Il Tirreno

Sanremo vieta l’AI, ma come si capisce se una canzone è sintetica?

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(Adnkronos) - Il nuovo regolamento del Festival di Sanremo introduce una novità: l’intelligenza artificiale non può "sostituire o alterare il contributo creativo" di autori e artisti. Ma come si fa oggi a far rispettare questa regola? Una canzone non arriva con scritto sopra "made by AI". Può essere suonata in studio da musicisti veri, sfornata in pochi secondi da un'app come Suno, o trovarsi in una zona grigia: basi campionate, arrangiamenti suggeriti dal software e poi risuonati, fino alla melodia concepita dall’algoritmo ma reincisa da umani. Scoprire chi ha fatto cosa è diventato il lavoro di una nuova disciplina: l'analisi forense dell'audio digitale, ovvero la caccia alle impronte lasciate dall’intelligenza artificiale dentro la musica. Aurelien Herault, Chief Innovations Officer di Deezer, una delle più avanzate piattaforme di streaming musicali, ha spiegato all'Adnkronos che sui brani fatti interamente al computer i sistemi sono molto precisi. "Se la canzone è il risultato di un prompt su una piattaforma di AI generativa come Suno, siamo certi al 99,8% di essere in grado di identificarla come AI e persino di stabilire quale versione sia stata utilizzata", dice Herault. Il sistema funziona anche per i brani misti: "Se alcune parti di una traccia sono state originariamente create da una persona, ma la versione finale è stata renderizzata attraverso una piattaforma di AI generativa, dovremmo comunque riuscire a determinare che è stata utilizzata l’AI". Il software di Deezer va a caccia di "artefatti": difetti audio microscopici che l'orecchio non sente, ma che le macchine lasciano invariabilmente nel file. "Questi artefatti sono un segnale forte per identificare le tracce generate dall’AI", dice Herault. E aggiunge: "Poiché sono specifici di ciascun modello generativo, il nostro strumento può anche identificare quale particolare modello AI sia stato utilizzato". Le cose si complicano quando l'AI fa solo un pezzo del lavoro. Se un software inventa una melodia, ma poi un musicista se la appunta e la fa suonare a un'orchestra, di quel software nel master non c'è più traccia. Lo stesso vale se ChatGPT scrive un testo che poi viene cantato da un umano in studio. "Se si tratta realmente di una traccia ibrida, con alcuni elementi creati con l’AI e altri realizzati da esseri umani, e la versione finale viene assemblata da una persona, diventa immediatamente più difficile trarre conclusioni con certezza", ammette Herault. Le tracce ibride per Deezer sono oggi "un campo di ricerca", ma mancano ancora conclusioni definitive. È il limite più grosso per i controlli dell'Ariston. Trovare l’AI dentro una canzone finita è una cosa, dimostrare che è stata usata per idearla a monte è un’altra. Invece di analizzare la canzone alla fine, si può chiedere al programma di metterci una firma invisibile fin dall'inizio. È la tecnica del watermarking. Google DeepMind, ad esempio, ha creato SynthID, che nasconde un segnale digitale impercettibile direttamente dentro l'audio. Non è una riga di testo nei dati del file (facile da cancellare), ma sta dentro il suono e resiste a tagli e modifiche. Se Deezer cerca le tracce lasciate per sbaglio dal calcolo, il watermark ce le mette apposta per farsi riconoscere. Le due tecnologie, quindi, si completano a vicenda. Il watermark funziona però solo se chi crea il programma decide di usarlo. Se qualcuno usa un software open source modificato per non lasciare tracce, il sistema salta. Per questo l'industria punta oggi sulla provenance: ricostruire la storia digitale del file. Si usano standard come il C2PA, un registro inalterabile che dice come è nata l'opera e che modifiche ha subito. Una "carta d'identità" digitale che viaggia con la canzone. Per far rispettare la regola di Sanremo, servirà un sistema a più livelli. Più che chiedere a un algoritmo "È AI oppure no?", i controlli dovrebbero incrociare più dati: dichiarazioni degli autori, ricerca di watermark, analisi forense e, nei casi sospetti, l'esame dei materiali di produzione originali (demo, stems, versioni intermedie). Resta il nodo legale: un algoritmo che segnala un'alta probabilità di traccia sintetica è un ottimo campanello d'allarme, ma considerarlo una prova sufficiente per escludere un concorrente è tutta un'altra storia. Il problema ha un'urgenza numerica. "Abbiamo già raggiunto il punto in cui le tracce generate dall’AI rappresentano più del 50% delle consegne giornaliere a Deezer nei giorni di picco", racconta Herault. "Vale per noi ma anche per le altre app, visto che queste consegne sono 'distribuite' anche alle altre piattaforme". Eppure, a questa montagna di upload non corrisponde un successo di pubblico. La musica interamente sintetica genera tra l'1% e il 3% degli stream totali, e circa l'85% di questi ascolti è fraudolento (fatto da bot). Solo lo 0,5% sono stream di umani che ascoltano canzoni sintetiche, ci dice Deezer. Per arginare il fenomeno, la piattaforma ha iniziato a etichettare questi brani e a escluderli dalle playlist algoritmiche ed editoriali. L'AI, così prevede Herault, non cancellerà i musicisti. "È molto probabile che vedremo sempre più artisti utilizzare l’AI nel loro processo creativo", ma secondo lui è improbabile che la musica fatta solo da macchine conquisti fette rilevanti di mercato. "Le persone vorranno continuare a essere connesse con gli artisti che creano la loro musica preferita, anche andando a vederli dal vivo", osserva il manager. Un concerto - pensiamo al tour degli Oasis che in queste ore porta centinaia di migliaia di persone ad aggiornare la propria casella mail nella speranza di veder apparire un codice per l'acquisto - richiede artisti veri, che sappiano suonare sul palco, o non varrebbe i soldi del biglietto. Resta il dilemma con cui dovrà fare i conti Stefano De Martino, direttore artistico del Festival della Canzone Italiana, ma anche gli Amici della Domenica che assegnano il premio Strega o l'Academy hollywoodiana: quanta macchina ci può essere dentro un'opera creativa per continuare a essere considerata umana?

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