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Toscana

L’intervista

«Piombino riparte, Siena risorge»: il ministro Urso spiega l’anno della svolta per l’industria toscana

di Andrea Rocchi

	Il ministro Urso
Il ministro Urso

Il ministro delle Imprese entra nel merito dei principali dossier aperti in Toscana: dalla riconversione dell’acciaio a Piombino al rilancio produttivo di Siena, passando per moda, porti e crisi industriali. «Stiamo chiudendo nodi attesi da anni: ora servono investimenti e tempi certi»

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Una politica comune con la Francia a tutela del settore della moda, la tassazione dei piccoli pacchi (compresa quella postale italiana) per contrastare il fenomeno della contraffazione, il risanamento del Monte dei Paschi e le operazioni industriali avviate su Siena, l’allarme per il caso Elettrolux e il punto sulla vertenza acciaio a Piombino che è entrata nel suo momento cruciale: dalle risorse per il porto e la banchina nord destinata a Metinvest per la riconversione verde dell’acciaieria alla convinzione che questo sarà l’anno decisivo e da qui al 2029 il sito siderurgico di Piombino «sarà uno dei più avanzati al mondo dal punto di vista ambientale e tecnologico». Sono i temi caldi che il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso affronta sui principali dossier industriali aperti.

Ministro Urso, a causa della concorrenza cinese la filiera della moda italiana è entrata in sofferenza, ma vi sono segnali di ripresa.

«Sì, sono stato a Pitti Uomo e poi al Mido di Milano: si avvertono segnali positivi e dobbiamo supportarli al meglio, ben sapendo quali sono le difficoltà, anche geopolitiche, in Cina come negli Stati Uniti, e le regole europee che penalizzano. Per questo abbiamo definito una politica comune con la Francia per tutelare la filiera della moda e tra pochi giorni sarò a Parigi per rinsaldare un asse che ha già portato a importanti risultati per contrastare la concorrenza sleale cinese che utilizza le piattaforme digitali: siamo riusciti a ottenere dalla Commissione che la nuova tassa doganale per i piccoli pacchi scatti già dal prossimo 1° luglio. Nella stessa data, entrerà in vigore la nostra misura sulla tassazione postale, identica a quella della Francia: così sarà possibile controllare anche i contenuti di questi pacchi, che spesso contengono prodotti contraffatti, una minaccia anche per i consumatori».

Peraltro, nel settore della moda si stanno registrando grandi cambiamenti.

«Sì, ci sono marchi che stanno tornando nelle mani italiane, con Prada che acquisisce Versace, ma vi è anche la grande scommessa sul futuro assetto azionario di Armani. Quando ero il titolare del commercio estero, venti anni fa, sviluppammo una politica industriale, anche daziaria – pensiamo all’antidumping sulle calzature – che ci ha consentito di diventare negli anni la “fabbrica del lusso” mondiale: la sede produttiva anche dei brand stranieri. Ora bisogna consolidare la filiera: per questo ho incontrato recentemente De Meo a Firenze, nella sede di Gucci, e avrò altri incontri a Parigi sia con Kering che con Lvmh. Questo ci consentirà di preparare al meglio la prossima riunione del Tavolo della Moda, perché dobbiamo accelerare sulla crescita dimensionale delle imprese, con aggregazioni verticali e orizzontali, di cui Florence è il modello».

Cosa sta accadendo a Siena, quello che era il simbolo bancario del nostro Paese?

«Siena sembrava finita con la crisi del Monte dei Paschi, travolta anche dagli scandali. Abbiamo risanato la banca e l’abbiamo rilanciata, senza rinunciare al suo storico marchio, rendendola persino appetibile sul mercato: ora si prospettano diverse opzioni di crescita. Sembrava impossibile, ma ci siamo riusciti. Anche in questo si è misurata la capacità di resilienza del nostro Paese, che finalmente può contare su un Governo che ha una visione strategica di lungo periodo. Ora siamo impegnati nella riconversione produttiva della “fabbrica di Siena”: lo storico stabilimento Merloni, del tutto decotto. La riconversione produttiva rispecchia il cronoprogramma concordato con i sindacati, grazie alla piena sinergia tra Comune, Governo e Invitalia. A giorni sarà pubblicato il bando, in tempi record. Tutti gli impegni sono stati rispettati».

