Sviluppo Porto, una cordata made in Versilia
LUCA CINOTTI
Stefano Varia: «Abbiamo partecipato su sollecitazione di Assindustria»
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VIAREGGIO. Una cordata dall’“anima” versiliese. Per affermare il legame con il mare e il porto ma - nessuno lo nasconde - perché quello del nuovo approdo è un affare importante. «Anche se le cifre che si leggono in questi giorni sui giornali mi sembrano un po’ eccessive»: parole di Stefano Varia, che dello “Sviluppo Porto di Viareggio” (una delle cinque cordate che hanno manifestato interesse per diventare socio privato della Viareggio Porto) è amministratore unico. «La nostra partecipazione è nata su sollecitazione di diverse categorie dell’Assindustria - spiega Varia -: non solo gli edili, ma anche la nautica, che nell’associazione ha un peso rilevante.
E poi non volevamo essere da meno delle imprese che vengono da fuori». Una piccola ventata di campanilismo, che ha trovato il suo “collante” proprio in Varia, notissimo in Versilia per le molte, importanti opere in costruzione (come i parcheggi e il pontile di Lido di Camaiore). All’inizio era previsto che dovesse essere della compagine anche una banca ma questo avrebbe troppo “legato” le mani alla cordata per ottenere buoni condizioni di finanziamento. Oltre a questo, sembra che il divieto di vendere azioni prima che siano scoccati i cinque anni ponga qualche grattacapo agli istituti di credito. Alla fine, nella Sviluppo porto (registrata alla Camera di commercio lo scorso 28 giugno) sono presenti al 50% i grandi cantieri (Fipa e Sanlorenzo tramite la controllante Flyopen) e con l’altra metà i costruttori edili. Un mix, presente anche nelle altre cordate (con la notevole eccezione di Azimut-Benetti, che corre da sola) che Varia spiega così: «Servono entrambe le competenze: i cantieri per quanto riguarda la congruità delle tariffe per i posti barca da applicare, gli edili per valutare la congruità del computo metrico del progetto».
In altre parole: chi meglio dei costruttori può valutare quanti soldi servono per costruire le opere previste nel grande progetto per il nuovo porto? E chi meglio dei cantieri può valutare quali siano le tariffe da applicare in base ai servizi e alla struttura svolta? Se le domande sono retoriche, non altrettanto si può dire delle risposte, che saranno condensate nel piano industriale e nell’offerta economica che tutte le cordate dovranno presentare entro il 15 settembre. «Quando avremo in mano il materiale sulla Viareggio Porto - spiega Varia - potremo valutare quale, secondo noi, può essere il valore effettivo della quota della società». Che - lo ricordiamo - ammonta al 48,51% del capitale azionario ma può arrivare alla totalità nel caso che il Comune decida di vendere anche la sua parte. E, nel caso di questa “privatizzazione”, il socio di minoranza avrà diritto di prelazione. Scenari futuribili, in ogni caso. Scenari che, per la società guidata da Varia, sono legati alla presentazione dell’offerta: «Valuteremo se saremo in grado di fare l’offerta».
Varia non nasconde che giudica i valori apparsi negli ultimi giorni (18 milioni di euro per tutta la società, poco meno di 9 milioni per il pacchetto destinato ai privati) «un po’ fuori dal seminato». Così come ritiene «limitativo» il limite dei 5 anni per vendere le azioni. Ma ciò non cancella il fatto che l’operazione-porto è un “boccone” troppo ghiotto perché i gruppi versiliesi rimanessero fuori dalla partita.
E poi non volevamo essere da meno delle imprese che vengono da fuori». Una piccola ventata di campanilismo, che ha trovato il suo “collante” proprio in Varia, notissimo in Versilia per le molte, importanti opere in costruzione (come i parcheggi e il pontile di Lido di Camaiore). All’inizio era previsto che dovesse essere della compagine anche una banca ma questo avrebbe troppo “legato” le mani alla cordata per ottenere buoni condizioni di finanziamento. Oltre a questo, sembra che il divieto di vendere azioni prima che siano scoccati i cinque anni ponga qualche grattacapo agli istituti di credito. Alla fine, nella Sviluppo porto (registrata alla Camera di commercio lo scorso 28 giugno) sono presenti al 50% i grandi cantieri (Fipa e Sanlorenzo tramite la controllante Flyopen) e con l’altra metà i costruttori edili. Un mix, presente anche nelle altre cordate (con la notevole eccezione di Azimut-Benetti, che corre da sola) che Varia spiega così: «Servono entrambe le competenze: i cantieri per quanto riguarda la congruità delle tariffe per i posti barca da applicare, gli edili per valutare la congruità del computo metrico del progetto».
In altre parole: chi meglio dei costruttori può valutare quanti soldi servono per costruire le opere previste nel grande progetto per il nuovo porto? E chi meglio dei cantieri può valutare quali siano le tariffe da applicare in base ai servizi e alla struttura svolta? Se le domande sono retoriche, non altrettanto si può dire delle risposte, che saranno condensate nel piano industriale e nell’offerta economica che tutte le cordate dovranno presentare entro il 15 settembre. «Quando avremo in mano il materiale sulla Viareggio Porto - spiega Varia - potremo valutare quale, secondo noi, può essere il valore effettivo della quota della società». Che - lo ricordiamo - ammonta al 48,51% del capitale azionario ma può arrivare alla totalità nel caso che il Comune decida di vendere anche la sua parte. E, nel caso di questa “privatizzazione”, il socio di minoranza avrà diritto di prelazione. Scenari futuribili, in ogni caso. Scenari che, per la società guidata da Varia, sono legati alla presentazione dell’offerta: «Valuteremo se saremo in grado di fare l’offerta».
Varia non nasconde che giudica i valori apparsi negli ultimi giorni (18 milioni di euro per tutta la società, poco meno di 9 milioni per il pacchetto destinato ai privati) «un po’ fuori dal seminato». Così come ritiene «limitativo» il limite dei 5 anni per vendere le azioni. Ma ciò non cancella il fatto che l’operazione-porto è un “boccone” troppo ghiotto perché i gruppi versiliesi rimanessero fuori dalla partita.
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