È morto Sandro Mazzola, addio al bambino di Superga diventato mito del pallone e leggenda dell’Inter
La scomparsa dell’ex fuoriclasse nerazzurro chiude una delle storie più luminose del calcio italiano: un campione che ha attraversato epoche, rivoluzionato il gioco e lasciato un’eredità che continua a parlare a generazioni di tifosi
La notizia è di quelle che scuote il mondo del pallone. Lasciandolo senza una delle sue firme più eleganti. Una bandiera eterna. È morto Sandro Mazzola. Un uomo che ha attraversato il calcio. Nella tarda serata di venerdì 18 settembre ha raggiunto in cielo papà Valentino e il fratello Ferruccio, riunendosi idealmente alla Grande Inter che lo aveva consacrato. Il mondo del calcio perde un protagonista assoluto; l’Italia una delle sue bandiere più riconoscibili: 17 stagioni in nerazzurro, 11 da dirigente, 70 presenze e 22 gol in Nazionale.
Dalla tragedia di Superga alla maglia dell’Inter
Sandro ha appena sei anni quando la tragedia di Superga porta via Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino. Ferruccio, il fratello minore, ne ha tre. A prendersi cura di quei due bambini spaesati è Benito Lorenzi, il “Veleno” dell’Inter, che li porta spesso a San Siro e li fa diventare le mascotte della squadra. Il presidente Masseroni arriva perfino a riconoscere loro un premio partita: 5.000 lire per la vittoria, 2.500 per il pareggio. A 15 anni Sandrino entra nel vivaio nerazzurro, dove trova un maestro d’eccezione: Peppino Meazza, che lo educa sui campi di Rogoredo. Helenio Herrera, dalla prima squadra, lo osserva e lo provoca con il suo celebre grammelot: «Gran giugador el padre. Vederemo te».
L’esordio tra interrogazioni e polemiche
Il debutto in Serie A arriva in circostanze surreali. È il 10 giugno 1961: la ripetizione di Juve‑Inter, partita scudetto sospesa per invasione di pubblico. Mazzola quella mattina ha tre interrogazioni a scuola – inglese, tecnica bancaria ed economia politica – e un taxi lo porta di corsa da Milano a Torino. Prima della gara, Giampiero Boniperti gli stringe la mano: «Ho giocato con tuo padre. Era il più forte di tutti». E dopo il match, nonostante il 9‑1 inflitto ai ragazzini nerazzurri, aggiunge: «Sei degno di lui». Sandro segna su rigore e conquista tutti.
La nascita della Grande Inter
Dal 1962‑63 Herrera lo inserisce stabilmente in prima squadra. In un sistema costruito per difendere e ripartire, Mazzola diventa il terminale perfetto: rapido, tecnico, famelico di profondità. Il primo grande trionfo arriva il 27 maggio 1964, nella notte del Prater: Coppa dei Campioni contro il Real Madrid. Segna due gol, riceve la maglia numero 10 di Puskas e ascolta parole che lo accompagneranno per tutta la vita: «Sei degno di tuo padre». Con Facchetti forma una coppia simbolo: due ragazzi al galoppo, specchio del Mago. Anche quando la fascia di capitano passa al Baffo e i rapporti si incrinano, un chiarimento riporta la serenità.
Coppe Intercontinentali, serpentine e leggenda
Mazzola segna anche nella finale contro l’Independiente che vale la prima Coppa Intercontinentale. Nella successiva Coppa dei Campioni è decisivo a Liverpool (1‑3) e protagonista nella rimonta di San Siro (3‑0). Il gol più iconico arriva nel 1966‑67 contro il Vasas Budapest: una serpentina infinita, cinque avversari saltati, il portiere superato, il pubblico che urla «Tira!». Da allora, nel Dizionario del Calcio, alla voce serpentina c’è il suo nome. Secondo dietro Cruijff nel Pallone d’Oro ’71, è l’unico italiano ad aver vinto la classifica cannonieri della Coppa dei Campioni e ad aver segnato in due finali.
La Nazionale e la staffetta con Rivera
Debutta in azzurro a 20 anni contro il Brasile di Pelé, segnando su rigore. Vince l’Europeo del ’68. Ma la sua storia in Nazionale viene spesso raccontata attraverso la staffetta messicana con Gianni Rivera, che lo relega a sei minuti nella finale del Mondiale 1970. Rivali cordiali per quasi vent’anni, erano mondi opposti: Rivera, volto da rotocalco; Mazzola, sposato giovanissimo con Graziella, tre figli, vita riservata. L’ultima partita della sua carriera è proprio contro Rivera: finale di Coppa Italia, 3 luglio 1977, Milan‑Inter 2‑0. Esce citando Dante: «Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole…».
Il dirigente, il commentatore, l’uomo di calcio
Dopo il ritiro, Mazzola torna due volte da dirigente dell’Inter. È tra gli artefici dell’arrivo di Ronaldo e Recoba alla Pinetina. Sfiora colpi epocali come Platini e Falcao, sfumati per decisioni altrui. Lavora anche per Genoa e Torino, poi diventa una voce televisiva riconoscibile e apprezzata. La Beneamata oggi piange uno dei suoi amori più profondi. Un uomo che ha attraversato il calcio con la grazia dei campioni e la tenacia dei ragazzi cresciuti troppo in fretta.
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