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Riforma della Legge 84/94, Usb Porti lancia l’allarme alla Camera: «No alla privatizzazione degli scali»

di Iacopo Simoncini

	(foto di repertorio)
(foto di repertorio)

Audizione in Commissione Trasporti: il sindacato contesta il maxi-testo da 156 pagine

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Posizione netta e senza sconti quella espressa dal Coordinamento Nazionale USB Porti durante l’audizione presso la Commissione Trasporti della Camera dei Deputati. Al centro dello scontro c'è la proposta di modifica della Legge 84/94, la norma che regola l'intero sistema portuale italiano. Per il sindacato di base si tratta di un vero e proprio tentativo di aprire le porte alla privatizzazione degli scali, consegnando le chiavi della pianificazione strategica ai grandi gruppi armatoriali.

​Un settore da 216 miliardi di euro 

​Nel corso dell'intervento, USB ha voluto ricordare i numeri che fotografano l'importanza della cosiddetta "economia del mare". Secondo i dati Unioncamere citati dal sindacato, il settore genera complessivamente 216,7 miliardi di euro, una cifra pari all’11,3% del PIL nazionale, e garantisce oltre un milione di occupati diretti.

​In questo contesto, i porti non sono semplici banchine commerciali, ma nodi vitali dove transitano materie prime, energia e merci fondamentali per la capacità produttiva di tutto il Paese. Proprio per questo, la governance deve rimanere saldamente in mano pubblica. Le Autorità di Sistema Portuale non sono imprese che devono competere sul mercato, ma strumenti dello Stato che devono garantire l'equilibrio tra sviluppo, sicurezza e diritti.
​«Le Autorità di Sistema Portuale sono il presidio pubblico che deve garantire l’equilibrio tra sviluppo economico, interesse generale, sicurezza, tutela ambientale e diritti dei lavoratori».

«Il metodo e il merito»

​Il sindacato articola la propria contrarietà alla riforma su due fronti principali. Il primo riguarda il metodo, dato che la proposta di modifica è arrivata in Commissione dopo il via libera della Corte dei Conti, ma senza alcun confronto preventivo con chi nei porti ci lavora ogni giorno. Ci si trova così a discutere un testo corposo di 156 pagine sul quale i rappresentanti dei lavoratori vengono interpellati solo a cose fatte.
​Il secondo fronte riguarda il merito della riforma, che secondo USB rischia di produrre un’ulteriore privatizzazione. Il progetto prevede infatti la nascita di una nuova Società per Azioni, inizialmente pubblica, che andrebbe ad accentrare le funzioni oggi in capo alle singole Autorità di Sistema Portuale. Il pericolo concreto è l'ingresso di capitali privati e dei grandi armatori nei processi decisionali e di pianificazione, dopo che questi gruppi hanno già conquistato un peso enorme sulle banchine. A preoccupare il sindacato c'è infine il rischio di una crescente militarizzazione delle infrastrutture portuali, legata ai programmi di riarmo, che sottrarrebbe gli scali al controllo sociale e civile.

​La controriforma 

​Se la Legge 84/94 deve essere cambiata, conclude il sindacato, bisogna andare nella direzione opposta a quella tracciata dal testo in Commissione. USB chiede lo stop immediato agli appalti di manodopera mascherati, un maggiore riconoscimento del ruolo storico delle compagnie portuali e controlli molto più rigidi sui piani d'impresa per il rilascio delle concessioni.
​La controriforma dei lavoratori deve passare dal rafforzamento delle Autorità di Sistema Portuale come enti pubblici e dall'inserimento del lavoro portuale tra le attività usuranti ai fini pensionistici. I porti non sono aree di profitto per pochi, conclude la nota, ma infrastrutture strategiche che devono restare sotto il controllo democratico a tutela della collettività.

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