Giacomo Sanavio: «Per la crisi dell’agricoltura non bastano le mance: filiere forti, prezzi equi e una politica all’altezza delle sfide»
Il punto di vista del portavoce dei Distretti biologici toscani: «Quale futuro può avere un agricoltore che produce meglio, ma non riesce a programmare gli investimenti e subisce prezzi che non è in grado di governare?»
Le proteste degli ultimi giorni in Italia riportano al centro la crisi dell’agricoltura e le difficoltà di chi lavora la terra. Giacomo Sanavio, portavoce dei Distretti biologici toscani, interviene sulle cause della crisi e sulle sfide per il futuro del settore
Le manifestazioni degli agricoltori, anche in Toscana, riportano al centro una crisi che non può essere affrontata con risposte emergenziali, contributi occasionali o accordi che distribuiscono risorse senza intervenire sulle cause strutturali. Con le mance non si risolvono i problemi dell’agricoltura. Servono scelte politiche, investimenti e una redistribuzione del potere economico lungo le filiere.
Il problema non riguarda soltanto l’aumento dei costi di produzione, il prezzo dell’energia o il peso degli adempimenti burocratici. Riguarda soprattutto chi controlla il mercato, chi determina i prezzi e chi trattiene il valore generato dal lavoro agricolo.
Dalle imprese competitive alle filiere competitive
Per anni abbiamo chiesto alle aziende agricole di diventare più efficienti, senza affrontare con altrettanta determinazione il funzionamento economico delle filiere. A cosa serve aumentare la produttività se il valore aggiunto viene catturato da altri soggetti? Quale futuro può avere un agricoltore che produce meglio, ma non riesce a programmare gli investimenti e subisce prezzi che non è in grado di governare? La competitività non si misura soltanto nella capacità delle singole imprese di ridurre i costi, ma anche nella capacità delle filiere di generare valore e distribuirlo equamente. La priorità politica deve essere rafforzare il potere contrattuale dei produttori primari: aggregare l’offerta, sostenere cooperative e organizzazioni di produttori realmente partecipate dagli agricoltori, promuovere contratti di filiera trasparenti, rendere verificabili i meccanismi di formazione dei prezzi e contrastare le pratiche commerciali sleali. Occorre investire nella trasformazione, nella conservazione, nella logistica e nella commercializzazione, affinché i produttori non siano costretti a cedere ad altri il controllo delle fasi più redditizie. Non si tratta di escludere trasformatori e distributori, ma di superare rapporti di forza che troppo spesso penalizzano chi produce. La politica deve smettere di limitarsi a compensare le perdite degli agricoltori e cominciare a intervenire sulle cause economiche che le determinano.
Il biologico: la sostenibilità deve essere anche economica
L’andamento delle conversioni al biologico offre un segnale significativo. Se le nuove conversioni diminuiscono mentre le superfici complessive rimangono stabili, dobbiamo interrogarci sulle condizioni che frenano le imprese. Convertirsi al biologico richiede investimenti e comporta una fase iniziale delicata: durante il periodo di conversione, l’azienda deve adeguare le proprie pratiche produttive senza poter ancora commercializzare i prodotti come biologici. I premi pubblici contribuiscono a compensare questi oneri, ma l’incertezza sulle risorse della PAC dopo il 2027 e sulle prospettive di mercato può scoraggiare nuove adesioni. A questo si aggiungono costi energetici e mezzi tecnici più cari, oscillazioni dei mercati e prezzi spesso insufficienti a remunerare il lavoro agricolo. A soffrire maggiormente sono le imprese prive di filiere organizzate e di un adeguato potere negoziale. Non possiamo chiedere agli agricoltori di investire nella sostenibilità lasciando interamente a loro i costi e i rischi della transizione. La risposta non è tornare indietro, ma rendere economicamente sostenibile il cambiamento. Servono sostegni programmabili, assistenza tecnica e investimenti, ma anche filiere capaci di valorizzare concretamente le produzioni biologiche. La sostenibilità non può dipendere soltanto da incentivi temporanei: deve diventare una componente economicamente solida del nostro sistema agroalimentare.
Le risorse pubbliche devono costruire futuro
I finanziamenti pubblici sono indispensabili, ma devono produrre cambiamenti strutturali. Servono investimenti per l’innovazione, la gestione efficiente dell’acqua, la transizione energetica, la trasformazione dei prodotti, la logistica e l’adattamento climatico. Servono, soprattutto, strumenti capaci di collegare gli investimenti aziendali a strategie condivise di sviluppo. In Toscana, il CSR 2023-2027 offre opportunità che devono essere utilizzate con una visione integrata. I Progetti Integrati di Distretto, ad esempio, possono mettere in relazione imprese agricole, trasformatori, cooperative, enti locali e altri soggetti territoriali, sostenendo filiere come quelle cerealicola, vitivinicola e olivicola, rafforzando le infrastrutture idriche e creando nuove opportunità di mercato. Qui la proposta politica è precisa: la Regione Toscana attivi una programmazione dedicata ai Progetti Integrati di Distretto, con una dotazione finanziaria adeguata, bandi coordinati tra le diverse misure del CSR e criteri di selezione che premino l’integrazione delle filiere, la partecipazione dei produttori e i risultati economici e ambientali attesi. I Distretti devono diventare sedi effettive di co-programmazione territoriale, capaci di raccogliere i fabbisogni delle imprese, costruire progetti condivisi e coordinare gli investimenti con Comuni, Consorzi di Bonifica e altri soggetti pubblici e privati. Non nuovi organismi burocratici, ma strumenti operativi per trasformare le risorse disponibili in sviluppo concreto. Non basta finanziare le singole imprese: bisogna costruire le condizioni affinché possano competere insieme, conquistare mercati e trattenere più valore nei territori.
