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Celle piene, diritti in affanno: la Toscana delle carceri al limite - I dati e le possibili soluzioni

di Libero Red Dolce
Celle piene, diritti in affanno: la Toscana delle carceri al limite - I dati e le possibili soluzioni

La relazione annuale del garante Fanfani denuncia lo stato degli istituti sovraffollati. Possibili soluzioni: maggiore accesso a pene alternative e più opportunità di lavoro

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«Ho constatato solo un peggioramento nel rapporto tra società e sistema detentivo, che è innanzitutto un peggioramento di carattere culturale, dove al sistema della “rieducazione” voluto dalla Costituzione si è sostituito un sistema di segregazione securitaria». Le parole usate dal Garante regionale per i detenuti in Toscana, Giuseppe Fanfani, nell’introdurre la relazione annuale sullo stato delle carceri toscane, sono la fotografia della situazione di deriva e abbandono nella quale si trovano gli istituti penitenziari della regione.

Sovraffollati, fatiscenti e inadeguati dal punto di vista climatico (caldo d’estate, freddo d’inverno), carenti di personale. Il tutto in un anno terribile, il 2025, in cui cinque persone si sono tolte la vita e altre 133 ci hanno provato.

Le sedici carceri toscane sono troppo piene. Si suda, ci si ammassa, non si dorme, si sta rinchiusi per la gran parte della giornata in celle pensate per la metà delle persone. In un solo istituto su sedici è presente un reparto psichiatrico, a fronte di 561 persone detenute con problematiche inerenti. Una situazione inconciliabile con la finalità rieducativa dei condannati, prevista dall’articolo 27 della Costituzione italiana.

In Toscana il sovraffollamento medio effettivo è del 134,8% al 31 marzo 2026. Se si osservano i singoli istituti, si vedrà come tutti sono sopra il limite della capienza (tranne Volterra) e “che vi sono picchi nelle carceri di Lucca (240%), Arezzo (168%), Massa (170%), Firenze-Sollicciano (158%)”, si legge nella relazione. Serve spazio, insomma. O servirebbe un uso più estensivo delle pene alternative, considerate la migliore soluzione per “evitare o ridurre di molto il rischio recidiva”.

È lo stesso garante a mettere in luce questa dinamica, che, scrive, “aiuta a mettere a fuoco una delle ragioni per cui, a fronte del decremento degli ingressi avvenuto negli ultimi sedici anni, i numeri delle presenze in carcere continuano a salire. I numeri delle persone detenute in carcere con una pena, inflitta o residua di maggior pena, inferiore ai tre anni: al 31 dicembre 2025 questi erano 24.348, in continua ascesa rispetto agli anni precedenti (23.680: 2024; 22.680: 2023)”.

In Toscana il tasso di affollamento passa dal 142% del 2010 al 96% del 2015 grazie alle misure adottate dopo la sentenza Torreggiani (con cui nel 2013 la Corte europea condannò l'Italia per il sovraffollamento carcerario), risale al 113% nel 2019, cala durante la pandemia e risale al 107% nel 2025. Dati che indicano, per il garante, che il problema non è stato risolto in modo strutturale, ma solo temporaneamente, con interventi spot.

Per quanto si tenda a considerare il carcere come un buco nero dove confinare, celando allo sguardo, “gli scarti” della società – chi non ha sentito pronunciare la frase “devono metterlo dentro e buttare la chiave”? –, in realtà gettare lo sguardo dentro quelle mura ci aiuta a vedere meglio anche quello che accade fuori.


Ci si ponga una domanda: perché non si applicano di più le tanto auspicate misure alternative? La risposta contenuta nella relazione è illuminante: “I nodi problematici si trovano spesso nella mancanza dei requisiti di fatto richiesti per le misure, primi tra tutti una casa e un lavoro”. Povertà e questione abitativa, dunque. E istruzione, verrebbe da aggiungere, strettamente connessa alle prime due.

La relazione evidenzia come il carcere sia un'istituzione costruita storicamente su un modello prevalentemente maschile. Le donne rappresentano poco più del 4% della popolazione detenuta e, proprio perché minoranza, rischiano di trovarsi in una posizione residuale, con minori opportunità di accesso a istruzione, formazione e lavoro rispetto agli uomini. Il Garante sottolinea che la separazione tra sezioni maschili e femminili non garantisce di per sé uguaglianza, poiché l'organizzazione interna continua a essere calibrata soprattutto sui bisogni della popolazione maschile.

Sul fronte dell'identità di genere e dell'orientamento sessuale, si richiama la necessità di tutelare le persone detenute che possono essere esposte a discriminazioni, minacce o soprusi a causa della propria condizione.

La relazione invita a superare una visione carcerocentrica del problema. Per migliorare la situazione occorre anzitutto ridurre la pressione sugli istituti. Ma è altresì necessario investire nell'assistenza sanitaria e psichiatrica, rafforzare gli organici di educatori e operatori, ampliare le opportunità di lavoro e formazione professionale.

Il lavoro, sottolinea il Garante, rappresenta uno degli strumenti più efficaci per restituire dignità alla pena e favorire il reinserimento sociale. Senza interventi strutturali, il rischio è che il carcere continui a essere un luogo di mera custodia, incapace di assolvere alla funzione rieducativa prevista dalla Costituzione.

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