I giovani e le aggressioni, Daniele Novara: il buco nero, cosa deve fare la scuola e basta «con i papà peluche»
Il pedagogista: «Il problema è totalmente educativo tanto che la situazione è peggiorata dal decreto Caivano»
Lo stupore che provoca l’aggressività di alcuni giovanissimi nasconde una diffusa impreparazione collettiva. Quanto successo nella scuola in provincia di Bergamo, dove un 13 ha ferito gravemente la sua insegnante filmando l'aggressione in diretta e postando poi il video su Telegram, impone riflessioni maggiori. Si moltiplicano gli episodi di violenza compiuta da minori e la rassegnazione o la paura non aiutano nessuno.
Un esperto come il pedagogista Daniele Novara – ha fondato e dirige il Cpp - Centro Psicopedagogico per l'educazione e la gestione dei conflitti - commenta severamente i fatti.
«Il problema è totalmente educativo, non clinico o di ordine pubblico, tanto che la situazione è peggiorata dal decreto Caivano – afferma –. La scuola deve essere un santuario di sicurezza, di benessere e l'idea di trasformarla in un'istituzione antiterrorismo con l'uso del metal detector serve solo a creare il panico. Questo può agire in opposizione, inducendo a compiere gesti dimostrativi come quando c’erano i tiratori di pietre dai cavalcavia delle autostrade, fenomeno risolto quando i media smisero di parlarne».
Quindi come agire?
«L'obiettivo primario della scuola è il saper vivere. I bambini in prima elementare devono anzitutto imparare a stare tra di loro: conta di più l'intervallo di quando sono nei banchi perché nell’interazione si costruisce la capacità della cittadinanza e di considerare ciascuno come portatore di un punto di vista. Quindi, sarebbe molto importante che nelle secondarie si tornasse a fare discussioni, ad ascoltarsi quando si hanno opinioni diverse, perché in questo momento stiamo tirando su una generazione estremamente permalosa, suscettibile. Come siamo finiti in questo buco nero delle risse? L’educazione civile democratica è la capacità di gestire i conflitti tra le persone, ossia le divergenze, le contrarietà. È questo che la scuola deve insegnare. Certo, bisogna poi lavorare con i genitori. In questo momento non esiste un piano né governativo né parlamentare, né progetti. Ci si occupa dei figli e dei ragazzi ma non dei genitori, ed è un errore gravissimo».
In quale modo è possibile aiutare i genitori dal punto di vista educativo?
«Lavoriamo tanto col mio istituto, abbiamo le scuole genitori, gli sportelli di consulenza educativa, i libri. Però sono gocce nel mare, ci vorrebbe un piano Marshall di finanziamento per sostenere la capacità educativa dei genitori, specialmente per la presenza paterna. Dove sono questi padri? Ne ho parlato nell'ultimo libro “Il papà peluche non serve a nulla”: è la figura che stabilisce il senso del limite, ma che senso del limite hanno questi che si buttano in una rissa, che girano con i coltelli e non hanno nessun senso dell'autorità? Dov'era il padre? E le mamme a volte pretendono di continuare a trattare ragazzi di 16 anni come se fossero bambini mentre bisogna smettere di fare accudimento e far tornare in azione anche i padri».
Anche gli insegnanti sono in difficoltà. Il loro ruolo è cambiato?
«È una questione antropologica. Attorno ai primi anni 90 si è passati dall'epoca dell'appartenenza a quella del narcisismo: l'individuo con le sue esigenze prevale sul senso di appartenenza collettiva, i bisogni individuali su quelli comuni. Il modo migliore per gestire i ragazzi in preadolescenza e in adolescenza è quello di lavorare sul gruppo, favorire i processi di autolimitazione, di autoregolazione, anche di autogestione nel gruppo. Fare l'insegnante di una volta, con lo spiegone frontale, e sperare che gli studenti abbiano il senso dell'autorità e ascoltino, porta al flop perché il mondo è cambiato e in classe ci sarà sempre un terzo di alunni che non ha assolutamente il senso dell'autorità, dato che non l'ha acquisito dai genitori. Invece una didattica basata su regolazione reciproca tra gli alunni, attività di ricerca comune, problematizzazione, utilizzo di situazioni di stimolo piuttosto che di lezioni frontali, permette di rispondere a questa emergenza narcisistica. C’è un problema metodologico a scuola e purtroppo il Ministero ci è incaponito nell'investire solo sull'aggiornamento digitale e non sulla competenza pedagogica».
Però è anche vero che i giovani non sono più in grado di ammettere i propri errori?
«Bisogna lavorare per restare sul piano educativo e non andare verso modelli punitivi che li cristallizza. Occorre cioè favorire i processi che li riconsegni alla vita civile. Non possiamo riempire le carceri minorili di ragazzi che quando usciranno risulteranno mine vaganti per tutti e per tutto. Abbiamo tante esperienze: il ragazzo ce la fa, impara dai suoi errori. Il suo cervello è eccezionale e molto plastico sino ai 24 anni: sfruttiamo questo fatto anziché continuare sulla via della repressione punitiva».