Una politica agricola comune non può diventare diseguale
C’è poi una questione europea che non possiamo sottovalutare. Una Politica agricola comune formalmente condivisa rischia di diventare progressivamente diseguale nella capacità di sostenere le imprese, se una quota crescente degli interventi dipenderà dalle risorse dei singoli Stati. Le opportunità per agricoltori e territori finirebbero così per dipendere anche dalla diversa capacità fiscale nazionale. Sarebbe un paradosso se gli investimenti più necessari per innovazione, sostenibilità e resilienza fossero condizionati sempre più dalle disponibilità finanziarie dei singoli Paesi. La PAC deve garantire risorse adeguate, condizioni di concorrenza equilibrate e prospettive di lungo periodo. Occorre difendere una politica agricola realmente comune, con finanziamenti europei sufficienti, regole condivise e strumenti capaci di riconoscere le differenze tra sistemi produttivi e territori. L’incertezza sul quadro successivo al 2027 rischia, al contrario, di frenare proprio quegli investimenti che richiedono programmazione pluriennale, comprese le conversioni al biologico.
La domanda da porci non è se dobbiamo salvare tutte le aziende. Dobbiamo salvaguardare il valore che esse producono
Sostenere la diversità agricola non significa difendere ogni impresa indipendentemente dalla sua capacità di stare sul mercato, né considerare automaticamente virtuose le piccole aziende e dannose quelle grandi. Esistono imprese di ogni dimensione capaci di innovare e tutelare l’ambiente, così come aziende che faticano a trovare una prospettiva sostenibile. La questione è comprendere quale valore producano e quanto di quel valore venga riconosciuto dal mercato. Un’azienda che mantiene un pascolo montano, custodisce un oliveto in un’area marginale o assicura la continuità produttiva di un territorio può contribuire alla tutela del paesaggio, della biodiversità e delle risorse naturali, oltre che alla vitalità delle economie locali. Benefici che non sempre trovano un’adeguata remunerazione nel prezzo dei prodotti. Il sostegno pubblico deve riconoscere queste funzioni sulla base dei risultati e dei servizi effettivamente generati, senza cristallizzare gli squilibri esistenti. L’urgenza è evitare di perdere il valore economico, ambientale e sociale che l’agricoltura produce per la nostra società.
Il giusto prezzo non può essere un appello morale
Non possiamo chiedere ai consumatori semplicemente di pagare di più per solidarietà verso gli agricoltori. Dobbiamo rendere comprensibili la qualità dei prodotti, i costi di produzione e i meccanismi attraverso i quali il prezzo si forma e il valore viene distribuito. Il giusto prezzo deve nascere da un sistema più trasparente ed equilibrato, nel quale produttori, trasformatori, distributori e consumatori possano costruire relazioni più solide. È una delle sfide dell’economia civile applicata all’agricoltura: non limitarsi a redistribuire il valore una volta prodotto, ma cambiare le relazioni economiche attraverso le quali viene creato e riconosciuto.
La sfida politica è cambiare le condizioni della crisi
Le manifestazioni degli agricoltori meritano risposte concrete, ma non possono esaurirsi in accordi temporanei, compensazioni o promesse di nuove risorse. Occorre una strategia nazionale ed europea che restituisca redditività alle imprese attraverso una maggiore capacità di incidere sul mercato, sostenga gli investimenti e riconosca il valore dei servizi ambientali e sociali prodotti dall’agricoltura. Alla Regione Toscana chiediamo di attivare una politica strutturata di sostegno ai Progetti Integrati di Distretto, coordinando le risorse del CSR e premiando la costruzione di filiere più solide. Al Governo chiediamo di intervenire sugli squilibri contrattuali, sulla trasparenza dei prezzi e sulla tutela del reddito agricolo. All’Unione europea chiediamo di garantire una PAC adeguatamente finanziata, stabile e realmente comune. Non servono altre misure tampone, ma una precisa scelta politica: spostare il baricentro dell’intervento pubblico dall’assistenza alle imprese in difficoltà alla costruzione di un sistema agricolo più forte, equo e autonomo sul mercato.
Non abbiamo bisogno soltanto di un’agricoltura che produca di più. Abbiamo bisogno di un’agricoltura che trattenga più valore nei territori, riconosca dignità economica al lavoro dei produttori e renda compatibili redditività, sostenibilità e innovazione. Questa è la responsabilità delle istituzioni: non distribuire risorse per contenere la protesta, ma cambiare le condizioni che la rendono necessaria, garantendo un futuro all’agricoltura e alle comunità rurali, comprese quelle delle aree interne.
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