Economia
Dieci anni senza Carlo Azegio Ciampi: così coltivò l’unità nazionale e ne valorizzò i simboli
Principio assicurato dalla Carta, espresso dal capo dello Stato è essenziale perché ci sia una sana competizione politica
A dieci anni dalla sua scomparsa, la Presidenza Ciampi rimane un essenziale riferimento per coltivare quel valore dell’unità nazionale, assicurato dalla Costituzione ed espresso dalla stessa figura del Presidente della Repubblica, che è essenziale perché possa poi svilupparsi una sana contrapposizione politica.
Carlo Azeglio Ciampi fu eletto Presidente della Repubblica, il 13 maggio 1999, al primo scrutinio, con il voto di 707 dei 1010 elettori.
In quel momento si trattava certamente del candidato più naturale per il Quirinale. Infatti, le candidature alternative, di cui si era parlato nelle settimane precedenti, racimolarono solo pochi voti, nonostante si trattasse di autorevoli esponenti politici. Emma Bonino, scomparsa pochi giorni fa, era stata sostenuta da una forte campagna mediatica, denominata “Emma for President”, che contribuì certamente al successo della “Lista Bonino” alle elezioni europee di qualche settimana dopo, ma che non fece breccia in Parlamento.
Sorte migliore non era toccata neppure alle più accreditate candidature del Partito popolare, che riteneva, data la presenza di un esponente dei Ds (D’Alema) a Palazzo Chigi, di poter rivendicare il Quirinale. Infatti, Nicola Mancino, pur favorito dalla carica di Presidente del Senato, incontrava qualche resistenza tra i Ds, mentre Rosa Russo Jervolino, ministra dell’Interno nel Governo in carica, che, come Bonino, poteva essere la prima donna al Quirinale, era invisa a Berlusconi, che guidava l’opposizione, con la quale la maggioranza cercava una convergenza.
Questa fu agevolmente trovata, appunto, sul nome di Ciampi, che, pur essendo certamente legato al centrosinistra, tanto da essere in quel momento Ministro del Tesoro e del Bilancio nel Governo D’Alema I, era meno politicamente esposto e quindi ritenuto maggiormente in grado di consentire una scelta unitaria.
Infatti, ai voti della maggioranza di centrosinistra si unirono quelli del centrodestra, rimanendo su posizioni diverse soltanto la Lega Nord, Rifondazione Comunista e qualche forza politica minore.
Il profilo di Ciampi, come dicevamo, era più istituzionale che politico. A differenza di tutti i suoi predecessori e successori, infatti, non era mai stato eletto in Parlamento e non era stato un esponente di partito. La sua carriera si era svolta tutta nella Banca d’Italia, fino alla nomina a Governatore nel 1979. Il mandato, all’epoca privo di scadenza, era terminato nel 1993, quando il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, di fronte ad un sistema politico totalmente screditato da “Tangentopoli”, lo aveva individuato come Presidente del Consiglio dei ministri (il primo non parlamentare della storia della Repubblica) di un Governo composto in parte da politici e in parte da “tecnici”.
Dopo quell’esperienza, Ciampi sembrava essere nuovamente uscito dalla scena politica, ma, con la vittoria del centrosinistra, nel 1996, Prodi volle affidargli l’incarico di Ministro del Tesoro e del Bilancio, anche per guidare l’ingresso dell’Italia nell’euro, realizzatosi pochi mesi prima dell’elezione al Quirinale.
L’elezione al primo scrutinio (condivisa solo con Cossiga), con un’ampia maggioranza, colloca Ciampi tra i Presidenti votati come espressione di ampia condivisione (come avvenuto altre volte, da De Nicola al secondo mandato di Mattarella), anziché di contrapposizione (che pure si è verificata in diverse altre circostanze: da Einaudi ai primi mandati di Napolitano e Mattarella) e quindi immediatamente in grado di esprimere unità.
Se è vero che alcune figure salite al Colle a seguito di un’ampia convergenza parlamentare sono risultate poi divisive (si pensi a Cossiga), mentre altre hanno saputo unire (basti pensare a Napolitano e Mattarella, rieletti con un’assai più ampia convergenza), è altresì vero che una elezione fortemente condivisa agevola il lavoro del Presidente come interprete delle istanze unitarie.
Lo pone immediatamente in una posizione al di sopra delle parti politiche, dove sta pure la Costituzione di cui è il primo garante.
Questo ruolo a Ciampi riuscì benissimo, nonostante, dopo i primi due anni con governi di centrosinistra, abbia dovuto poi convivere per cinque anni con i Governi Berlusconi (II e III).
Certamente non mancarono momenti di tensione (dalla politica estera, con la questione iraqena, al sistema radiotelevisivo, alla riforma dell’ordinamento giudiziario), ma la grande stabilità politica di quel periodo consentì a Ciampi di essere meno coinvolto nell’esercizio dei tradizionali poteri di intermediazione politica (nomina del Presidente del Consiglio e scioglimento anticipato delle Camere) e di dedicarsi maggiormente al consolidamento della figura del Presidente come espressione dell’unità nazionale e garante della Costituzione, dando altresì grande rilievo al patriottismo repubblicano, come elemento unificante.
Ciampi, partendo dal recupero della memoria storica lungo un percorso che andava dal Risorgimento alla Resistenza, infatti, mirava a recuperare una memoria condivisa, valorizzando un patriottismo che vuole evidenziare la comune appartenenza, la condivisione e che quindi esprime inclusione, all’interno della cornice della Repubblica e dell’Europa.
In questo contesto, particolare attenzione sarà dedicata anche ad una nuova valorizzazione dei simboli: dall’Inno di Mameli al ripristino del 2 giugno come giorno festivo per celebrare la Repubblica e con essa i valori immodificabili della nostra Costituzione, di democrazia, uguaglianza e solidarietà, espressione di inclusione e avversari dell’egoismo, del nazionalismo e, quindi, della guerra.
(* professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Pisa)
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