Italia
LA GRANDE MUSICA
Quando l'anarchico De André esordì dal vivo alla Bussola
Stefano Buda
Il grande cantautore non voleva esibirsi dal vivo. Ma poi si convinse a salire sul palco di uno dei locali-simbolo della borghesia. E attorno al poeta anarchico si scatenarono polemiche. Ma quell'esibizione fu un successo e divenne un altro pezzo di storia della musica scritto sul palco del famoso locale della Versilia
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Da una parte il cantore degli ultimi, lo chansonnier libertario che si esibiva gratis per gli anarchici di Carrara, l’artista che Fernanda Pivano ha definito «il più grande poeta del ’900». Dall’altra il locale simbolo della Versilia, il club esclusivo che pagava i cachet più alti al mondo, il salotto buono dell’alta borghesia frequentato dalle dinastie degli Agnelli e dei Moratti.
Quando venne annunciato che Fabrizio De André avrebbe tenuto il suo primo concerto alla Bussola, per molti fu un vero choc. Era il cantautore più schivo della scena nazionale e aveva sempre rifiutato di esibirsi in pubblico. Ma era pure un uomo allergico agli stereotipi, che rifuggiva l’omologazione e amava sfatare i tabù.
Anche il fenomeno de La Bussola è qualcosa di più complesso. Dal 3 luglio 1955, quando fu inaugurato da Renato Carosone, il locale di Sergio Bernardini non smise mai di suscitare venerazione o avversione. Non un semplice posto dove ascoltare musica, ma per molti anni lo specchio delle trasformazioni che hanno interessato la società italiana.
Gino Paoli e Mina, Aretha Franklin, Marlene Dietrich e Ray Charles, tutti i veri big sono passati di lì. Un luogo che è stato un emblema dell’Italia del boom economico e più tardi un obiettivo delle contestazioni studentesche: il 31 dicembre del 1968, davanti al club di Focette decine di giovani si scontrarono con la polizia e lo studente pisano Soriano Ceccanti, colpito da un proiettile, finì sulla sedia a rotelle.
«Mio padre corteggiò De Andrè per anni, aveva compreso il suo spessore - racconta Mario Bernardini, figlio del patron Sergio -. Fece molti viaggi a Genova per convincerlo. Fabrizio all’inizio non voleva saperne e dopo l’accordo chiamava continuamente, diceva di aver cambiato idea, aveva ansie enormi». Anche Mina giocò un ruolo importante. «Era convinta che de Andrè dovesse fare quel passo - continua Bernardini - una sera venne a cena con noi e gli parlò a lungo per rassicurarlo».
Fu così che la sera del 18 marzo 1975 La Bussola ospitò la prima esibizione di De André dal vivo, un evento che è rimasto alla storia. Proprio come l’ultima apparizione di Mina, sempre alla Bussola, il 23 agosto del 1978.
Ma spingere Faber sul palco non fu facile. «Era terrorizzato e fu il regista Marco Ferreri, suo grande amico, a trascinarlo fuori dai camerini - sono i ricordi di Cristiano De Andrè frutto delle confidenze paterne -. La cosa buffa è che poi non voleva più smettere di cantare». Conferma tutto Ricky Belloni, il chitarrista ex-New Trolls che quella sera formò la band di de Andrè insieme a Giorgio Usai, Gianni Belleno e Giorgio D’Adamo: «Facemmo un mese di prove a Sturla, Fabrizio era terribilmente teso anche se spesso scherzava su queste sue paure - dice Belloni -. Aveva la stimmate dell’artista. Quando ci esibimmo alla Bussola ebbi subito la sensazione di essere parte di un evento che avrebbe fatto epoca».
Per la prima assoluta arrivarono in Versilia molti amici ed estimatori: oltre a Ferreri c’erano il fratello di Fabrizio, Mauro de Andrè, Paolo Villaggio, Lino Toffolo e anche un giovanissimo Francesco De Gregori, già invaghito del cantautore genovese.
