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Sanremo 2026, le pagelle. Supremazia delle cantanti donne, tra tante melodie polverose e qualche guizzo

di Libero Red Dolce

	Sal Da Vinci e Carlo Conti dopo l'annuncio
Sal Da Vinci e Carlo Conti dopo l'annuncio

Ecco i nostri giudizi alle canzoni in gara nella serata decisiva del festival

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SANREMO. Dal Festival di Sanremo (qui il racconto della serata) ecco le nostre pagelle alle 30 canzoni in gara per la finale.

Eddie Brock, 2. Ha il merito di essere l’ultimo. Ed è l’unico. Si presenta con qualcosa di mai sentito prima: partenza lenta, quasi parlata, per arrivare su un ritornello urlato e assolo di chitarra con tanto di “na-na-na-na”. Parlando di un amore sfortunato. Già sentito, dite eh?


Maria Antonietta e Colombre, 6.5. Sarà il look sci-fi anni ‘70 della rossa Maria Antonietta, sarà quella gioia da pop di coppia, sarà il ritornello indubbiamente appiccicoso: un poppetino senza pretese ma è come tornare a vedere a colori dopo parecchio bianco e nero.


Enrico Nigiotti, 4.5. Dargen aveva quasi rianimato questo scribacchino, il cantante livornese lo ha riavvicinato al sogno del cuscino che sfiora la guancia. Una canzone di quelle che sembrano nate e cresciute tra le poltrone del teatro Ariston. Ma non è proprio un complimento.


Dargen D’Amico, 5.5. Piazzarlo all’una e dopo un po’ di pezzi lenti è una scelta chiara: Conti vuole provare a svegliarci prima della premiazione. Qualche gemma nascosta nel testo, ma è sotto ai suoi standard.


Mara Sattei, 5. Qualcuno le scriva una buona canzone, praticamente porta una mezza fotocopia del brano dello scorso anno – partenza lenta, quasi sussurrata che si apre in un ritornello arioso – che però funzionava meglio. Un pop da inizio anni 2000, prevedibile ed è un peccato.


Tredici Pietro, 6. Il titolo della canzone è lo stesso di un geniale libro di Don De Lillo. Ma è l’unico lampo di genio che gli si può attribuire, anche se il suo rap-soul non è male e prova a smarcarsi dai cliché musicali festivalieri (tranne sul ritornello, molto standard). Funziona a metà.


Luché, 5. Preferiamo ricordarcelo con gli indimenticati Co’Sang, è la prova provata che il rap e Sanremo non sono fatti l’uno per l’altro anche se ormai, per ragioni discografiche, convivono forzatamente. Pezzo che non rimarrà anche se il ritornello risolleva la strofa e gli streaming lo premiano.


Fulminacci, 6. Sa raccontare meglio di altri le storie in musica, con una ballata elegante su... indovinate un po’? Amori sfortunati. Ma è nel suo, ci sta comodo e pur senza eccellere è una buona esibizione.


Michele Bravi, 6.5. Una delle voci più interessanti, il pezzo sta nel gruppone delle canzoni d’amore un po’ malinconiche ma l’ironia dà un tocco di originalità. E dà voce al disagio dei tanti che guardano Sanremo mentre il mondo brucia con il suo messaggio finale.


Samurai Jay, 3. Pezzo pensato per finire su TikTok o sulle storie di Instagram, con un paio di “andale” e “bailando” per ricordarci che è tutta energia latina y sexo. Ma alla fine finisce anche lui per ballare e piangere con la mamma presa dal pubblico. Poco, molto poco.


Fedez & Masini, s.v. Con il Tg1 la realtà della guerra irrompe al Festival. Mentre Israele e Usa esportano la libertà e la democrazia con le bombe, con l’annuncio della morte di Khamenei confermata da Trump, a loro tocca esibirsi subito dopo. Non hanno colpa di questo stridente contrasto, la canzone comunque è tediosa e vittimista. E non possiamo che citare la serie Boris: “L’Italia è un paese di musichette mentre fuori c’è la morte”.


Levante, 6.5. La cantautrice siciliana porta un pezzo scritto da lei e nessun altro e questa è già una notizia. È nella sua maturità artistica, interpreta bene passando dal registro più dolce a quello graffiato senza sforzi. Conferma la supremazia femminile in questo Sanremo, canzone intima ma non indimenticabile.


Sayf, 7. Tu ci piaci, Sayf. Raccoglie l’eredità di Ghali e porta uno dei testi più consapevoli e interessanti. Un po’ goffo ma in modo tenero, come quando si porta la mamma sul palco e canta il suo ritornello occhi negli occhi con lei. Va seguito.


Arisa, 6,5. Che sia un festival della canzone e non della lagna ce lo ricordano le concorrenti donne, le uniche che sembrano fare davvero quel mestiere per cui si sta sul palco con un microfono. Ma anche il suo brano è nel solco delle canzoni-biografie un po’ dolenti e polverose (da film Disney, dicono i fan), ma lei ha una voce molto bella e ce lo facciamo bastare.


Nayt, 4. Passate le 23, prendere coscienza che si è solo a metà della lista dei cantanti e ritrovarsi a tu per tu con le strofe tardo adolescenziali di Nayt. Lui chiude urlando “viva la cultura”, con la faccia seria di chi sta annunciando una verità scomoda. Chi siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando?


