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La crisi dei bar in Toscana: 801 chiusure in sei anni. I motivi? C’è un modello che non funziona più

di Manolo Morandini
La crisi dei bar in Toscana: 801 chiusure in sei anni. I motivi? C’è un modello che non funziona più

Nella provincia di Pistoia il dato toscano più pesante. Il presidente Fiepet Toscana Brogi: «I dati forniti sono abbastanza drammatici perché i bar sembravano un investimento sicuro»

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Imprese, servizi, spazi sociali. Tirando le somme, la crisi dei bar in Toscana ha una dimensione che va oltre la saracinesca abbassata. In sei anni, tra il 2019 e il 2025, sono 801 quelli che hanno chiuso: il 17,6 per cento. E quelle luci spente per il territorio sono una ricchezza perduta di circa 240 milioni di euro, tra mancati consumi, minore occupazione e riduzione del gettito fiscale. Queste le voci messe in fila da Confesercenti nell’ambito dell’iniziativa nazionale sulla desertificazione commerciale. Non va meglio a livello nazionale dove la media delle attività cessate si attesta nello stesso periodo al 14,2 per cento.

«Un bar è un’impresa che crea lavoro e offre un servizio». È questa l’ottica suggerita da Nico Gronchi, presidente nazionale di Confesercenti. «Ma è anche uno dei luoghi più semplici e accessibili in cui le persone si incontrano – prosegue –. Vale per il piccolo comune, dove può essere un punto di riferimento per tutti, e vale per il quartiere di una grande città. Quando questi luoghi vengono meno, le strade sono meno frequentate e le città diventano più spente e meno sicure».

Il trend

Tra il 2019 e il 2025 in Toscana i bar sono diminuiti da 4.555 a 3.574, con ben 801 chiusure, secondo l’elaborazione di Confesercenti sui dati delle Camere di commercio. È un’emorragia silenziosa. Quando scompare un locale di vicinato, viene meno anche uno spazio accessibile di incontro: il posto dove fermarsi senza organizzare nulla, riconoscere un volto, scambiare una notizia.

Nella provincia di Pistoia il dato toscano più pesante: il 28,6% dei bar ha cessato l’attività. In terra pisana il 22,5% e in quella aretina il 22,3%. In numeri assoluti è Firenze a guidare questa classifica in negativo: nel periodo considerato sono state 254 le imprese che hanno chiuso, pari al 18,5%. Nel senese ci si attesta al 16,8%, in provincia di Lucca la flessione è del 16,4% mentre in quella di Livorno, dove si è passati da 475 a 405 bar, ci si attesta al -14,8%. Analoga la flessione a Massa-Carrara: -14,5%, pari a 75 attività in meno. A Grosseto il saldo negativo è di 38 imprese, pari al 13,9%, mentre a Prato ci si è fermati al -9,7%.

L’analisi

Le chiusure di bar sono un fenomeno generato da diversi fattori. «Il brusco calo registrato rileva una criticità strutturale che va a intaccare un punto di riferimento importante per la vita sociale quotidiana e la vitalità delle comunità locali – sostiene Franco Brogi, presidente regionale Fiepet Confesercenti Toscana –. I dati forniti sono abbastanza drammatici perché i bar sembravano un investimento sicuro e invece si è scoperto che sono in crisi profonda».

C’è più di una chiave di lettura, ma è innegabile l’arretramento di quelli che nel tempo sono stati punti d’incontro radicati nella vita quotidiana delle comunità. «La crisi dei bar è sintomatica di un modello italiano in crisi – prosegue Brogi –, perché il bar di quartiere è un presidio di socialità e di sicurezza per le nostre città e i nostri quartieri, e si va a perdere una delle nostre identità». Ma c’è dell’altro. «I cambiamenti negli stili di vita nel periodo post Covid con l’affermazione dello smart working e il minor spostamento da casa per diverse categorie di lavoratori e intere aziende, hanno travolto molte attività che si sostenevano con i pranzi dei pendolari e degli impiegati».

Per contrastare la desertificazione commerciale, Confesercenti ha lanciato la proposta di legge di iniziativa popolare “Misure per la rigenerazione urbana del commercio e dei servizi di prossimità” finalizzata proprio a promuovere interventi concreti a tutela del tessuto urbano e commerciale. «L’appello è quello di firmare la nostra raccolta firme per la legge sulla riqualificazione urbana, sperando – conclude Brogi – di sensibilizzare anche la parte politica».

La sfida

Il dato di una crisi che si è fatta strutturale nasconde dell’altro. L’aumento dei costi ha reso più difficile sia gestire un bar che frequentarlo. Tra i fattori indicati da Confesercenti ci sono innanzitutto l’aumento dei costi di gestione, a partire da energia e materie prime, affitto e personale, ma anche la riduzione del potere di acquisto delle famiglie. Aspetti che finiscono per comprimere i margini di guadagno.

Il modello del bar puro, caffè, brioche, aperitivo, scontrino medio sotto i 5 euro, imprenditore al banco dieci ore al giorno, è precipitato in una crisi strutturale. Per un bar la sfida è mantenere sostenibile il servizio senza perdere quella frequentazione abituale sulla quale si costruiscono ricavi e relazioni.

I ricavi si basano su un numero elevato di consumazioni a basso prezzo e la vera sfida è trovare il modo per rimanere aperti senza stravolgere la propria attività. C’è chi ci prova aggiungendo servizi che ne fanno un punto di riferimento per il territorio. E chi smette di essere bar perché ha iniziato a fare anche cucina. Aggiunge un servizio migrando su un diverso codice Ateco – la combinazione alfanumerica per classificare le ditte e le attività ai fini statistici – rispetto al bar. 
 

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