«Si sedette su una sedia e iniziò a scherzare sulle note de La cattiva strada - rammenta Mario Bernardini -. Fu così che Fabrizio si sciolse e diede inizio a un concerto di grande profondità. Dopo un minuto il pubblico era ipnotizzato, non era abituato a spettacoli così intimisti e a canzoni come Amico fragile».
De André alla Bussola fu un evento fuori dagli schemi, che non poteva lasciare indifferente il suo pubblico. Esplosero le polemiche sui compensi: si parlò di 300 milioni per un tour di cento serate, una cifra enorme per l’epoca, come le 10mila lire del biglietto d’ingresso. Erano i tempi delle violenze di piazza, dell’autonomia operaia e delle P38. Il cantautore genovese non aveva mai fatto mistero delle sue convinzioni anarchiche e da poco era uscito “Storie di un impiegato”, il suo album più esplicitamente politico. La prima nel “tempio della borghesia” non gli fu perdonata e venne contestato.
«Dopo quella serata Guccini dedicò a mio padre alcuni versi piuttosto duri nella canzone Via Paolo Fabbri 43: Marinella non c’era / fa la vita in balera / ed ha altro per la testa a cui pensar . Gli ambienti dell’estrema sinistra lo attaccarono - spiega Cristiano De André - Per lui padre il rapporto con il pubblico era importante e ne soffrì. Un po’ si pentì di aver accettato La Bussola, ma in realtà non aveva dato un gran peso alla scelta del posto».
Sergio Bernardini a quei tempi era il numero uno. Parlava il linguaggio degli artisti, sapeva toccare le corde giuste e pagava anche bene. De André, spaventatissimo al momento di lanciarsi nella mischia, semplicemente scelse l’uomo che poteva offrirgli maggiori garanzie e minori imprevisti. Inoltre con quell’ingaggio avrebbe realizzato un sogno acquistando l’azienda agricola dell’Agnata, in Gallura, dove presto si sarebbe trasferito e dove nel 1979 venne rapito dall’anonima sarda insieme a Dori Ghezzi.
«Alla mia carriera mancava una cosa: una verifica diretta con il pubblico, così ho voluto provare - disse Fabrizio De André pochi giorni dopo l’esibizione -. È stato un grosso rischio, ma dovevo decidermi ad affrontarlo».
Quando venne annunciato che Fabrizio De André avrebbe tenuto il suo primo concerto alla Bussola, per molti fu un vero choc. Era il cantautore più schivo della scena nazionale e aveva sempre rifiutato di esibirsi in pubblico. Ma era pure un uomo allergico agli stereotipi, che rifuggiva l’omologazione e amava sfatare i tabù.
Anche il fenomeno de La Bussola è qualcosa di più complesso. Dal 3 luglio 1955, quando fu inaugurato da Renato Carosone, il locale di Sergio Bernardini non smise mai di suscitare venerazione o avversione. Non un semplice posto dove ascoltare musica, ma per molti anni lo specchio delle trasformazioni che hanno interessato la società italiana.
Gino Paoli e Mina, Aretha Franklin, Marlene Dietrich e Ray Charles, tutti i veri big sono passati di lì. Un luogo che è stato un emblema dell’Italia del boom economico e più tardi un obiettivo delle contestazioni studentesche: il 31 dicembre del 1968, davanti al club di Focette decine di giovani si scontrarono con la polizia e lo studente pisano Soriano Ceccanti, colpito da un proiettile, finì sulla sedia a rotelle.
«Mio padre corteggiò De Andrè per anni, aveva compreso il suo spessore - racconta Mario Bernardini, figlio del patron Sergio -. Fece molti viaggi a Genova per convincerlo. Fabrizio all’inizio non voleva saperne e dopo l’accordo chiamava continuamente, diceva di aver cambiato idea, aveva ansie enormi». Anche Mina giocò un ruolo importante. «Era convinta che de Andrè dovesse fare quel passo - continua Bernardini - una sera venne a cena con noi e gli parlò a lungo per rassicurarlo».
