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Vada, un locale nell'ex centro di accoglienza che li ospitò: il sogno realizzato di una coppia di curdi – Video

di Ilenia Reali

	Mustafa Ugurlu e la moglie Nazmiye, l'ex centro di accoglienza ristrutturato e com'era durante i lavori (foto Falorni/Stick)
Mustafa Ugurlu e la moglie Nazmiye, l'ex centro di accoglienza ristrutturato e com'era durante i lavori (foto Falorni/Stick)

Sogno e riscatto: marito e moglie vi furono accolti all’arrivo dalla Turchia. Lo hanno trasformato in struttura ricettiva e di ristorazione, oggi l’apertura

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«Ci sono cose che non si possono comprare, per il resto c’è...». Eccola la frase resa famosa da un celebre spot pubblicitario. Nella storia di Mustafa Ugurlu e della moglie Nazmiye le due cose sono unite. La soddisfazione di un sogno esaudito, di un riscatto, di una gioia intima e la necessità per realizzarlo, allo stesso tempo, anche di un percorso di crescita economica.

In cerca di una vita migliore

Era il 2000 quando la coppia, con la primogenita che ancora non aveva soffiato sulla prima candelina, arrivò in Toscana. Per la precisione nella frazione rosignanese di Vada. Profughi, senza documenti in cerca di una vita migliore.

«E di un Paese dove ci fosse la democrazia e non ci fossero differenze di razza o religione», dice Mustafa citando, chissà quanto consapevolmente l’articolo 3 della Costituzione italiana. Alla storia dei giovani sposi si lega una delle vicende meno conosciute in modo approfondito, e più efferate: il mancato riconoscimento del popolo curdo.

Mustafa e Nazmiye arrivano dalla città di Mardin (Kurdistan turco), un luogo magico che domina la pianura della Mesopotamia che porta nelle sue strade strette di pietra gialla ancora il simbolo di religioni diverse e della loro convivenza pacifica con le sue madrasa, le moschee, le chiese e i monasteri. Un luogo di incontro, lussureggiante, tra il Tigri e l’Eufrate, come tutti hanno imparato sfogliando i primi libri di storia.

Vengono, racconta Mustafa, da una famiglia benestante, ma entrambi avevano il sogno di essere liberi, di poter sviluppare i loro affari, di non avere quel “bollino” che li rendeva sempre qualcosa di diverso dagli altri. Desideravano per loro e la loro famiglia (nel frattempo hanno avuto altri due figli) la possibilità di realizzarsi. Una voglia legittima che accomuna tanti uomini e donne che si mettono in cammino, che attraversano mari, che disperatamente inseguono il percorso, pericoloso e tortuoso di un riscatto. Tanti ce la fanno. I sacrifici in questo nostro Paese vengono, ancora, spesso riconosciuti.

L’arrivo a Cecina

«Quando siamo arrivati a Cecina, in auto, dopo aver attraversato il mare con un rottame, siamo stati ospitati, in attesa dei documenti in un Centro di accoglienza. Qui avevamo dei parenti e per questo abbiamo deciso di arrivare in Toscana, sulla Costa degli Etruschi. Ma eravamo senza un tetto. Ci è stato dato da dormire e da mangiare per un anno, quando aspettavamo il riconoscimento dell’asilo politico e quindi i documenti».
Per loro quella stanza, in un centro condiviso con altre famiglie, che si affaccia sull’Aurelia era il loro mondo. Una finestra, lo sguardo a quella che sarebbe diventata la loro vita negli anni avvenire.
Oggi, quella finestra e tutto il complesso immobiliare è loro: lo hanno comprato, non senza sacrifici e difficoltà e anche una buona dose di fortuna.

L’ex centro di accoglienza diventa un locale

«L’immobile negli anni era stato abbandonato – racconta l’uomo – ed io e mia moglie che nel frattempo avevamo aperto un kebab a Cecina, in piazza della Stazione, che abbiamo ancora con altri due locali a Marina, ogni volta che passavamo, lo guardavamo. Negli anni, senza un giorno di vacanza, eravamo riusciti a investire in altri locali. Ma non riuscivamo a passare davanti al Centro di accoglienza senza sentire quella sensazione di dispiacere: lì ci avevano ospitato. E lì ora era tutto abbandonato».
Mustafa racconta di aver acquistato negozi, aver creato locali di kebab e di panini, di averli avviati e rivenduti. A Rosignano, a Grosseto, a Piombino, perfino a Civitavecchia. «Nella provincia italiana questo tipo di panino non si trovava ancora di frequente quando cominciai e noi avevamo imparato a scegliere i luoghi giusti, a capire in quali posti il kebab sarebbe diventato uno spuntino veloce ed ideale. Ma i soldi che avevamo non bastavano per acquistare il Centro di accoglienza. Poi nel 2020 abbiamo deciso che dovevamo provarci, che era giusto così. Che quell’immobile doveva diventare il simbolo di quella che era stata per noi una rinascita. Acquistarlo e renderlo un luogo vivo era un segno di riconoscenza verso l’Italia».

L’uomo racconta di un pellegrinaggio da una banca all’altra, per chiedere un mutuo che non sembrava possibile. «Per impegnarmi – aggiunge – ed essere sicuro che non sarei stato io il primo a mollare, avevo dato un acconto elevato ai proprietari. Avevo dovuto chiedere anche una proroga perché non riuscivo ad avere la copertura finanziaria. Poi improvvisamente, quando ero pronto a perdere quanto dato, la direttrice di una banca, Banca Centro, ascoltò la mia storia e mi disse: “Ci proviamo”. Credo si sia confrontata con i suoi capi e quel mutuo l’abbiamo avuto. E pagato i primi anni. C’era però da ristrutturare tutto. Abbiamo trovato dei soci, due amici curdi, perché era chiaro che da soli non ci saremmo mai riusciti».

«Tutti coloro che abbiamo incontrato durante la ristrutturazione dell’immobile, 280 metri quadrati, sono rimasti affascinati dalla storia di riscatto che quel luogo rappresenta. Professionisti, muratori, fornitori. Tutti ci hanno aiutato con entusiasmo», racconta Mustafa.

L’inaugurazione

Oggi quell’ex Centro di accoglienza viene inaugurato. Verrà un dj, è stata organizzata una festa. Si chiama “Kpc”: è diventato un ristobar, una pizzeria, un affittacamere, un grill e un self service. C’è anche un giardino con i giochi per i più piccoli. «È come se fosse un autogrill ma vicino al mare: un luogo dove chi lo desidera può fermarsi e trovare varie opportunità per trascorrere un po’di tempo. Dov’era la nostra camera nel Centro di accoglienza, c’è anche adesso una camera, quella del B&B. La finestra è ancora lì. Credo che la inaugureremo io e mia moglie».

Mustafa pensa sempre che quando viveva nel suo paese non poteva parlare la sua lingua: il curdo. Oggi, quando vuole, può farlo. «Credo che dobbiamo tutti buttare il cuore oltre l’ostacolo per esaudire i propri sogni», conclude. Esiste una frase analoga in curdo? Mustafa non sa come rispondere. Tenta qualche traduzione. Poi trova una parola: mirad. Significa desiderio, volontà o spero-sogno. Per Mustafa e la moglie la traduzione è “esaudito”.

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