Panariello ricorda il fratello Franco «Potevo essere io»
L’attore: «Mi diceva di aver smesso, mi ha preso in giro Ho provato rabbia, poi dolore: è stato sfortunatissimo»
PIETRASANTA
«Mio fratello potevo essere io». Giorgio Panariello rompe il silenzio a un mese dalla tragedia, e rilascia a Vanity Fair - che gli dedica la copertina del numero in edicola oggi - un’intervista sul suo rapporto con Franco, trovato cadavere la notte di Santo Stefano in un’aiuola di fronte al bagno Zara a Viareggio. A ucciderlo, un’overdose di eroina.
Per Panariello, quanto accaduto è stato «il classico fulmine a ciel sereno. So bene, però, che un drogato può anche essere fisicamente a posto, ma se non lo è psicologicamente, in maniera assoluta e definitiva, è tutto inutile: sarà sempre a rischio. Per salvarsi bisogna essere forti, e Franco era una persona fragilissima».
«Sembrava pulito». «Nel 2006, dopo sei anni passati a San Patrignano - racconta l’attore - sembrava “pulito”: durò poco. Poi, dopo tanti alti e bassi, compreso uno spaventoso incidente d’auto, eravamo riusciti a farlo entrare nella comunità di Don Mazzi, dove era rimasto fino al Natale 2010. Adesso pensavo fosse a posto, ma evidentemente dentro aveva ancora una scintilla che non si era spenta. Il 26 sera è tornata fuori la sua debolezza, e gli è stata fatale. Non si muore solo di overdose: se presa dopo tanto tempo, uccide anche una piccola quantità».
«Mi avvisò Carlo Conti». «La mattina del 27 - ricorda Panariello - mi sono svegliato, ho acceso il portatile, e ho visto che alle 8,30 mi aveva cercato Carlo Conti. Carlo aveva saputo di Franco da un’amica poliziotta di Viareggio che, non sapendo come rintracciarmi, aveva avvisato lui. Quando ho saputo, la mia prima reazione è stata di rabbia: Franco, giurandomi che aveva smesso per sempre, mi aveva preso per il culo ancora una volta. Rabbia, tanta rabbia. Solo dopo è arrivato il dolore. E i ricordi».
Il primo incontro. «La prima volta che ci siamo visti, nel 1972. Io avevo dodici anni, lui undici. Fino ad allora - aggiunge Panariello - non avevo mai saputo della sua esistenza. Quando mia madre mi aveva abbandonato, ero andato a stare dai nonni materni, che in casa avevano altri cinque figli. Quando era nato Franco, invece, i nonni non se l’erano sentita di accoglierlo, e lui era finito in collegio. Solo alla fine delle elementari venne a stare da noi. E io scoprii di avere un fratello». Che ce l’aveva con i nonni, e anche un po’ con Giorgio. «Franco era incazzato con la vita perché in istituto, da solo, c’era stato lui, non io. Per lui fu un calvario: i suoi problemi erano nati tutti là dentro. Ogni volta che litigavamo, infatti, tirava fuori il rancore covato in quegli anni di solitudine». Si è mai chiesto che fine avrebbe fatto, se fosse stato al suo posto? «Forse avrei fatto la sua stessa vita, e oggi a parlare con lei ci sarebbe Franco. O forse no, non lo so. C’è poco da dire: io sono stato fortunato, lui sfortunatissimo».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google