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Stipendi finti e 16 ore al giorno: dentro il lavoro che nessuno racconta

di Libero Red Dolce
Stipendi finti e 16 ore al giorno: dentro il lavoro che nessuno racconta

Dai cantieri della nautica al tessile, fino alle fabbriche in crisi: in Toscana si intrecciano sfruttamento e resistenza. Storie diverse, stesso filo rosso: cosa sta cambiando davvero nel lavoro oggi

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Attraversando i quasi 23mila chilometri quadrati della Toscana emergono storie che si assomigliano: lavoro e sfruttamento, crisi industriale e lotte per i diritti. Vicende sospese, come facce di una moneta in aria, tra precarietà e resistenza.

Sono storie che partono da lontano – Africa, Cina, Sud-Est asiatico – di chi si indebita per arrivare fin qui e finisce intrappolato in condizioni di grave sfruttamento, in parte delle filiere a basso valore del tessile o della nautica. E sono anche le storie di chi in Toscana è nato, ha costruito la propria vita in fabbrica o in azienda e oggi vede sgretolarsi le proprie certezze sotto i colpi della crisi industriale ed energetica. Ma c’è anche l’altra faccia: quella di chi reagisce. Sindacati, cittadinanza attiva e politica che provano a opporsi, per difendere e riconquistare diritti erosi.

L’intervista –  Mafia cinese e sfruttamento: il sistema che strangola i lavoratori
 

Lo stipendio da restituire
Due lavoratori pakistani si rivolgono alla Cgil di Massa-Carrara e raccontano una storia di sfruttamento che inizia già all’ingresso dell’Italia: migliaia di euro pagati tramite il decreto flussi e un debito da restituire lavorando. Una volta assunti, lo stipendio esiste solo sulla carta: 1.400-1.500 euro in busta paga, ma la parte eccedente va restituita. Più ore segnate dal badge, più soldi da ridare indietro.

Quando provano a ribellarsi, parlando con i colleghi, arrivano le minacce di licenziamento. Il tutto dentro grandi cantieri legati alla filiera della nautica, tra aziende che lavorano scafi in vetroresina, segmenti a basso valore aggiunto dove la presenza di manodopera straniera è diffusa. Le condizioni raccontate sono dure: divise da acquistare di tasca propria, infortuni non denunciati, ferie e permessi solo sulla carta. La situazione è stata denunciata alla guardia di finanza da Nicola Del Vecchio, segretario generale della Cgil di quella provincia. «C’è un bacino potenziale di occupazione ampia, lavoratori immigrati che vengono in Italia per bisogno. Abbiamo intrapreso un percorso con la prefettura per stipulare un protocollo di contrattazione territoriale che individui le responsabilità del committente», spiega.

La storia di riscatto: la prima cinese a scioperare e vincere

Di lavoratori e lavoratrici perlopiù stranieri, impiegati con contratti fantasma o in condizioni di quasi schiavitù, ne sanno qualcosa al sindacato Sudd Cobas. Nel distretto tessile di Prato, uno dei più grandi d’Europa, portano avanti da anni una battaglia sindacale che ha riportato in auge strumenti semplici ma ben calibrati: lo sciopero e la solidarietà tra le lotte.

Ne hanno pagato le conseguenze, tra aggressioni violente ai picchetti e intimidazioni, ma sono riusciti a ottenere vittorie impensabili fino a poco tempo fa. Uno dei loro slogan, 8x5 (ore lavorate per giorni lavorati), è diventato la base di diversi accordi sindacali con aziende del territorio fortemente refrattarie a ogni tipo di sindacalizzazione.

Esemplare, di recente, la storia di Ruomeng, la prima lavoratrice cinese del settore tessile ad essersi rivolta al sindacato e ad avere ottenuto il contratto i lavoro. Spiegò di lavorare sei giorni a settimana dalle 10 alle 20, pur avendo un contratto part time. Licenziata, si unì alla protesta degli Strike Days, riuscendo a essere reintegrata. Il potente video in cui ringrazia i suoi compagni di lotta ha fatto il giro d’Italia: «Per chiedere il vostro aiuto ho avuto bisogno di tanto coraggio. Io non pensavo che andasse così liscio, non capisco che cosa significa uno sciopero. Ero una donna disperata, ho perso il lavoro, ho pianto quando mi hanno buttato fuori. Vi ringrazio e sono molto orgogliosa di me stessa».

Una crisi lunghissima: Sanac e l’acciaio italiano

Ma non c’è solo lo sfruttamento; un altro fantasma si aggira per la Toscana. È lo spettro della deindustrializzazione. Lo combattono da anni gli operai della Sanac, a Massa, azienda leader nella produzione dei refrattari, materiali resistenti alle alte temperature e impiegati nella produzione dell’acciaio. Il suo destino per anni è stato legato a quello dell’Ilva di Taranto, ma la situazione incerta dello stabilimento pugliese fa pensare a un futuro diverso.

In dieci anni la metà del personale è andato via, il ricorso agli ammortizzatori sociali è stato massiccio. Oggi i 77 operai rimasti sono in amministrazione straordinaria e aspettano che il futuro si delinei, il settimo bando di gara è scaduto a gennaio. «Siamo preoccupati perché non ci sono grandi nomi interessati, il governo aveva promesso la nazionalizzazione ma nulla è stato fatto», racconta Andrea Bordigoni, rsu dell’Usb. «Noi chiediamo investimenti su sviluppo, ricerca e vendite, è un settore industriale importante per l’Italia e non possiamo rimanere indietro. Siamo operai, ma non siamo stupidi», chiosa fiero.
Soldi per le armi ma non per il settore civile

Paure simili attraversano il cuore delle 210 persone impiegate nello stabilimento di Pierburg, a Livorno. Il suo settore, l’automotive, è piegato da una crisi che ha contorni europei e l’azienda madre, la tedesca Rheinmetall – che ha avuto una grande espansione nel settore difesa – ha deciso di sfilarsi dalla produzione civile, dopo aver promesso investimenti. Fondi si fanno avanti per l’acquisto, poi svaniscono. E sono scattati gli ammortizzatori sociali. «Chiediamo la replica dell’accordo di garanzia firmato in Germania, con una tutela per tre anni, con salvaguardia di posti di lavoro e sito», spiega Denise Grieco, rsu Fiom Cgil. Finora la risposta è stata negativa e ancora ieri c’è stato uno sciopero.

Storie simili, si è detto, ce ne sono molte. Lo sfruttamento dei caporali nei campi a Grosseto, la lotta per una nuovo modello di fabbrica a Campi Bisenzio, i tanti precari nella logistica o nella grande distribuzione. La Toscana non ha intenzione di mollare, fedele al dettato del primo articolo della Costituzione: «Fondata sul lavoro». Anzi, rifondata.

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