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Padule, aziende da trasferire entro tre anni

Donatella Francesconi
Padule, aziende da trasferire entro tre anni

«Necessario individuare nuove aree a Viareggio come pure a Massarosa»

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VIAREGGIO. Mettere mano al più presto al Piano di gestione del padule settentrionale. Che è l'altra faccia del Parco e attraversa i comuni di Viareggio e Massarosa. La richiesta è arrivata nel corso dell'incontro promosso da Legambiente sabato pomeriggio, alla presenza del presidente del parco, Giancarlo Lunardi, e dell'assessore al decentramento per il Comune di Viareggio, Antonio Tedeschi. «Le aziende che operano nella zona del Piano - è stato detto dal pubblico - sono preoccupate». Scadono entro i prossimi tre anni, infatti, i tempi per quella riconversione stabilita dal precedente Piano di gestione approvato nel 1999.
La zona della Lisca e delle torbiere, ma anche un tratto di comune di Massarosa, lungo la Sarzanese, avrebbe dovuto essere "liberata" dalla presenza delle attività produttive storiche, per lo più trattamento di sabbie e produzione di inerti e materiali per l'edilizia. Per lasciare il posto ad attività, appunto, "riconvertite" nel senso della funzione del Parco.
Da allora sono passati dieci anni senza che nulla fosse (ed è una storia tutta Italia». Ma entro i prossimi 2-3 anni - conferma il presidente del Parco - il dado andrà tratto. «Ci sono aziende che hanno portato dubbi e domande direttamente in San Rossore - racconta Lunardi - tra grandi preoccupazioni». Tanto per citarne un paio, la "Weber" nella zona della Lisca e la "Pedrini e Mortali" di Massarosa. Perché - ricorda Lunardi - nei dieci anni intercorsi dall'approvazione del Piano di gestione ormai scaduto «intervenuto un provvedimento dell'Autoirtà di bacino del Serchio» che oggi obbliga forzatamente a modificare la prospettiva. «L'idea di riconversione è saltata - prosegue Lunardi - perché il provvedimento lo impedisce. E non solo: ora si tratta di evitare che saltino le imprese...».
Le zone in questione sono di facile allagamento - per riassumere il parere dell'Autorità di bacino - e non possono subire ulteriori carichi urbanistici e di presenza umana. Pensare, dunque, di trasformare le aziende esistenti in attività legate al turismo o altre attività compatibili con la presenza del Parco è impensabile.
Di tempo per sciogliere un nodo così intricato non ne resta poi molto. In un'ottica di impresa privata tre anni sono il minimo per programmare l'attività. «Servirà un maggiore impegno dal Comuni - è il sollecito che arriva dal Parco -: a loro spetta indicare le aree dove delocalizzare alcune aziende». Aree che potranno essere «pubbliche» o a basso costo: «L'importante è che si riesca ad avviare una programmazione dell'intervento necessario - conclude Lunardi -. In questo caso come Parco potremmo pensare di lavorare ad un'ulteriore proroga di un paio di anni».
La "palla", insomma, è in mano ai Comuni. Che devono indicare come pensano di affrontare il problema, per tutelare imprese, posti di lavoro e ambiente.

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