1º maggio, la festa... del non lavoro
I sindacati proclamano sciopero contro le ordinanze dei sindaci
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VIAREGGIO. Sciopero. Negozi chiusi il 1 maggio per sciopero. Così ordinano i sindacati regionali (Cgil, Cisl e Uil), la vecchia Triplice, dopo la battaglia di Firenze, quella che in questi giorni ha visto il sindaco Matteo Renzi chiedere - con tutti i commercianti in appoggio - che il 1 Maggio i negozi del centro storico rimassero aperti per dare una accoglienza decente ai turisti. Il no dei sindacati è stato secco, Renzi ha parlato di sciopero ad personam, cioè contro di lui: il risultato finale della bagarre è che i sindacati del settore turismo e commercio hanno ieri proclamato lo sciopero in tutta la Toscana, in tutti quei Comuni che «vogliono tenere i negozi aperti». E in Versilia il via libera alle aperture del 1 maggio (e ovviamente del 25 aprile) è arrivato dai Comuni di Viareggio, Camaiore, Pietrasanta e Forte dei Marmi con ordinanze articolate. «Non articolate, ipocrite - sbuffa Massimiliano Bindocci della Filcam Cgil - E' ipocrita scrivere, come fa Viareggio ad esempio, che si dà il via libera "seppur a malincuore". E lasciamo perdere la questione della concertazione che ci doveva essere e mai c'è stata. Ci hanno convocato a cose fatte. E' sempre più evidente che questa amministrazione, anzi queste amministrazioni, siano succubi della grande distribuzione e di alcuni commercianti e se ne freghi dei lavoratori dipendenti. Registriamo tra l'altro un clima pesante all'interno di Conad e Oviesse. Lo sciopero del 1 maggio è uno sciopero contro le amministrazioni, sia chiaro». E' la prima volta che si ricorre allo sciopero. Uno strumento che probabilmente avrà più presa sulla grande distribuzione che sui piccoli negozi dove «il personale è sottoposto al ricatto: o lavori o fuori», sintetizza Bindocci. Ascom e Confesercenti usano toni blandi. Dice Alessandro Cerrai, direttore di Confesercenti: «Intanto si tratta di una facoltà ad aprire e non c'è obbligo e di fatto le aree sono abbastanza circoscritte alle zone a maggior vocazione turistica. Da noi, in Versilia, c'è una tradizione lontana - siamo stati tra i primi ad aprire la domenica nel nome di un servizio turistico e dell'accoglienza - e senza per questo alcuna volontà di svilire il valore delle festività, specie se significative come il 25 aprile o il 1 maggio. Guardiamo con grande rispetto ai diritti dei lavoratori, ma in un momento di crisi come questo anche l'incasso di una giornata è utile ad andare avanti, a garantire i posti di lavoro». Su questo tasto batte anche Graziano Giannesi (Ascom): «Le nostre piccole imprese hanno una tipologia da famiglia allargata tra titolari e dipendenti. I dipendenti sono partecipi delle attività, e in questo momento, purtroppo, vedono quanto poco si lavori nei giorni infrasettimanali e quanto ossigeno può dare un buon flusso festivo. Certo, chiediamo un sacrificio ma siamo certi della massima collaborazione». Sia Ascom che Confesercenti parlano di piccole imprese e non tengono affatto il sacco aperto anche per la grande distribuzione, i supermercati ad esempio. Un tasto poi, quello della crisi, che non piace al sindacato. Dicono Cgil, Cisl e Uil: «Le feste nazionali hanno un valore di coesione sociale laico o religioso importante, in queste occasioni devono lavorare solo i servizi essenziali e quelli strettamente turistici. Non ha alcuna logica civile o sociale che nelle feste nazionali non si possa fare un docuemnto di identità all'anagrafe, non si possa anadre alle poste a ritirare la pensione, non si possa andare dal medico di famiglia ma si possa comprare la lingerie in un negozio. E certamente non dipende da cinque feste l'anno la fortuna o la sfortuna di una attività commerciale».
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