpiti.

Questo apparire e non essere è del resto nel suo medesimo carattere. Mario, come Carlo Alberto Gadda, ci tiene a dire: non trovatemi. C'è e non c’è. Però c’è stato quando gli importa. Così ha avuto il suo periodo romano con Garboli, Moravia, Pasolini ed artisti quali Tano Festa e Franco Angeli (dai quali dedusse un certo filone neo-dada, carte incollate e pupazzi di fil di ferro), poi ha avuto il periodo fiorentino, con il poeta Mario Luzi, l'ermetismo di “casa Pananti”, la prosa sobria di un Romano Bilenchi. Poi ha frequentato Parigi con Lam e Music ed Hartung. E nel suo stare in riviera (abita ancora a Montigiano di Massarosa) ha avuto un costante sodalizio con Garboli, Marcucci, Tobino, Cancogni, Levi, il pisano Viviani, Maccari. Insomma amicizie di qualità che lo hanno sospinto a mostre celebrate. L’ultima, a Palazzo Medici Riccardi di Firenze, fu presentata da Adriano Sofri. E visitata da Sgarbi produsse l’ultima Biennale.

Quando si parla di Mario, ecco, tante cose ed episodi e persone vanno elencate. Ciò che tuttavia di per sé dice è l’opera: la più recente, i ritratti dello scrittore Samuel Beckett, ancora esposti alla galleria di casa Testori (scrittore e drammaturgo) di Milano, riecheggiano audaci filosofie destrutturali dei francesi, quali Foucault e Derrida. Destrutturare la figura per Mario è penetrare sempre più a fondo nella verità. Fino all’osso. Sempre però rimanendo fedele a quella patina, a quella luce che vibrano la nostra Toscana dei maggi, del novellare di Boccaccio, del festeggiare di un Lippi o di un Botticelli.

Lino Mannocci. Lieve, misurato, gentile è anche Lino Mannocci, viareggino che vive e lavora a Londra dove con estremo coraggio approdò da ragazzo; e dove s’è conquistato amicizie ed un mercato grazie ad un potente laboratorio di stamperia.

L’estate scorsa nella sua illuminatissima casa di Montigiano (Massarosa), volentieri vi riceve amici e colleghi, Lino m’ha mostrato gli ultimi quadri coi quali farà una gran mostra in Versilia la stagione prossima. Sono un trionfo di riconsacrazione metafisica di certi squarci di memoria: piazzette di Viareggio traversate la mano nella mano con la madre, moli e porti inquadrati dal sogno, angoli di città delicatamente tratti come un album proustiano. Di lui scrive Vittorio Sgarbi: “... improvvisi momenti di candore, misteriose fascinazioni di un attimo, stati di sospensione cosmica in cui ci s'imbatte per caso o per destino, tenere sorprese emotive dalle quali ci si lascia ammaliare senza porre resistenza”.

Mannocci è figlio di un barbiere che aveva bottega “accosto” alla chiesa di San Paolino in Viareggio. Da bimbetti in quelle strade vecchie, dove anche io abitavo (e dove con noi abitavano Stefania Sandrelli e i pittori Tono D’Arliano e Dino La Bianca), era tutto un vociare e far guerra a sassate. Lino si discostava. Era riflessivo e sensibilissimo.

In lui l’arte è maturata dall’osservazione e dallo sfumare i contrasti. Deve all’osservazione le inquadrature più temerarie; in lui il paesaggio è quasi mai frontale ma sempre immerso in frazioni di infinito. Deve alla levità delle nuvole ( e ciò è molto inglese) il ricamo (alla Gainsborough, alla Turner) che scenografa le iperrealistiche rimembranze (la Passeggiata, il Caffè Margherita, il fFaro ecc.).

Come tecnica e studio Lino proviene dalla neo-figurazione di Ferroni, Banchieri, Luporini (coi quali intraprese la “Metacosa”); in Mannocci però c’è maggiore poesia (come in Morandi o in Licini) e godibilissimi sono i colori tenui, di farfalle, di sete orientali, di “montaliani” ossi di seppia.

Giuseppe Biagi. Alla Biennale è arrivato anche Giuseppe Biagi. Percorso sofferto, il suo.

Gli rammento spaziose giovanili ambizioni astratte (Rothko); dopo incontrò anch’egli la nuova figurazione (con la mostra “Metacosa” con Ferroni, Luporini, Mannocci).

Infine si inserì, grazie alla galleria Ciribelli di Bergamo, nell’area intellettuale del nord Italia (di lui scrivono Sgarbi, Parmiggiani, Savinio, Crippa ecc.).

È un percorso denotato da una pulizia profonda di concetti, tematiche, pittura. Pulizia vuol dire che Biagi non fu mai, non è mai, còlto, frastornato da impulsi inquietanti. Rimane fermo, rigoroso, anche quando ritrae la cronaca, agli essenziali. E ciò in una epoca che predilige, sbagliando, l'evento, il clamore, lo scandalo.

Biagi, lo deve a Rothko, è un personaggio mistico. Guarda alle cose, agli uomini, con predilizione. Ritrae, ad esempio, i “vu cumprà” con educato palpito d'adesione, e i passanti per le strade di Milano (che riecheggiano Hopper) nei vasti spazi monocromatici del nulla incombente e immaterico. In Biagi c’è l’esistenzialismo di certe giornate grige di pioggia, delle marine che furono care ad Albert Camus ne “Lo straniero”.

In Biagi, più che in Marcucci, c’è l'inverno versiliese fatto di grigio chiaro e girigio scuro. Ma elegantissimo perché non è una denuncia, direi è un sentimento del vivere.

Franco Anichini. Professore, storico, scrittore, viareggino tra i più autentici, figlio di tanti entusiasmi, dal volontariato alla passione civile, Anichini è, nella grafica, l'inventore di paesaggi, Viareggio, Lucca, Pisa, dove la storia tutta si concentra con i simboli, la natura, le fantasmagorie, il teatro, in raffigurazioni magiche, coinvolgenti.

Dove rintracci Piranesi e Dürer, Gustavo Dorè e Rembrandt incisore.

Anichini ricevendomi nella sua casa-studio mi presenta un suo recente, straordinario, artefatto: l'illustrazione dell'Inferno della “Divina Commedia” dantesca. Lo pubblicherà quest’anno.

Sono tavole e tavole pazientemente cifrate, mille apparizioni di mostri, bestie orripilanti, furie assatanate, splendori di donne perdute e dolcissime quali Francesca, la Pia dei Tolomei eccetera.

Anichini lavora di notte. È sveglio come un certosino. Non vi è luogo, nei cartoni, che non sia intarsiato, baroccato, impreziosito di figure, di allegorie stupefacenti. La sua creatività è sconfinata e originalissima.

Ecco allora, per concludere, quattro viareggioni che l'arte appaga, che, grazie all’arte, oltrepassando i confini, hanno richiamato l’attenzione.

Sono di auspicio a tutti i giovani, tanti, che in riviera cominciano, pitturando scolpendo, a farsi il futuro. Nonostante l’indifferenza generale e il diffuso disordine culturale, li invito a non mollare. Con l’esempio dei loro maggiori, vediamo se si potrà migliorare anche il bene pubblico. La battaglia non è perduta.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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