Colpo di scena al processo Mallegni Il pm parla di nuovo
Martedì il dottor Giannino replicherà ai difensori Poi i giudici si ritireranno per formulare la sentenza
PIETRASANTA. È il giorno più atteso da oltre 6 anni. Da quel 31 gennaio 2006 in cui i finanzieri fecero scattare le manette ai polsi dell’allora sindaco Massimo Mallegni. Un giorno atteso da una città, da una squadra di magistrati e da decine di imputati. Che martedì prossimo, 3 aprile, si ritroveranno di nuovo al centro del ring.
Nel tardo pomeriggio, infatti, i giudici del tribunale di Lucca pronunceranno la sentenza del maxi-processo sulla corruzione che ha coinvolto un’intera classe politica e imprenditoriale. Definita “i furbetti della Marina”, allo scoppio dello scandalo. Che fu clamoroso, lanciando Pietrasanta e la Versilia in una sorta di Tangentopoli di provincia.
La replica dell’accusa. E ad accrescere la tensione, già altissima, c’è l’attesa per le parole del pm Salvatore Giannino. Il magistrato che da mesi segue il processo, raccogliendo l’eredità di Domenico Manzione - oggi sostituto procuratore ad Alba in Piemonte - ha deciso di replicare agli avvocati difensori che hanno parlato nelle ultime udienze. Lo farà, ovviamente, prima che i giudici si riuniscano in camera di consiglio.
Il pm non potrà che seguire l’impianto accusatorio sostenuto in questi anni dalla Procura. Ma il contenuto del suo intervento sarà comunque importante. Perché dovrà ribadire l’esistenza di una “cricca”, con a capo Mario Mallegni - imprenditore e padre di Massimo - che ha prima progettato la candidatura del futuro sindaco, e poi ha sfruttato il suo potere una volta eletto. Facendosi aiutare in maniera decisiva da tutti gli apparati amministrativi - sindaco in primis, ma anche assessori e dirigenti comunali - per portare a termine affari che arricchissero i membri della “cricca”. In particolare, operazioni immobiliari a Marina.
Inoltre, nel corso del suo mandato Mallegni avrebbe esercitato pressioni di ogni pure nei confronti della polizia municipale, fino ad arrivare al mobbing (con trasferimenti e provvedimenti disciplinari), perché gli stessi non intralciassero il comitato d’affari. E punendoli - così dice la Procura - anche per loro fedeltà conclamata all’ex comandante Antonella Manzione, che Mallegni aveva rimosso dall’incarico.
«Io nel mirino». L’imputato principale - con ben 14 capi d’accusa - ha parlato in aula il 14 febbraio scorso, giorno dell’ultima udienza. L’ intervento di Massimo Mallegni è stato lungo, da oratore consumato quale egli è. La sostanza non poteva essere che, per quanto lontano da certi atteggiamenti berlusconiani («Io mi sono fatto processare, perché voglio dimostrare la mia innocenza») l’ex sindaco si ritiene vittima di un piano ben preciso. Nelle ultime due udienze, sia lui che il suo avvocato Sandro Guerra hanno messo da parte il fioretto e hanno sguainato la spada. Facendo nomi e cognomi di chi, secondo loro, avrebbe orchestrato l’abbattimento del primo cittadino.
Secondo Mallegni, l’origine delle sue rovine è stato l’allontanamento della comandante Antonella Manzione nel 2002, dopo il quale l’ex capo dei vigili urbani presentò un esposto alla Procura. Da quella denuncia - ha detto Mallegni - è iniziato tutto. Ed è stato inopportuno che ad avviare l’inchiesta sia stato il sostituto procuratore Manzione, fratello dell’ex comandante. Una presa di posizione decisa, con la difesa che ancora ieri si diceva tranquilla in vista di martedì. Non resta che aspettare, tralasciando il fatto che - se la difesa vorrà replicare a sua volta al pm - a quel punto la sentenza potrebbe slittare. E sarebbe questo forse l’ennesimo, ultimo colpo di scena.
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