Diretta
Guerra in Iran e gli aumenti di benzina e gas: i veri motivi dei rialzi, gli effetti sulle tasche e cosa può fare l’Europa
Ecco gli scenari sul fronte energetico secondo l’economista Luca Spataro: molto ruota intorno a un fattore
Sarà la durata della guerra in Medio Oriente (qui le ultime notizie) a fare la differenza. Anche per quanto riguarda le quotazioni internazionali del petrolio e degli altri prodotti raffinati, con conseguenze a cascata sui prezzi alle pompe di benzina: «Se sarà breve, l’impatto può restare limitato a un picco temporaneo dei carburanti e a effetti contenuti sulle bollette. Se invece si prolunga, l’aumento dei costi energetici si trasferisce a trasporti, logistica e beni di consumo, con effetti più persistenti su inflazione e potere d’acquisto», spiega il professor Luca Spataro, ordinario di Scienza delle finanze all’Università di Pisa.
Con quali conseguenze?
«Nel caso di una guerra lunga l’impatto stimato oscilla fra i 600 e gli 800 euro l’anno. Però è bene fare chiarezza su un punto».
Quale?
«L’Italia è tra i Paesi europei con gli stoccaggi di gas più elevati, intorno al 47% della capacità. In altri termini, non c’è un rischio immediato di carenza, ma di prezzi più alti».
Al riguardo alla pompa si registrano degli aumenti. Che cosa sta accedendo realmente?
«Stanno agendo due fattori. Il primo riguarda il mercato: quando cresce il rischio geopolitico, salgono le quotazioni internazionali di petrolio e prodotti raffinati e i listini si adeguano rapidamente. Il secondo è la forte variabilità tra stazioni, e tra self e servito, che in Italia è particolarmente marcata. In fasi di tensione è vero che può esserci qualche comportamento opportunistico, ma eventuali rialzi ingiustificati possono essere oggetto di controlli e sanzioni».
La guerra che impatto sta avendo sui mercati dell’energia e del petrolio?
«L’effetto principale è l’aumento del premio al rischio. I mercati diventano più volatili, crescono i costi logistici e assicurativi e le quotazioni reagiscono al timore di interruzioni nelle forniture. Sul gas europeo si sono visti rialzi rapidi, mentre sul petrolio pesa l’incertezza su rotte ed export. Non è ancora un problema di scarsità fisica, ma di aspettative».
Perché Iraq e Kuwait stanno riducendo in modo massiccio la loro produzione quotidiana di petrolio?
«I motivi possono essere molteplici, ma vi è anche una stringente logica economica che, potenzialmente, può giustificare queste scelte: se le rotte sono ostacolate o le infrastrutture a rischio, ridurre l’output è una scelta operativa. In un mercato teso, minore offerta sostiene i prezzi e rafforza il potere negoziale dei produttori».
Cosa possono fare l’Europa e l’Italia?
«Nell’immediato, coordinamento e monitoraggio, anche attraverso strumenti già attivati come il decreto Bollette, per contenere l’impatto sulle categorie più esposte. Nel medio periodo occorre ridurre l’esposizione agli choc energetici, come evidenziato anche dal Rapporto Draghi: più contratti di lungo termine, stabilità del mercato elettrico e investimenti in rinnovabili, reti e accumuli per rendere i prezzi meno dipendenti dal gas. Tagli generalizzati alle accise abbassano subito i prezzi, ma sono costosi e poco mirati. Meglio misure selettive per imprese energivore e famiglie in difficoltà se la crisi si prolunga».
I cittadini che cosa devono attendersi nei prossimi giorni, per quanto riguarda il costo dei carburanti?
«È probabile una fase di forte volatilità. Se le tensioni peggiorano, i prezzi possono salire ancora; segnali di stabilizzazione potrebbero favorire un rientro. In questa fase la dispersione tra distributori resta ampia e può fare la differenza per chi deve fare rifornimento».
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