Fu così che la sera del 18 marzo 1975 La Bussola ospitò la prima esibizione di De André dal vivo, un evento che è rimasto alla storia. Proprio come l’ultima apparizione di Mina, sempre alla Bussola, il 23 agosto del 1978.
Ma spingere Faber sul palco non fu facile. «Era terrorizzato e fu il regista Marco Ferreri, suo grande amico, a trascinarlo fuori dai camerini - sono i ricordi di Cristiano De Andrè frutto delle confidenze paterne -. La cosa buffa è che poi non voleva più smettere di cantare». Conferma tutto Ricky Belloni, il chitarrista ex-New Trolls che quella sera formò la band di de Andrè insieme a Giorgio Usai, Gianni Belleno e Giorgio D’Adamo: «Facemmo un mese di prove a Sturla, Fabrizio era terribilmente teso anche se spesso scherzava su queste sue paure - dice Belloni -. Aveva la stimmate dell’artista. Quando ci esibimmo alla Bussola ebbi subito la sensazione di essere parte di un evento che avrebbe fatto epoca».
Per la prima assoluta arrivarono in Versilia molti amici ed estimatori: oltre a Ferreri c’erano il fratello di Fabrizio, Mauro de Andrè, Paolo Villaggio, Lino Toffolo e anche un giovanissimo Francesco De Gregori, già invaghito del cantautore genovese.
«Si sedette su una sedia e iniziò a scherzare sulle note de La cattiva strada - rammenta Mario Bernardini -. Fu così che Fabrizio si sciolse e diede inizio a un concerto di grande profondità. Dopo un minuto il pubblico era ipnotizzato, non era abituato a spettacoli così intimisti e a canzoni come Amico fragile».
De André alla Bussola fu un evento fuori dagli schemi, che non poteva lasciare indifferente il suo pubblico. Esplosero le polemiche sui compensi: si parlò di 300 milioni per un tour di cento serate, una cifra enorme per l’epoca, come le 10mila lire del biglietto d’ingresso. Erano i tempi delle violenze di piazza, dell’autonomia operaia e delle P38. Il cantautore genovese non aveva mai fatto mistero delle sue convinzioni anarchiche e da poco era uscito “Storie di un impiegato”, il suo album più esplicitamente politico. La prima nel “tempio della borghesia” non gli fu perdonata e venne contestato.
«Dopo quella serata Guccini dedicò a mio padre alcuni versi piuttosto duri nella canzone Via Paolo Fabbri 43: Marinella non c’era / fa la vita in balera / ed ha altro per la testa a cui pensar . Gli ambienti dell’estrema sinistra lo attaccarono - spiega Cristiano De André - Per lui padre il rapporto con il pubblico era importante e ne soffrì. Un po’ si pentì di aver accettato La Bussola, ma in realtà non aveva dato un gran peso alla scelta del posto».
Sergio Bernardini a quei tempi era il numero uno. Parlava il linguaggio degli artisti, sapeva toccare le corde giuste e pagava anche bene. De André, spaventatissimo al momento di lanciarsi nella mischia, semplicemente scelse l’uomo che poteva offrirgli maggiori garanzie e minori imprevisti. Inoltre con quell’ingaggio avrebbe realizzato un sogno acquistando l’azienda agricola dell’Agnata, in Gallura, dove presto si sarebbe trasferito e dove nel 1979 venne rapito dall’anonima sarda insieme a Dori Ghezzi.
«Alla mia carriera mancava una cosa: una verifica diretta con il pubblico, così ho voluto provare - disse Fabrizio De André pochi giorni dopo l’esibizione -. È stato un grosso rischio, ma dovevo decidermi ad affrontarlo».
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