L’arringa di Mallegni «Non sono un santo ma voglio giustizia»
L’ex sindaco affronta in aula tutte le accuse contro di lui «Qualcuno mi ha voluto abbattere. Forse per lesa maestà»
PIETRASANTA
«Non sono un santo, né un martire. Ma voglio giustizia, perché non ho fatto niente. La verità è che qualcuno mi ha voluto abbattere».
Massimo Mallegni parla per un’ora buona di fronte ai giudici del tribunale di Lucca, che tra un mese e mezzo decideranno il suo destino (e quello di molti altri imputati). Si rivolge a loro con quella che, nella retorica latina, si chiamava captatio benevolentiae: toni concilianti, con ringraziamenti e parole che scivolano nel miele. Parole che evitano di affondare troppo la lama, anche se qualche pugnalata l’ex sindaco - imputato eccellente, con 14 capi d’accusa, nel maxi-processo per corruzione - la assesta. Come ai vecchi tempi.
«Lesa maestà». Vittime, il suo ex vicesindaco e ora avversario Marco Marchi, che Mallegni e la sua difesa “tirano” dentro il processo, in quanto responsabile diretto dell’urbanistica sotto la vecchia amministrazione. E la rivale di sempre, l’ex comandante Antonella Manzione.
«Dove sono finiti i verbali degli interrogatori di Marchi? - chiede Mallegni, rivolgendosi al pubblico ministero Salvatore Giannino - voglio saperlo. Anche se fossero stati persi, la Procura deve dirlo». Il riferimento è a possibili informazioni che allevierebbero la posizione dell’ex sindaco. E, parlando della Manzione, ecco l’inevitabile riferimento alla linea già tenuta nella penultima udienza: «Qualcuno deve rispondere se sono stato abbattuto per lesa maestà. Perché, cioè, ho deciso di rimuovere la comandante Manzione».
I rapporti con Baldini. C’è, però, un argomento che Mallegni tocca in maniera saltuaria nella sua lunga dichiarazione spontanea, l’ultima prima della sentenza. I rapporti con l’imprenditore Giuliano Baldini, che la sua stessa difesa ritiene i più sospetti dal punto di vista processuale: tra Baldini, il suo consulente Emanuele Carrara e Mallegni ci furono numerose telefonate (intercettate) in cui si parlava di un’operazione immobiliare a Marina e di presunti “regali”, che hanno costituito uno dei noccioli del processo.
L’ex sindaco si limita a dire che «è offensivo pensare che un ristoratore come il sottoscritto possa essere comprato con delle bottiglie di vino. Il soggiorno all’hotel Danieli di Venezia? Sembra chissà cosa, ma da albergatore penso che se lo ristruttureranno, allora sarà piacevole passarci una notte. Inoltre, ci sono andato dopo aver rifiutato più volte le offerte di ospitalità di Baldini. Che mai, e dico mai, è venuto a cena da me».
«Il mobbizzato sono io». Ben altro spazio viene riservato al rapporto con gli agenti di polizia municipale “nemici”. Che pure Mallegni dice di aver “scoperto” «come amici miei. Peccato che molti di loro, nonostante non mi ricordi di scontri, e le testimonianze lo confermano, oggi mi chiedano 25mila euro a testa di danni».
A questo proposito, l’ex primo cittadino sostiene di essere lui il “mobbizzato”. «Mi trovo imputato - dice - perché, da sindaco, volevo far lavorare i miei vigili. Gente che tutt’ora va al bar o si fa i cavoli suoi in orario di lavoro. E che nel 2002, durante un raduno dei carabinieri, fece la multa a un mezzo scrivendo che la provincia sulla targa era EI (in realtà, esercito italiano, ndr). Ditemi: è una colpa aver cercato di impedire la continuazione di queste “bischerate”?».
«Con la politica ho chiuso». In tempi di rientri annunciati o smentiti (Fabrizio Larini a Massarosa e Roberto Bertola a Forte) Mallegni smentisce quello che sarebbe il più clamoroso: il suo.
«Con la politica ho chiuso - dice - Fare il sindaco a Pietrasanta è più pericoloso che andare senza giubbetto antiproiettile in Afghanistan. E poi non condivido più un certo modo di vedere il partito, di cui peraltro non faccio più parte dal 2009. Una volta Denis Verdini mi disse che mi dovevo adeguare alle regole del Pdl. Cos’erano queste regole poi si è visto. Mi chiamò persino mela marcia, quando mi arrestarono. Il tempo, però, non gli ha dato ragione».
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