Economia
Ciampi, il primo capo dello Stato scelto fuori dal Palazzo: fu eletto alla prima votazione con oltre il 70% dei consensi
Un successo trasversale che era espressione, come successivamente ha dichiarato il Presidente Mattarella, «della stima e dell'affetto che la sua figura riscuoteva in Parlamento e nel Paese»
La vicenda istituzionale di Carlo Azeglio Ciampi è assai singolare, se non unica nella storia repubblicana del nostro Paese. Il Presidente livornese è stato infatti il primo Presidente del Consiglio dei ministri a non essere stato, prima della nomina, parlamentare; come pure è stato il primo Presidente della Repubblica a non essere mai passato dal Parlamento (né avere una tessera di partito in tasca).
Quando fu scelto da Oscar Luigi Scalfaro a guidare il governo, nel 1993, Ciampi veniva da un lungo periodo quale Governatore della Banca d’Italia, dove era arrivato da giovane, avendo vinto un concorso pubblico mentre era docente al Liceo classico Niccolini Guerrazzi di Livorno. Il momento storico in cui fu chiamato a ricoprire il ruolo di capo dell’esecutivo era drammatico, a seguito del disfacimento dei partiti che per 45 anni avevano retto la vita democratica e nel bel mezzo di una crisi delle istituzioni che forse, dopo allora, non si è mai più interamente ricomposta: Ciampi costituì un “governo tecnico” sostenuto dai partiti di centro-sinistra, che restò in carica meno di un anno, ma che fu protagonista di riforme fondamentali per la vita del Paese. Tra queste: il risanamento dell’economia nazionale mediante la cosiddetta politica dei redditi, resa a sua volta possibile dalla concertazione tra le parti sociali cui egli dette particolare valore (il cosiddetto Patto Ciampi); la privatizzazione di rilevanti settori dell’economia bancaria e industriale; l’accresciuto ruolo dell’Italia in ambito internazionale nel contesto della partecipazione all’Alleanza atlantica. E molto altro.
Il che dimostra due cose: che per fare cose buone e importanti la “stabilità” di governo può essere una condizione utile ma non necessaria, e che in ogni caso la stabilità deve essere al servizio dell’efficienza, altrimenti è inutile e dannosa. In secondo luogo: che per essere un bravo Presidente del Consiglio non importa essere “eletto dai cittadini” (ovvero essere eletto come parlamentare, si deve intendere), perché la legittimazione a governare si può conquistare sul campo dimostrando competenze e capacità che possono essere diverse da quelle necessarie a fare una buona propaganda politica. Riservare al Parlamento la scelta di chi sia più adatto a governare, mantenendo ai partiti nelle Camere un ruolo di guida e controllo, è una soluzione che la nostra Costituzione ci ha consegnato, e che non è detto che sia da abbandonare a cuor leggero.
Terminato il suo mandato e sostituito da Berlusconi alla guida del Governo, Ciampi si ritirò in buon ordine dalla vita politica, anche in questo dimostrando un distacco e un senso delle istituzioni che dovrebbe essere di esempio a molti. Con la vittoria del centro-sinistra tornò al Governo guidato da Prodi, accettando un “declassamento” come Ministro del Tesoro ma favorendo l’ingresso del nostro Paese nell’area euro.
Quando poi egli venne eletto dal Parlamento in seduta comune come capo dello Stato, si realizzò una seconda anomalia. Mai fino a quel momento un Presidente della Repubblica era stato scelto al di fuori del “Palazzo” (intendendosi come tale quello parlamentare), eppure i mille elettori lo elessero alla prima votazione e con più del 70% dei votanti: soltanto la Lega Nord e Rifondazione Comunista votarono un candidato diverso. Un successo trasversale che era espressione, come successivamente ha dichiarato il Presidente Mattarella, «della stima e dell’affetto che la sua figura riscuoteva in Parlamento e nel Paese». Sebbene fosse un politico anomalo, e fino a quel momento poco avvezzo alle dinamiche di potere (pur avendo ricoperto incarichi di assoluto rilievo, come detto), Ciampi ricoprì il ruolo di capo dello Stato in modo straordinariamente efficace, sempre capace di esprimere l’autorevolezza della funzione ma al contempo rispettoso dei propri limiti istituzionali. Non fu né un “notaio” né un “presidenzialista”, ma seppe consigliare, correggere, guidare la politica secondo una lettura attenta e moderna della Costituzione.
Fu proprio in relazione al suo stile di relazionarsi che fu introdotta l’espressione “moral suasion”, su cui egli impostò il suo rapporto con le altre istituzioni facendo leva sul valore degli argomenti più che sul potere di chi li esprimeva. Ed è proprio grazie a questo stile, vissuto in modo esemplare sebbene non esente da critiche in alcune circostanze, che egli è riuscito a rimodellare il rapporto tra il popolo e le istituzioni (e quelle statali in particolare): con la sua idea di “patria” che non significa escludere qualcuno (come era intesa prima e forse anche dopo) quanto invece includere tutti in una dimensione comunitaria, come quindi nel suo insistere sull’importanza dell’inno di Mameli, sulla festa del 2 giugno (che volle ripristinare) e sulla vitalità delle autonomie locali che compongono la nazione (nel suo mandato egli visitò tutte le province italiane, iniziando e finendo da quella della sua città), in mille altri modi egli educò il popolo italiano a essere vicino alle proprie istituzioni. In tale ultima direzione, egli ha valorizzato in modo forte il principio di sussidiarietà, combinandolo, sia nel pensiero come nell’azione, ad una rivalutazione dell’unità nazionale: è stata questa la cifra distintiva di quel “patriottismo costituzionale” che ha caratterizzato il suo settennato.
Anche il Presidente Sergio Mattarella, nel ricordare Ciampi nella sua città natale, Livorno, lo ha riconosciuto: «Nella sua vita professionale, nel lungo servizio prestato, con grande integrità, alle istituzioni della Repubblica, il Presidente Ciampi ha sempre avuto chiaro un obiettivo: quello della coesione e della unità del nostro Paese». Un’unità che tuttavia non ha mai significato chiusura alla dimensione internazionale: «Sono nato a Livorno, sono orgoglioso di essere livornese, toscano, italiano, ma mi sento cittadino europeo», amava ripetere. A dimostrazione che nessuna dimensione territoriale e comunitaria può essere escludente, e che solo allargando gli orizzonti e le prospettive è possibile far crescere anche le realtà territorialmente minori. Chi pensa che per essere italiani occorre limitare l’integrazione europea non ha capito la lezione di Ciampi.
(* professore ordinario di Diritto costituzionale alla Scuola Superiore Sant’Anna)
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