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Pensioni, le novità allo studio per il 2027: si punta all’uscita a 64 anni e a un assegno più alto per le minime

di Redazione web

	Un sede Inps
Un sede Inps

Dalla proroga dell’Ape Sociale al possibile ricalcolo contributivo, fino all’ipotesi di aumentare gli assegni più bassi: le misure ancora in discussione per la prossima manovra

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Dalla possibile uscita dal lavoro a 64 anni all’intervento sulle pensioni minime, passando per l’ipotesi di una sorta di conto previdenziale aperto alla nascita e finanziato dallo Stato. In vista della legge di Bilancio 2027, il capitolo pensioni è già al centro del confronto politico, anche se molte delle proposte sul tavolo devono ancora trasformarsi in misure concrete.

Il primo elemento da considerare riguarda però le regole già previste: senza nuovi interventi, dal 2027 aumenteranno i requisiti necessari per andare in pensione.

Un appuntamento importante per capire quali margini finanziari avrà il governo arriverà martedì 22 settembre, con la diffusione da parte dell’Istat dei dati aggiornati sul Pil e sull’indebitamento delle amministrazioni pubbliche relativi al 2025.

Nel 2027 aumenta l’età per la pensione di vecchiaia

Il calendario degli incrementi è stato definito dalla legge di Bilancio 2026. Per la pensione di vecchiaia, il requisito ordinario salirà dagli attuali 67 anni a 67 anni e un mese nel 2027. Un ulteriore aumento è previsto nel 2028, quando saranno necessari 67 anni e tre mesi.

La stretta riguarderà anche la pensione anticipata ordinaria. Dal prossimo anno serviranno 42 anni e 11 mesi di contributi agli uomini e 41 anni e 11 mesi alle donne. Nel 2028 i requisiti saliranno ancora, rispettivamente a 43 anni e un mese e 42 anni e un mese.

Restano previste deroghe per alcune categorie di lavoratori impegnati in attività gravose, usuranti o particolarmente pesanti.

Proprio sull’aumento automatico dei requisiti legato all’andamento della speranza di vita si concentra una parte del confronto politico. Pd, M5S e Avs hanno chiesto di bloccare gli incrementi e di modificare il meccanismo attualmente previsto.

Ape Sociale, la proroga è da decidere

Un altro dossier riguarda l’Ape Sociale, la cui attuale proroga termina il 31 dicembre 2026.

La misura permette ad alcune categorie di lavoratori in condizioni di particolare difficoltà di lasciare il lavoro a partire da 63 anni e cinque mesi, rispettando determinati requisiti contributivi.

Tra i potenziali beneficiari ci sono disoccupati, caregiver, persone con un’invalidità civile almeno del 74% e lavoratori impegnati in attività gravose. L’indennità viene riconosciuta fino al raggiungimento della pensione e può arrivare a un massimo di 1.500 euro lordi al mese.

Se non arriverà una nuova proroga, quindi, il canale non sarà più disponibile dal 2027.

Non sono invece state prorogate dalla legge di Bilancio 2026, per chi maturerà successivamente i requisiti, Quota 103 e Opzione Donna.

Pensione a 64 anni, la proposta della Lega

Tra le ipotesi che potrebbero entrare nel confronto sulla prossima manovra c’è quella sostenuta dalla Lega e illustrata dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon.

L'obiettivo è estendere la possibilità di uscire dal lavoro intorno ai 64 anni anche a chi rientra nel sistema pensionistico misto, quindi ai lavoratori che hanno contributi versati anche prima del 1996.

L’accesso sarebbe però legato a una condizione precisa: il lavoratore dovrebbe accettare il ricalcolo dell’intera pensione con il sistema contributivo.

Attualmente la possibilità di uscire a 64 anni riguarda chi è completamente inserito nel sistema contributivo. Fino al 2026 sono richiesti 64 anni di età, almeno 20 anni di contribuzione effettiva e il raggiungimento di una determinata soglia minima dell’importo pensionistico. Dal 2027 anche questi requisiti saranno interessati dall’aumento di un mese.

