Economia
Ciampi e il suo legame con Livorno: «Il cuore è la nostra forza, sarò sempre uno di voi»
Carlo Azeglio Ciampi scelse Livorno per iniziare e per concludere il suo viaggio in Italia accolto dall’affetto dei concittadini
Ma quel signore con il loden blu che passeggia con la moglie al braccio, come altre centinaia di coppie, è Ciampi? Sì, è lui. È il 2 novembre 2002, sabato, nessuno lo sa ma il Presidente è a Livorno. È venuto per portare un mazzo di fiori sulla tomba del fratello Giuseppe, al cimitero della Misericordia. Lo notano a mezzogiorno, sul viale Italia. Si è fatto lasciare alla Terrazza Mascagni ed è arrivato in piazza San Jacopo camminando con la signora Franca.
È una delle tante visite che Carlo Azeglio Ciampi fa nella sua Livorno durante il settennato. È qui che il 23 giugno 1999, un mese dopo la sua elezione, sceglie di aprire quello che chiamerà “il viaggio in Italia”, accolto da un bagno di folla nella camminata dalla prefettura verso il municipio prima di incontrare gli operai ex Cmf, ed è qui che il 3 e 4 maggio 2006, meno di due settimane prima della fine del suo mandato, lo conclude, prima visitando i cantieri Azimut Benetti e l’evoluzione di Porta a Mare – di cui si è più volte definito padre raccontando in quell’occasione di avere «molta fiducia in questo progetto che ha visto la riconversione del cantiere, che punta a dare al porto anche una dimensione turistica nella parte medicea», temi oggi di grande attualità – , poi incontrando tremila studenti in piazza del Municipio, che sventolano le bandierine tricolori e ritmando il suo nome, gli urlano «non ci lasciare».
«Resterò uno di voi», risponde Ciampi quasi a scusarsi di non poter raccogliere la preghiera di gran parte dell’Italia di rimanere al Quirinale, mentre fa il giro della piazza a stringere le mani e si accinge in una sala consiliare gremita a fare il più livornese dei suoi discorsi livornesi: «Cari concittadini, abbiamo la fama di essere impulsivi, che non facciamo certo prevalere i pregiudizi sul cuore. Anzi il cuore, lo sappiamo, è la nostra forza. E quando il cuore si unisce alla testa, ecco che abbiamo i livornesi capaci di costruire e di rendere Livorno la città che è, positiva, aperta, generosa. Sono sempre stato e sempre sarò uno di voi, caratterizzato da quella schiettezza e concretezza nell’affrontare le vicende della vita che hanno reso proverbiale il nostro carattere. Con il suo spirito, franco e generoso, che la contraddistingue, Livorno ha davanti a sé un futuro pieno di opportunità. Ponetevi sempre nuovi traguardi, credendo in ciò che fate, dimostrando tenacia e determinazione nel realizzarli. Mettendoci l’anima. E l’anima, ai livornesi, non manca».
Quella due giorni convulsa per la politica italiana, terminata col ritorno in aereo a Roma e con l’ufficializzazione dell’indisponibilità al rinnovo del mandato, fu anche la giornata in cui saltarono per la prima volta tutti quei piacevoli rituali a cui il presidente aveva abituato la città, dalla passeggiata sul lungomare con la moglie Franca alla visita in corso Amedeo al negozio di ottica di famiglia, a piedi da piazza Magenta a via Ernesto Rossi, all’ora del passeggio, gli uomini della scorta costretti a improbabili slalom, seppur preparati a questo perché il presidente quando tornava a casa voleva essere trattato come il signor Ciampi.
L’ultima visita, dicevamo. Se la politica romana in quelle giornate d’inizio maggio era in fibrillazione per designare il futuro inquilino del Quirinale, Ciampi non poteva rinunciare alle celebrazioni del 400° anniversario dell’elevazione di Livorno al titolo di città. E venne, non privandosi almeno dell’abitudine di alloggiare con l’inseparabile Franca in via Bonamici, civico numero 14, ospite di Tamara, la vedova del fratello Giuseppe. Lei, come ogni volta, cede alla coppia la camera matrimoniale andando a dormire in cameretta. La mattina prepara a Carlo Azeglio caffè macchiato, fette biscottate e miele. «Povero Carlo – raccontò alla fine di quell’ultima visita – sono stati due giorni d’inferno. Di primo mattino sono cominciate ad arrivare telefonate da Roma. Non ha avuto il tempo di godersi la sua città stavolta».
Furono nove in totale le visite di Ciampi. Per motivi istituzionali, ma anche privatissimi, come il 7 aprile 2001, 90º compleanno della zia Milla Oprandi Ciampi, quando si presentò a sorpresa al grande pranzo con 150 invitati organizzato alla Barcarola, locale caro al Presidente, come il suo patron, Beppino Mancini, che nel 2005, per gli 85 anni di Ciampi andò a cucinargli il cacciucco direttamente al Quirinale. Ogni visita una sorpresa: come il 24 gennaio 2004. Ciampi passeggia sul lungomare, dove migliaia di persone l’attendono per salutarlo, visita l’acquario in ristrutturazione, la sera tiene a battesimo il rinnovato teatro Goldoni, dove fa uno dei suoi strappi al cerimoniale e prende la parola dopo aver attraversato al fianco del sindaco Lamberti – legatissimo al Presidente – tutta la platea tra applausi scroscianti. «Come avrei potuto non parlare nella mia amata Livorno? ». Poi invita il teatro a cantare l’inno d’Italia che precede un’emozionante Cavalleria Rusticana. «Non è solo l’inno dell’Italia repubblicana – dice -. È l’inno del nostro Risorgimento».
Qualche mese dopo è allo stadio, per il ritorno del Livorno in serie A dopo oltre mezzo secolo. Esulta Ciampi, si alza in piedi e agita le braccia al gol di Protti, scuote la testa e si stizzisce quando il Chievo segna il pari e poi la vittoria. «Ci rifaremo», dice lasciando lo stadio. E tanto per cambiare non sbaglia previsione, perché quell’anno il suo Livorno terminerà all’8° posto una stagione indimenticabile.
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