Sanità, l'assessora Monia Monni: «Governo volutamente distratto, vuole aprire praterie al privato» – La replica al ministro Schillaci
L’assessora regionale alla Sanità fa il punto sui servizi sanitari in Toscana: «Ecco come il sistema territoriale farà da decongestionante ai pronto soccorso»
Ha letto e riletto con più di una perplessità l’intervista al ministro della Sanità Orazio Schillaci pubblicata il 10 aprile sul nostro giornale. Non le è servita a indebolire o a rivedere la sua convinzione di un governo «intento ad aprire delle praterie al privato» e «volutamente distratto rispetto alle esigenze delle Regioni, a cui si chiede di fare di più, senza però assicurare cospicue risorse in più». In questa intervista al Tirreno l’assessora regionale alla Sanità Monia Monni fa il punto sui servizi sanitari in Toscana e sull’ampliamento della rete territoriale da cui ci si aspetta un decongestionamento dei pronto soccorso.
Assessora Monni, questione liste d’attesa: che tipo di trend c’è ora in Toscana? Dove si può migliorare? E cosa pensa della disomogeneità regionale evidenziata dal ministro?
«Sicuramente le liste d’attesa sono uno dei temi su cui si misura di più la credibilità del sistema sanitario pubblico. In Toscana abbiamo un sistema che tiene, abbiamo dei risultati importanti, che lo stesso ministro ci ha riconosciuto. Per quanto riguarda la diagnostica e, soprattutto, l’oncologia. Anche noi, però, viviamo difficoltà particolarmente significative, come la dermatologia e l’oculistica, dove serve un lavoro più approfondito e innovativo che abbiamo già avviato. Serve ovviamente anche lavorare sull’appropriatezza delle prescrizioni: lo stiamo facendo in collaborazione coi medici di medicina generale, perché le prescrizioni crescono a volte in modo esponenziale e non corrispondenti ai bisogni di salute. Quindi c’è un lavoro da fare insieme, con la grande disponibilità dei medici di famiglia. In questo senso abbiamo già fatto una delibera che regola ulteriormente la modalità di prescrizione e confidiamo che possa dare buoni risultati. Per quanto concerne la disomogeneità tra Regioni, questa c’è, esiste, ma credo non basti nominarla. Molte misure che il governo ha indicato come soluzioni noi, in realtà, le stiamo già applicando da tempo. Quindi, per noi non c’è alcuna novità. Ma il punto vero è che in tutta Italia, e anche in Toscana, c’è una carenza profonda di personale e se non si affronta questo nodo, difficilmente si ha un risultato apprezzabile. C’è una crisi vocazionale importante, che pesa sui territori più marginali e periferici, perché, essendo pochi, i medici possono permettersi di scegliere dove andare e scelgono conseguentemente i luoghi dove hanno più possibilità di progressione di carriera o quei luoghi più vicini alle proprie esigenze di vita».
Il ministro ha anche parlato di una campagna di controlli sull’intramoenia da affidare ai carabinieri del Nas. Cosa ne pensa?
«È una campagna opportuna, perché la trasparenza la ritengo sempre un valore. Penso che i controlli, se servono a garantire equità e correttezza, siano uno strumento legittimo, ma se guardo alla Toscana vedo che l’incidenza della libera professione è molto contenuta, e soprattutto è in diminuzione, anche solo rispetto allo scorso anno. Non abbiamo discipline che superano le soglie previste, non emergono situazioni critiche e anche nei casi in cui il ricorso all’intramoenia è un po’ più alto, come per alcune specialistiche, ci risulta non sia determinato dalle liste d’attesa, perché non c’è corrispondenza tra una soglia troppo alta e le stesse liste d’attesa. È tutto più legato alla scelta, da parte del paziente, di un determinato specialista di fiducia. Credo anche che entro certe soglie l’intramoenia abbia una sua utilità, perché serve per trattenere i medici nel sistema sanitario pubblico, che non è un tema secondario, e per lasciare un po’ di risorse nel sistema pubblico invece che farle scivolare tutte verso il privato».
Capitolo risorse: è ancora battaglia di numeri tra voi e il governo?
«Più che una battaglia di numeri è una questione di verità e di responsabilità. Riconosco che il governo ha aumentato le risorse per la nostra Regione. Per l’anno 2026 il fondo sanitario è un po’ più alto, di 250 milioni. Con la stessa onestà, però, devo anche dire che quelle risorse non diventano servizi in più per i cittadini, perché se io guardo alla previsione 2026 noto che solamente gli aumenti contrattuali del personale arrivano a un incremento tra i 90 e i 100 milioni. I costi derivanti dalla crisi energetica si stimano, ad esempio, in 43 milioni di aumento, poi c’è l’inflazione, ci sono altre voci di spesa significative, come quella dei farmaci, che il governo non sta assolutamente tenendo sotto controllo, anzi. La politica del farmaco sta facendo delle scelte che graveranno in modo significativo sui bilanci regionali e solo se si sommano questi elementi i 250 milioni si superano ampiamente. Questo significa che l’incremento delle risorse viene assorbito da costi incomprimibili e che il punto è solo uno, e chiaro: non si può chiedere alle Regioni di fare di più se non si creano le condizioni adeguate, perché la sanità pubblica si difende con scelte coerenti. La spesa sanitaria del nostro Paese rispetto al Pil si attestava l’anno scorso sul 6,3%, scenderà nel 2026, mentre salirà quella per gli armamenti (che sarà del 5%). Noi siamo il 14° Paese in Europa per rapporto tra investimenti in sanità e Pil, dopo di noi ci sono la Romania, l’Estonia, la Lettonia, la Grecia, la Lituania, non certo Paesi che hanno il nostro livello di sviluppo e di cultura sanitaria. E questa è indubbiamente una scelta politica, perché molto spesso la sanità non si privatizza per decreto, lo si fa distraendosi e definanziandola. Perché se ciò che investiamo non corrisponde ai bisogni crescenti, apriamo praterie al privato. E penso proprio che il governo stia facendo questo».
