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L’intervista

Elezioni amministrative 2026, il politologo: «La Toscana rimane contendibile ma alla destra mancano dirigenti»

di Libero Red Dolce
Festeggiamenti di Capecchi
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Il politologo Eugenio Pizzimenti: «Il buon governo pesa più delle vecchie appartenenze». E sull’astensionismo: «Preoccupante che colpisca anche le Comunali»

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Dimenticate la “regione rossa”: la Toscana oggi è un laboratorio fluido dove vincere è possibile, ma restare al comando è la vera sfida. Le elezioni dell’ultimo decennio fotografano una regione non più terra delle certezze ideologiche, ma “normale”, dove i sindaci cadono e ritornano secondo cicli politici fisiologici. Il caso di Pistoia, tornata al centrosinistra dopo la parentesi del centrodestra, è l’emblema di questa nuova fluidità. Ma dietro le percentuali si nasconde un’insidia che agita (o dovrebbe agitare) i palazzi del potere: il distacco sempre più netto tra cittadini e urne. Ne abbiamo parlato con Eugenio Pizzimenti, politologo dell’Università di Pisa per capire cos’è, e se esiste davvero, la “peculiarità toscana”.

Professor Pizzimenti, partiamo dall’ombra che oscura ogni spoglio: l’affluenza. Anche in Toscana il calo è vistoso. È un segnale di resa?

«Purtroppo sì, è il dato da cui dobbiamo necessariamente partire. Anche nella nostra regione si registra un calo che sta diventando strutturale. È un fenomeno preoccupante perché colpisce persino le elezioni municipali, quelle che storicamente vantavano la partecipazione più alta perché i cittadini conoscono direttamente i candidati. Siamo di fronte a una disaffezione che va oltre il contingente: è un distacco profondo dalla partecipazione democratica».

I risultati dicono che il centrosinistra si riprende Pistoia e tiene altrove. Siamo davanti a una nuova “ondata rossa” o è solo un rimbalzo tecnico?

«Né l’uno né l’altro. Parlerei di cicli politici fisiologici. Nel 2018 trovai normale che il centrodestra conquistasse città come Massa, Pisa, Siena o Pistoia dopo mezzo secolo di egemonia ininterrotta: era un avvicendamento naturale. Allo stesso modo, oggi trovo altrettanto plausibile che in alcuni di questi centri la destra non si confermi. Siamo entrati in una dinamica di alternanza che vent’anni fa era impensabile e che ora sta provando a strutturarsi».

Quindi parlare di “Toscana rossa” è ufficialmente un anacronismo.

«Direi di sì. Esistono ancora realtà come Sesto Fiorentino o Calci che sembrano ancorate alla preminenza del centrosinistra e appaiono, in questo momento storico, quasi non contendibili. Ma il resto della regione è diventato estremamente fluido. La tradizione di voto oggi non è più figlia della vecchia subcultura rossa, ma semmai di una percezione di buon governo o, al contrario, della voglia di cambiare quando un’amministrazione delude».

Il deputato dem Marco Furfaro sostiene che un “modello Toscana” basato su unità della coalizione e temi sociali sia esportabile anche a livello nazionale. Si ritrova in questa lettura?

«Sono sempre molto scettico quando si tenta di traslare il livello locale su quello nazionale. A livello municipale le persone e le liste civiche contano immensamente più dei simboli di partito. Inoltre, nei comuni si possono ignorare questioni che a Roma sono esplosive, come la politica estera, su cui Pd e Movimento 5 Stelle sono su posizioni opposte. Il “campo largo” in Toscana funziona perché le dinamiche amministrative esulano dai grandi temi della politica nazionale».

Passiamo alla destra. La sconfitta di Pistoia chiude il ciclo avviato dalle vittorie di Susanna Ceccardi a Cascina e di Alessandro Tomasi proprio a Pistoia?

«La destra è stata brava a capitalizzare un sentimento di mutamento anni fa, ma oggi quella spinta sembra in parte esaurita. Il problema è che i partiti di destra in Toscana non hanno ancora una classe dirigente locale strutturata, né numericamente né per qualità media, proprio perché non hanno un’esperienza di governo pluridecennale. Vincere le elezioni è possibile, ma mantenere il consenso governando è molto più difficile. Abbiamo visto scossoni interni notevoli, come a Cascina o le tensioni che agitano la coalizione a Pisa in vista delle prossime scadenze».

A proposito di Regione, questi risultati cambieranno qualcosa per la giunta di Eugenio Giani?

«Non credo. L’affermazione di Giani è stata netta e non vedo scossoni che possano mettere in discussione la tenuta della sua maggioranza. Anche per il Movimento 5 Stelle la scelta di correre uniti al Partito democratico in Toscana rimane quasi obbligata: da soli non hanno mai raccolto grandi consensi a livello locale e tornare all’autonomia sarebbe una scelta suicida in questo momento. Gli equilibri a Firenze, per ora, mi pare che restino immutati».

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