Restando sul settore del bianco, ora a far paura è la crisi del gruppo Electrolux.

«Sono casi diversi, ma entrambi sono conseguenza di una politica industriale europea che ha penalizzato la produzione interna a vantaggio della concorrenza asiatica. Con Beko siamo riusciti a evitare i licenziamenti collettivi, mentre sono stati chiusi gli stabilimenti del gruppo in Polonia e in Gran Bretagna. Dobbiamo raggiungere lo stesso obiettivo con Electrolux, che peraltro ha già annunciato la chiusura dello stabilimento in Ungheria. La crisi è europea, noi dobbiamo preservare l’Italia, governando la transizione verso l’alta gamma. Se l’Europa ci ascolta, possiamo farcela».

Veniamo a Piombino: la notizia dello sblocco di 92 milioni per il porto ha ridato un po’ di ottimismo e fiducia in un quadro ancora incerto sullo sviluppo del polo siderurgico e del suo scalo portuale. Sono risorse sufficienti? Nell’accordo di luglio si parlava di 157 milioni per completare la banchina. Sono previste ulteriori risorse anche per i collegamenti ferroviari?

«Occorreva garantire la coesistenza di Metinvest e Jsw, potenziando le infrastrutture del porto di Piombino. Per questo il Mimit ha interamente coperto il fabbisogno stimato per la realizzazione della banchina nord, destinata al gruppo ucraino. Le risorse sono coerenti con il più recente piano finanziario predisposto dall’Autorità di sistema portuale».

Dossier acciaio: a che punto siamo con la firma dell’accordo di programma con Jsw Steel e Metinvest Adria per dare corso all’acciaieria elettrica? Quali sono i nodi ancora da sciogliere?

«L’accordo con Metinvest è stato firmato a luglio dello scorso anno, ma restava da risolvere il difficile nodo portuale. Nel frattempo siamo andati avanti sugli altri fronti, a partire dalle concessioni e dalle agevolazioni previste dai contratti di sviluppo. Puntiamo a confermare l’avvio dei lavori di demolizione subito dopo la pausa estiva. A breve convocheremo i sindacati per presentare l’accordo, ormai pressoché chiuso, con Jsw».

Lo stesso dicasi per Liberty Magona, sullo stabilimento c’è un impegno concreto di Trasteel a subentrare ma ci sono ancora questioni legali da definire. Contate di chiudere presto anche questo dossier?

«L’offerta vincolante di Trasteel è in attesa della risposta del curatore del fallimento della banca tedesca Greensill. Ci aspettiamo una risposta chiara prima del Tavolo che abbiamo convocato per il 26 maggio. Peraltro, l’offerta è superiore a qualsiasi altro realizzo. Non sono tollerabili ulteriori rinvii».

C’è un impegno del governo, in parte già concretizzato, a sostenere i lavoratori con ammortizzatori sociali o altre misure?

«Sì, c’è un impegno che garantisce tutti i lavoratori anche per il 2027. Noi la nostra parte la stiamo facendo da tempo; ora ci aspettiamo che anche le società passino ai fatti concreti, ovvero agli investimenti e all’avvio dei nuovi impianti nei tempi previsti».

Lei crede veramente che il 2026 possa essere l’anno giusto per fare di Piombino il primo polo siderurgico del Paese? Sa fornire un quadro di tempi certi sulla chiusura del dossier acciaio?

«Assolutamente sì. Quest’anno sarà decisivo, con l’obiettivo di andare a regime nel 2029. Tre anni fa, quando giungemmo al governo, Piombino sembrava rassegnata alla desertificazione industriale, senza futuro. Ci abbiamo lavorato intensamente, superando ostacoli che voi tutti conoscete: tornerà a produrre sia acciai piani che rotaie, richiamando dalla cassa integrazione migliaia di occupati e contribuendo ad assicurare l’autonomia strategica dell’Italia. Il sito siderurgico di Piombino sarà uno dei più avanzati al mondo dal punto di vista ambientale e tecnologico, il segno del rilancio industriale del Paese in un settore strategico per la produzione nazionale». 

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