Paolo Crepet e la non accettazione nei giovani: «Le chiappe prima o poi cadono, le idee restano». E dà un consiglio alle ragazze
Il sociologo e psichiatra analizza il complesso tema: «Si migliorano foto o si va dal chirurgo estetico: è la ricerca di una perfezione inesistente. Oggi lo specchio è ovunque, soprattutto nel telefonino»
Davanti allo specchio oggi non si cerca più solo un riflesso, ma una conferma. E spesso o troppo spesso non arriva. I dati parlano chiaro: molte ragazze quando si specchiano non si piacciono, si giudicano, si sentono inadeguate. E i social network amplificano tutto questo e il rapporto con il proprio corpo diventa sempre più fragile. Ne abbiamo parlato con il professor Paolo Crepet, sociologo e psicologo.
Professore, questi dati la sorprendono?
«No, affatto. È sempre stato così, solo che oggi la situazione è peggiorata. Una volta c’erano pochi specchi: quello in camera da letto, forse uno in bagno. Oggi lo specchio è ovunque, soprattutto nel telefonino. Ci si guarda continuamente e meno ti guardi con benevolenza, meno ti approvi. Perché? Perché l’idea che abbiamo degli altri – e soprattutto delle altre – è falsata, idealizzata. Viviamo e vediamo un mondo glamour completamente irreale: o le immagini sono ritoccate, oppure lo sono i volti, grazie alla chirurgia estetica. È una corsa verso una perfezione che non esiste e non è mai esistita. E poi: cos’è la perfezione? Un’astrazione. Leonardo ha dipinto la Gioconda, la voleva carina, ma non per vincere un concorso di bellezza. Oggi invece sembriamo tutti in gara».
Perché oggi il rapporto con la propria immagine è così complicato, soprattutto per le più giovani?
«Perché davanti allo specchio non cerchiamo solo un’immagine estetica, ma cerchiamo una risposta a qualcosa di più profondo. In quel riflesso finiscono le nostre paure, le nostre insoddisfazioni, il timore di non essere all’altezza. La bellezza diventa una scorciatoia: ‘Se miglioro il mio corpo, forse risolvo quello che non va dentro’. Ma non funziona così. L’insoddisfazione è interna, profonda, e oggi emerge con più forza perché il futuro è percepito come incerto, complesso, minaccioso. Ogni fotografia, come diceva Oliviero Toscani, è un autoritratto: anche quando fotografiamo altro, raccontiamo sempre qualcosa di noi».
Che ruolo hanno i social network nella percezione del corpo?
«Un ruolo enorme. Mark Zuckerberg, l’inventore di Facebok, è stato chiamato davanti a una commissione del Senato degli Stati Uniti proprio per parlare dei social e dei rischi per i ragazzi. Gli è stato chiesto se fosse consapevole che il suo business stava danneggiando soprattutto generazioni di adolescenti. Lui era visibilmente imbarazzato, ma poi non è successo nulla. Oggi si pubblicano solo immagini perfette. Nessuno viene più ‘male’ in foto. Una volta ti dicevano: ‘Sei meglio dal vivo’. Ora non lo dice più nessuno. C’è un’omologazione totale nell’immagine».
Il confronto continuo con immagini perfette può minare l’autostima?
«Certo. Ti fai una foto, la ritocchi, la pubblichi. Poi esci, vai al bar, incontri qualcuno che magari pensa: ‘Online sembrava un’altra persona’. A volte non si riconoscono le persone quando le incontri, rispetto alle immagini pubblicate. Questo scarto continuo tra realtà e rappresentazione crea disagio, frustrazione, perdita di autenticità».
Sempre più giovani si avvicinano alla medicina estetica. Che segnale è?
«È un segnale preoccupante. Una ragazza di diciott’anni che si fa le labbra a canotto: cosa succede quando ne avrà settanta? È lo stesso discorso dei tatuaggi fatti senza pensare al tempo che passa. A vent’anni può sembrare tutto bello, poi il corpo cambia, cala, si trasforma. È un modo per camuffarsi, come le ciglia finte. Ho visto ragazze devastate da scelte impulsive, come tatuarsi il nome del fidanzato e poi dover ricorrere al laser per cancellarlo o camuffarlo».
Che responsabilità hanno gli adulti?
«Enorme. L’errore è voler essere uguali ai figli: a volte le mamme indossano gli stessi vestiti delle loro figlie, vanno agli stessi aperitivi, ascoltano la stessa musica. Un genitore deve fare il genitore, non il coetaneo. A cinquant’anni non puoi vivere come se ne avessi venti. La bellezza cambia, si trasforma, e va accettato. Si può essere affascinanti per le idee, per la testa, per l’ironia. Restare aggrappati all’immagine della ventenne è mostruoso».
Che consiglio darebbe a una ragazza che si sente inadeguata davanti allo specchio?
«Non deve omologarsi. Mai. Ribellarsi all’idea che bisogna essere per forza tutte uguali. Parlare, chiedere aiuto, non chiudersi. Non sentirsi ‘preda’. La bellezza può svanire da un momento all’altro, ma le idee no».
Consiglio finale?
«Glielo dico in maniera chiara: le chiappe prima o poi cadono. Le idee restano».