Dito Nella Piaga, 7. Ipnotica, espressiva sul palco, cassa dritta e ritornello appiccicoso. Visto l’andazzo sembra un pezzo partito per sbaglio nella playlist nella Rsa ma la nonna si è svegliata e sta ballando sotto cassa con gli occhiali scuri. Dovranno fare i conti con lei per i piazzamenti migliori, anche se nelle altre sere è stata più incisiva.


Ermal Meta, 5.5. Sapori balcanici nella melodia, lui interpreta un testo da favoletta noir in modo dignitoso. E alla fine un messaggio per i “bambini silenziati dalle bombe”. Tutto qui.


Elettra Lamborghini, 5. Canta dopo Bocelli. E qui potremmo e dovremmo fermarci. Se il maestro di Lajatico arriva su un cavallo bianco con piglio da Napoleone, lei è più dalle parti di Sant’Elena: l’esilio dove vorremmo essere per non sentire ancora la sua “Voilà”. Ma recupera un punto perché è decisamente l’amica super simpatica con cui vorresti fare l’alba ai “festini bilaterali”.


Sal Da Vinci, 6.5. Il più grande cantante di matrimoni del mondo o forse dell’universo, canta l’amore perpetuo etero cis come pochi sanno fare. La sua “Per sempre sì” la canterete sotto la doccia per i prossimi sei mesi, lottando per cacciarla fuori dalla testa, provando a fermarvi ma sarà inutile: arrendetevi, siete legati per la vita. E preparatevi a comprare una fede nuziale sgargiante. Probabile in top 3.


Patty Pravo, 4,5. Monumento a se stessa, a 77 anni è all’undicesimo Festival ed è riuscita ad andare in fondo a tutti senza addormentarsi. Ma il pezzo in gara non è una di quelle pazze idee che ce l’hanno fatta amare, pesantuccio e strascicato. Ci riporta in zona narcolessia.


Serena Brancale, 7. Interprete di altissimo livello, per quello che si è visto sul palco un’aliena. Il pezzo non è proprio entusiasmante o fresco, una ballad struggente in ricordo della madre che ricorda certe canzoni da musical. E la voce accompagna il crescendo con classe cristallina, l’immagine della sorella che dirige l’orchestra in lacrime è toccante. Brava!


Lda e Aka 7even, 6. Puntano chiaramente sull’effetto tormentone con un pezzo in quota “canzone napoletana un po’ sudamericaneggiante”. Ci sanno fare, anche se la sensazione di sentire due Gigi D’Alessio riaggiornati al 2026 è forte. Ah già, è il padre di uno dei due.


J-Ax, 6. Un country un po’ qualunquista, con qualche doppio senso ammiccante sulle droghe – “Ti passo la canna del gas”, “Facciamoci una botta di felicità” – che almeno ci allontana dagli amori dolenti che imperano sul palco. Il ritornello funziona e le radio apprezzeranno. Il vestito da cowboy in nero è talmente kitsch che diventa bello.


Tommaso Paradiso, 6. Fa quello che fa da sempre, solo un po’ meno piacione e leggermente imbolsito. Ma il mestiere c’è, la canzone è la naturale evoluzione del suo percorso artistico: poesia da tardo ginnasio, in bilico tra romanticismo e introspezione.


Malika Ayane, 7. Ah, allora si può salire su quel palco cantando bene! Tocco vintage, funk e qualcosa di sudamericano e il piedino parte. No eh, non allungate il piede sul divano che svegliate la nonna che si era addormentata (giustamente). Andate a ritmo, “come animali notturni”…


Leo Gassmann, 3. Ha una bella intensità sul palco, personalità indubbia, ma quando arriva al ritornello pare un po’ il tipo entusiasta al karaoke: poca grazia, tutto polmoni. E sul sussurrato non va meglio. Il testo della canzone è da poco.


Bambole di Pezza, 6,5. Dovevano portare il “punk-rock” al festival, ma devono averlo lasciato in camerino perché la cosa più punk che fanno è l’annuncio della cantante Cleo di tatuarsi Carlo Conti sul braccio. Però in questa finale fin qui piuttosto moscietta la loro ballata pop-rock ha energia e rispetto al trio di maschi che le ha precedute ci ha svegliati dal rischio narcolessia.


Raf, 4. Una canzone ottima per un gruppo “Buongiornissimo, kaffè” e dal suono indietro di quella ventina, trentina d’anni che ci si stupisce quando la telecamera torna sul conduttore e c’è Carlo Conti invece che Pippo Baudo. L’omaggio alla moglie con le telecamere Rai che insistono su di lei tra il pubblico è tenero, ma si poteva fare anche nel salotto di casa.


Chiello, 6. Fa la fine che purtroppo fanno molti trapper arrivati sul palco di Sanremo: passare da incendiario a pompiere in un lampo. Ma la canzone ha una sua fragilità rotta che funziona, anche se lui fatica parecchio a intonare…


Francesco Renga, 4,5. Eieieie, capitaaaaa: è il re delle vocali aperte, apertissime. Spalancate. Questa sua canzone sarà anche il “meglio di me”, ma noi gli auguriamo che ci sia qualcosa di davvero migliore nel suo futuro artistico.

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