Come rendere più attrattive le professioni di medico di medicina generale e di infermiere?
«Dobbiamo tornare a dire che lavorare nella sanità pubblica deve essere una scelta di valore ma anche una scelta sostenibile. Perché in un sistema sotto pressione si lavora peggio. Per i medici di medicina generale serve anche un percorso chiaro, noi stiamo ridisegnando il loro ruolo nella sanità territoriale che sta cambiando profondamente, quindi formazione, stabilità, integrazione. Per gli infermieri siamo davanti a una vera emergenza nazionale, non basta intervenire sulle indennità o sugli straordinari. Dobbiamo restituire dignità, qualità del lavoro, prospettive di crescita, perché altrimenti non è un problema solo di crisi vocazionale, ne va della tenuta di un sistema».
Le Asl stanno attuando la riforma Speranza sui Pir (Punti d’intervento rapido). L’Asl Centro ha varato un piano che prevede il taglio di 13 guardie mediche di notte. Se un cittadino di aree interne o poco abitate avesse bisogno di un medico di notte, come funzionerà il sistema di emergenza?
«La riorganizzazione della continuità assistenziale, comprese le guardie mediche, non è una sottrazione di servizi. È un cambiamento del modello di risposta ai bisogni, quindi occorre guardare il sistema nella sua interezza. Noi stiamo costruendo una rete territoriale più integrata, che mette insieme la continuità assistenziale, i Pir, le Case di Comunità, l’emergenza-urgenza e nuovi strumenti di presa in carico domiciliare. Un sistema che garantisca, anche nei territori più fragili e nelle aree interne, tempi di risposta efficaci. Se la coperta rimane corta, noi, infatti, qualcosa dobbiamo inventarci. Per fare un esempio, rimanendo nell’area dell’Asl Centro, una guardia media riceve di media 1,8 telefonate a notte. Di queste, il 60% si risolve esclusivamente con la chiamata (e quindi potrebbe essere anche risolto dal 116117). Riorganizzare vuol dire anche recuperare le ore notturne in modo più produttivo, durante il giorno, dentro le Case di Comunità, senza ovviamente far mancare la risposta. E guardare al sistema nella sua completezza ci consente anche di pensare a un alleggerimento dei pronto soccorso, dove attualmente viene registrato l’80% di accessi impropri (termine che detesto, perché poi certi accessi sono necessari se queste sono le uniche porte aperte h24). Ne beneficeranno anche ospedali, servizi domiciliari e attività di emergenza-urgenza. Ci dovranno essere più porte comunicanti per l’accesso al sistema».
Intanto, però, i pronto soccorso si reggono sugli straordinari, con la conseguenza che il personale è allo stremo. Le risulta?
«Si reggono per la maggior parte sulla produttività aggiuntiva perché si fa fatica a reclutare personale all’interno dei pronto soccorso. È un segnale che non si può ignorare, questi sono professionisti che operano in condizioni molto difficili e quando ci si regge sugli straordinari significa che li stiamo portando oltre il limite. Il tema è sempre quello della carenza di personale, in particolare quello dell’attività di emergenza. Sembra che ora nella scelta degli studi ci sia un’inversione di tendenza, ma gli effetti li vedremo solo tra qualche anno. Proprio in questi giorni sto incontrando alcuni direttori di pronto soccorso per valutare insieme quali sono le criticità e quali le possibili soluzioni».
L’esperienza del Pir di Torregalli ci dice che così vengono smaltiti tanti codici a bassa intensità destinati altrimenti alle attese nei pronto soccorso. Ne entreranno in funzione altri in Toscana?
«Credo che i Pir siano fondamentali perché intercettano bisogni reali che oggi confluiscono tutti sui pronto soccorso e che possono trovare una risposta altrove o accanto allo stesso pronto soccorso, come nel caso di Torregalli, oppure nelle Case di Comunità. L’estensione dei Pir fa parte della riorganizzazione di cui parlavo, il tema è quello di un sistema composto da vari tasselli in grado di dare risposte con personale sufficiente, e anche su questo ci stiamo lavorando. Quando poi tutto sarà completato, ci vorrà anche un cambio di passo culturale da parte dei cittadini, i quali dovranno metabolizzare il fatto che tutto ciò che non è ambulanza si risolve dentro la Casa di Comunità».
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