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In Toscana 52 morti per annegamento in due anni. C'è un progetto all'avanguardia sui pazienti salvati

di Matteo Scardigli

	Giuseppe Pepe
Giuseppe Pepe

Così si cerca di migliorare le condizioni dei pazienti recuperati in acqua e trasportati al pronto soccorso

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In Toscana si sono contati 52 morti per annegamento nel biennio 2024-2025, un dato critico evidenziato dall’ultimo rapporto dell’Istituto superiore di sanità (Iss).

Regione e autorità locali hanno promosso campagne straordinarie di prevenzione balneare, ma la Toscana è all’avanguardia anche nella ricerca e nell’innovazione in ambito di emergenza-urgenza grazie al progetto DrownInEd (Drowning in the Emergency Department), studio di osservazione multicentrico dedicato ai pazienti con sindrome da annegamento: il processo che causa un danno respiratorio acuto in seguito all’immersione o alla sommersione in un liquido, provocando una grave mancanza di ossigeno (ipossia) che può danneggiare il cervello, i polmoni e altri organi vitali, e richiede un soccorso medico immediato. Un progetto che ora entra nel vivo.

«La nostra attività comincia due anni fa per colmare un “buco” nella ricerca scientifica sui pazienti salvati dall’annegamento che giungono in pronto soccorso: se la catena di salvamento e sopravvivenza dal mare all’ambulanza è ben strutturata, ci siamo accorti di una mancanza di dati relativa a cosa succede in ospedale», premette il dottor Giuseppe Pepe, direttore del comparto Pronto soccorso e medicina di urgenza dell’ospedale Versilia a Lido di Camaiore (Lucca) e presidente regionale della Simeu, la società italiana della medicina di emergenza-urgenza.

Oltre 300 morti ogni anno in Italia

In Italia si registrano mediamente oltre 300 decessi annui per annegamento. Tra il 2017 e il 2021, sono morte per annegamento 1.642 persone. Di queste, il 12,5% aveva un’età dagli 0 ai 19 anni, mentre i più “soggetti” sono adulti tra i 40 e i 60, perlopiù stranieri.

Annegamenti in piscina, i bambini sono i più esposti

La percentuale di annegamento in piscina è assai ridotta. Ma il rischio è elevato per i bambini: il 53% degli annegamenti in piscina riguarda minori fino a 9 anni, con un picco di vulnerabilità nella fascia tra 1 e 4 anni.

Ogni anno si registrano circa 41 decessi che riguardano bambini o ragazzi adolescenti, con i maschi che rappresentano un cospicuo 81% di tutte le mortalità per annegamento in età pediatrica.

Lo studio coinvolge i pronto soccorso toscani

«Per accreditare, come si dice in gergo, la ricerca ci siamo rivolti ai pronto soccorso dell’area nord ovest della regione (Cecina, Livorno, Massa e Pisa) e anche di Siena; a Careggi ancora no perché ha una casistica veramente limitata. A questi si è aggiunto Pietra Ligure, ma presto arriveranno Genova e presìdi di altre regioni limitrofe, anche perché in parecchi ci hanno chiesto di partecipare», aggiunge Pepe.

Cosa succede nelle ore successive all’annegamento

La sindrome comporta un insieme di disturbi che possono insorgere in chi si è salvato dall’annegamento nelle successive 6-12 ore, a causa della presenza di acqua nei polmoni che potrebbe a sua volta causare una sindrome respiratoria grave.

Allo stesso modo l’acqua salata nello stomaco, per chi ne ha ingerita, potrebbe determinare disturbi metabolici. Al contrario di quanto si potrebbe pensare, non conta la profondità dell’acqua ma l’esaurimento muscolare, testimoniato dagli altissimi livelli di acido lattico nelle gambe riscontrati ai pronto soccorso.

Allo stesso modo – si è visto – non si annega soltanto in mare né soltanto d’estate: chi fa surf pratica l’attività durante tutto l’anno, e non sono infrequenti i casi di persone che cadono in acqua a prescindere dalla stagione, anche se in estate è ovviamente più frequente.

DrownInEd, l’obiettivo è studiare 700 pazienti

«Ottenuta l’autorizzazione dello studio clinico dal Comitato etico (trattiamo dati anonimizzati ma pur sempre di persone) l’anno scorso abbiamo arruolato, sempre come si dice in gergo, 25 pazienti. Il primo è stato un ragazzo fragile del Fiorentino che di annegamenti ne ha rischiati due. Il nostro obiettivo è di arruolarne 700 da qui al 2030, scadenza naturale della ricerca», continua il dirigente.

Il progetto punta anche a capire se, per il paziente, vi siano differenze tra la semplice somministrazione di ossigeno e la ventilazione attraverso un apparecchio. I dati vengono analizzati progressivamente e messi a disposizione delle istituzioni, con la possibilità di avviare in futuro un confronto anche con i produttori di dispositivi personali di sicurezza.

Il ruolo delle Capitanerie di porto

Per completare il quadro, Pepe vorrebbe inoltre acquisire i dati delle Capitanerie di porto e della filiera del salvamento.

«Il loro ruolo - osserva - è fondamentale e la loro esperienza sarebbe preziosa per individuare caratteristiche predominanti, se ci sono, nella casistica».

Uno studio clinico, non una sperimentazione

A scanso di equivoci, il medico puntualizza: «Il nostro è uno studio clinico, non sperimentale: osserviamo e rileviamo, certamente non andiamo a “somministrare” alcunché ai nostri volontari».

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