Il presidio
Il ministro non parla di soldi
Donatella Francesconi
«Non ci sono parole...». Andrea Ronchi, ministro delle politiche europee, si toglie il casco fornito dai vigili del fuoco e lascia via Ponchielli. «Sono venti giorni che qui non ci sono parole...», gli fa eco un cittadino che aggiunge: «Sarebbe l'ora di cominciare a trovarle...».
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VIAREGGIO. «Non ci sono parole...». Andrea Ronchi, ministro delle politiche europee, si toglie il casco fornito dai vigili del fuoco e lascia via Ponchielli. «Sono venti giorni che qui non ci sono parole...», gli fa eco un cittadino che aggiunge: «Sarebbe l'ora di cominciare a trovarle...».
Il sindaco Lunardini fa da guida. Si accalora, racconta pezzi di vite che dalla notte maledetta del 29 giugno non ci sono più. Il ministro ascolta, parla di «evento unico al mondo», cita il collega Altero Matteoli «che sta lavorando con grandissimo impegno morale e politico» all'inchiesta aperta dal ministero di cui è titolare. Alla domanda sui 15 milioni che il governo Berlsconi ritiene possano bastare per Viareggio ferita, Ronchi però svicola: «Stiamo lavorando, insieme al sindaco...vedremo...». Evidentemente non è bastata la ferita lunga che attraversa "Bottega nuova" a convincere chi governa che da ricostruire non ci sono soltanto le case.
La visita finisce, gli universitari del Pdl riuniti in città in questi giorni lasciano dove una volta c'era la passerella una bandiera italiana ed un mazzo di fiori. Tutto intorno, nella strada che non c'è più, si rinnova un indicibile dolore, per dirla con l'Eneide.
Tra le macerie spunta una carrozzina da neonato che, intatta, attende il suo piccolino. Anche i giochini attaccati sembrano fremere per tornare a suonare. Poco più in là una valigia: piccola, dentro poche cose. Preparata per un viaggio che non doveva essere l'ultimo di una vita.
Gli squarci nelle case violano un'intimità che si fa fatica a guardare. La tenda della cucina, colorata. I cuscini tipici del Marocco, tra le rovine di casa Ayad, là dove hanno perso la vita Mohamed, sua moglie Aziza, la piccola Iman e suo fratello Hamza.
«Ma perché è successo tutto questo?». Il foglio con le scritte in pennarello colorato è appeso ai pannelli sotto i gazebi che il Comune ha fatto installare all'inizio di via Porta a Pietrasanta. La firma è quella di Alessia Giannecchini e Sara Manfredi: nomi e cognomi cui è obbligo dare una risposta. Perché, è il monito vergato da Nicola, «cari signori che leggete, in questa strage siamo tutti coinvolti».
Anche chi è passato di lì senza essere viareggino. «Edoardo con il papà in viaggio dalla provincia di Treviso - si legge tracciato in celeste, segno tangibile di solidarietà oltre le barriere geografiche -: con tanto affetto per ricordare chi non c'è più». Nella «disastrata via Ponchielli»: come scrive Irene, firmandosi «una sfollata», nel dedicare il proprio pensiero «ai miei vicini di casa».
Il sindaco Lunardini fa da guida. Si accalora, racconta pezzi di vite che dalla notte maledetta del 29 giugno non ci sono più. Il ministro ascolta, parla di «evento unico al mondo», cita il collega Altero Matteoli «che sta lavorando con grandissimo impegno morale e politico» all'inchiesta aperta dal ministero di cui è titolare. Alla domanda sui 15 milioni che il governo Berlsconi ritiene possano bastare per Viareggio ferita, Ronchi però svicola: «Stiamo lavorando, insieme al sindaco...vedremo...». Evidentemente non è bastata la ferita lunga che attraversa "Bottega nuova" a convincere chi governa che da ricostruire non ci sono soltanto le case.
La visita finisce, gli universitari del Pdl riuniti in città in questi giorni lasciano dove una volta c'era la passerella una bandiera italiana ed un mazzo di fiori. Tutto intorno, nella strada che non c'è più, si rinnova un indicibile dolore, per dirla con l'Eneide.
Tra le macerie spunta una carrozzina da neonato che, intatta, attende il suo piccolino. Anche i giochini attaccati sembrano fremere per tornare a suonare. Poco più in là una valigia: piccola, dentro poche cose. Preparata per un viaggio che non doveva essere l'ultimo di una vita.
Gli squarci nelle case violano un'intimità che si fa fatica a guardare. La tenda della cucina, colorata. I cuscini tipici del Marocco, tra le rovine di casa Ayad, là dove hanno perso la vita Mohamed, sua moglie Aziza, la piccola Iman e suo fratello Hamza.
«Ma perché è successo tutto questo?». Il foglio con le scritte in pennarello colorato è appeso ai pannelli sotto i gazebi che il Comune ha fatto installare all'inizio di via Porta a Pietrasanta. La firma è quella di Alessia Giannecchini e Sara Manfredi: nomi e cognomi cui è obbligo dare una risposta. Perché, è il monito vergato da Nicola, «cari signori che leggete, in questa strage siamo tutti coinvolti».
Anche chi è passato di lì senza essere viareggino. «Edoardo con il papà in viaggio dalla provincia di Treviso - si legge tracciato in celeste, segno tangibile di solidarietà oltre le barriere geografiche -: con tanto affetto per ricordare chi non c'è più». Nella «disastrata via Ponchielli»: come scrive Irene, firmandosi «una sfollata», nel dedicare il proprio pensiero «ai miei vicini di casa».
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