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L'analisi

Studenti stranieri, in Toscana il muro del 30% si scontra con la realtà: più di un istituto su 10 supera la soglia

di Libero Red Dolce

	Alcuni studenti in classe durante una lezione
Alcuni studenti in classe durante una lezione

Nella regione gli alunni con cittadinanza non italiana sono il 20,3% nella primaria, il 18,7% nella secondaria di primo grado e il 13,6% nella secondaria di secondo grado: i dati e le possibili conseguenze

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Giorgia Meloni è partita domenica con l’annuncio di un «provvedimento che introduce per legge il numero massimo di studenti stranieri per classe». Parole volutamente vaghe, a effetto, che per dare una misura coinvolgerebbero quasi 68mila studentesse e studenti (dati più aggiornati al 2024/25) in Toscana. Passano 24 ore e si fanno circolare, ufficiosamente, le precisazioni: saranno esclusi quelli con passaporto Ue (protetti dal diritto comunitario) e quelli di seconda generazione che hanno una buona conoscenza dell’italiano. Si vedrà in Consiglio dei ministri. Intanto è arrivato un messaggio preciso. E non da un’autorità qualsiasi. A scuola ci sono due gruppi: gli italiani e, poi, gli stranieri.

Prendiamo dunque per buona l’unica dichiarazione ufficiale rilasciata dal governo, ovvero le parole di Meloni - «non esiste che in una classe i bambini italiani possano diventare una minoranza» - e caliamola nella realtà. In quella della Toscana dove, come in gran parte delle regioni del centro-nord, il limite del 30% degli studenti stranieri per classi viene superato con più frequenza nelle scuole.

I dati del ministero dell’Istruzione permettono di fotografare la presenza degli alunni con cittadinanza non italiana nelle singole scuole toscane. Nelle prime trenta per incidenza, la quota varia dal 90% al 52,5%. Percentuali da leggere però anche alla luce delle dimensioni degli istituti: in alcuni casi si tratta di scuole con pochi iscritti. Serve una precisazione sulle parole. Nei dati ministeriali “straniero” non significa necessariamente nato all’estero, né identifica l’origine familiare. La categoria statistica utilizzata è quella degli alunni con cittadinanza non italiana. Dentro ci sono quindi anche ragazzi nati in Italia che non hanno la cittadinanza italiana, mentre un bambino nato all’estero ma cittadino italiano viene conteggiato tra gli italiani. È una distinzione tutt’altro che marginale, soprattutto quando si parla di seconde generazioni.

La geografia racconta una Toscana molto disomogenea. La provincia dove la concentrazione è più evidente è Prato: il 42,9% delle scuole superano il 30% di alunni con cittadinanza non italiana. Poi Grosseto (22,9%), Firenze (12,8%), Pistoia (11,5%), Pisa (10,4%), Siena, (9%), Arezzo, (8,6%), Lucca, (7,9%), Livorno (6,5%) e Massa-Carrara (5%). Secondo questo dato, che non tiene conto degli istituti carcerari, il 12,4% di scuole toscane supera la famigerata soglia del 30%.

Analizzare le zone per l’educazione e l’istruzione rende ancora più evidente quanto il territorio conti. Qui il dato non misura quante scuole oltrepassano una soglia, ma quanti studenti dell’intera zona hanno cittadinanza non italiana. L’Amiata grossetana, per esempio, arriva al 36,2%, mentre la l’area pratese è al 29,9%. Il confronto è interessante proprio perché una quota elevata di scuole sopra il 30% non coincide necessariamente con una quota altrettanto elevata di studenti: pesano le dimensioni degli istituti e la loro distribuzione sul territorio.

E la concentrazione maggiore si trova soprattutto nei gradi iniziali: in Toscana gli alunni con cittadinanza non italiana sono il 20,3% nella primaria, il 18,7% nella secondaria di primo grado e il 13,6% nella secondaria di secondo grado. Un problema in chiave futura. Secondo Istat, nel 2024 le donne con cittadinanza straniera hanno avuto in media 1,79 figli, contro 1,11 delle italiane. Il tetto non nasce oggi, ma era previsto già da una circolare ministeriale di due anni fa. Ma una circolare è un atto amministrativo di indirizzo, non una legge: il 30% non è diventato un meccanismo rigido capace di redistribuire automaticamente gli alunni. Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi, spiega: «Le scuole devono innanzitutto accogliere gli alunni del territorio». Se in un quartiere la presenza di famiglie straniere è maggioritaria, osserva, è difficile imporre un limite senza intervenire concretamente sulla distribuzione degli iscritti.

Perché alla fine la concentrazione non nasce dentro le classi: nasce nei quartieri, nelle case, nei flussi migratori, nella composizione demografica dei territori. E se si decidesse davvero di applicare un tetto rigido, la domanda sarebbe inevitabile: si procederà con gli scambi tra studenti italiani e stranieri laddove le quote risultano troppo alte? E al posto della ricreazione, spazio alla transumanza degli alunni.


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