La proposta per estendere il meccanismo ai lavoratori del sistema misto è ancora in fase di definizione. Durigon, il 17 settembre, ha spiegato che si sta valutando anche un abbassamento della soglia economica necessaria per accedere alla pensione. È ancora da stabilire, invece, il requisito contributivo: tra le ipotesi emerse c’è quella di 25 anni di contributi.

Secondo le stime illustrate dal sottosegretario, la misura potrebbe coinvolgere circa 80 mila persone nel primo anno e 180 mila nell’arco di tre anni, con un costo complessivo vicino ai 5 miliardi di euro nel triennio.

Il ricalcolo può ridurre l’assegno

La possibilità di anticipare l’uscita avrebbe però una conseguenza sull’importo della pensione: il passaggio al metodo contributivo per l’intera carriera può infatti determinare un assegno più basso rispetto al calcolo misto.

Una simulazione realizzata dalla Cgil su un lavoratore con 40 anni di contributi e una retribuzione annua di 35 mila euro stima un assegno mensile che passerebbe da circa 1.726 a 1.543 euro, con una riduzione del 10,6%.

Si tratta, va precisato, di una simulazione sindacale riferita a uno specifico profilo e non di una percentuale di riduzione valida automaticamente per tutti.

Un conto previdenziale finanziato dallo Stato fin dalla nascita

Sul tavolo c’è anche una proposta che guarda molto più avanti nel tempo ed è stata avanzata dal presidente dell’Inps Gabriele Fava.

L’idea è creare per ogni nuovo nato una sorta di posizione previdenziale individuale, alimentata inizialmente dallo Stato e destinata a crescere nel corso degli anni attraverso la capitalizzazione.

Fava ha ipotizzato un contributo pubblico di almeno mille euro all’anno per ogni bambino. Considerando circa 355 mila nascite ogni anno, l’impegno per lo Stato sarebbe nell’ordine di 355 milioni di euro l’anno per ciascuna generazione interessata.

Nel corso della vita potrebbero poi aggiungersi ulteriori versamenti. Al momento, però, si tratta esclusivamente di una proposta e non di una misura già inserita nella legge di Bilancio.

Pensioni minime, Forza Italia punta a 800-850 euro

Un altro fronte riguarda gli assegni più bassi. Forza Italia ha rilanciato la proposta di aumentare progressivamente le pensioni minime.

Per il 2026 il trattamento minimo Inps è pari a 611,85 euro al mese come importo base, dopo la rivalutazione dell’1,4%.

L’obiettivo indicato dagli esponenti di Forza Italia è portare gradualmente le pensioni più basse verso una fascia compresa tra 800 e 850 euro netti mensili.

Il deputato Giorgio Mulè ha quantificato in circa 450 milioni di euro il costo stimato per portare l’importo a 800 euro, interessando una platea superiore a 1,1 milioni di pensionati. Per arrivare invece a circa 850 euro, l’impegno potrebbe salire fino a un miliardo di euro.

Anche in questo caso, tuttavia, si tratta di un obiettivo politico ancora da tradurre in una norma definitiva, con una platea precisa e coperture finanziarie da individuare.

Tfs dei dipendenti pubblici, resta il nodo dei tempi

Rimane infine aperta la questione del Tfs dei dipendenti pubblici.

La legge di Bilancio 2026 ha già previsto, per alcune cessazioni dal servizio con requisiti maturati dal 2027, una riduzione da 12 a 9 mesi del periodo previsto per il pagamento.

Sul tema è intervenuta anche la Corte costituzionale, che ha nuovamente sollecitato il legislatore a rivedere complessivamente la disciplina relativa ai tempi di liquidazione del trattamento di fine servizio.

L’esame della questione è stato rinviato al 14 gennaio 2027

Per la legge di Bilancio 2027, dunque, il capitolo previdenziale si presenta particolarmente ampio: da una parte ci sono aumenti dei requisiti già programmati, dall’altra diverse proposte per anticipare l’uscita dal lavoro, aumentare gli assegni più bassi e costruire nuovi strumenti di previdenza. Il nodo centrale sarà quello delle risorse disponibili e delle coperture finanziarie, che dovranno accompagnare ogni eventuale intervento.

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