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L'intervista

Paolo Crepet: «Droghe tra i giovani? Genitori iper tolleranti non pensano al futuro dei figli»

Paolo Crepet: «Droghe tra i giovani? Genitori iper tolleranti non pensano al futuro dei figli»

Lo psichiatra interviene anche sull'alcol: «Anche Hemingway beveva, ma scriveva da premio Nobel. Qui manca tutto»

11 luglio 2024
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«È avvenuto un patteggiamento fra la cultura degli adulti e la cultura dei giovani, un patto di non belligeranza: “e fattela, via, una canna”, tanto i problemi che agitano la famiglia sono altri, non è così importante pensare come sarà il futuro di un figlio o di una figlia». Con la sagacia che lo contraddistingue, e forte della sua sconfinata conoscenza delle dinamiche dei comportamenti umani, il professor Paolo Crepet, psichiatra, scrittore e saggista, interviene sui temi che oggi, ancora di più sulla scorta dei dati contenuti nella relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze, spiccano tra le urgenze da affrontare. Non solo. Nel dialogo in esclusiva con Il Tirreno, a cui ha dedicato una parte della sua mattinata, affronta una serie di argomenti di attualità, dalla cronaca alla politica.

Professor Crepet, un terzo della popolazione studentesca toscana fra 15 e 19 anni afferma di avere fatto uso almeno di una sostanza illegale. Una percentuale molto alta.

«Questo dato non mi sorprende affatto. In un capitolo del mio ultimo libro, “Mordere il cielo”, parlo di un incontro a San Francisco fra i due uomini più potenti della terra, i presidenti di Stati Uniti e Cina: al primo punto del confronto c’erano le strategie per arginare una droga i cui principi attivi sono prodotti in Cina e poi sintetizzati in Messico, che negli Usa fa 130.000 morti ogni anno. E il parlamento italiano cosa fa dopo la relazione annuale sulle tossicodipendenze? A parte lo sconcerto che dura una mezz’ora, si torna a parlare di proposte di liberalizzazione. E ai ragazzi cosa diciamo? Il dato di un terzo di loro che usa sostanze lo trovo molto ottimistico, figurati se tutti gli intervistati hanno detto la verità. Ci dobbiamo preoccupare di più di questo problema. I ragazzi non vedono un futuro e la droga brucia il cervello: uno studio recente riporta che il 9% di chi consuma marijuana in modo costante sviluppa sintomi di psicosi, una malattia grave. Mi rammarico della superficialità con cui questi temi si trattano».

Dalla relazione al Parlamento emerge un altro dato preoccupante sui giovanissimi: l’assunzione di psicofarmaci non prescritti. Soprattutto le ragazze: ne fa uso circa il 16% in Toscana.

«I mercati paralleli online ci sono e non vengono perseguitati. Siamo troppo tolleranti. E poi c’è l’alcol, che oggi non significa, anche per i giovanissimi, una birretta. L’aspetto più preoccupante è che l’abitudine all’alcol si accompagna alla mancanza di un progetto di vita. Anche Hemingway beveva, ma scriveva da premio Nobel. Qui manca tutto».

Oggi (ieri, ndr) il tribunale, chiamato a pronunciarsi sulla riapertura del processo sul caso di Erba, il caso di quadruplice omicidio avvenuto a dicembre 2011, ha riconfermato l’ergastolo per i coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi. Cosa ne pensa, professore?

«Seguii la vicenda all’epoca. Ci può essere stato qualche dato non chiaro, qualche dubbio interpretativo. Ma ci fu una testimonianza molto importante su questa vicenda; poi questa persona morì. Ma quello che in Italia più spesso manca non è tanto il meccanismo del giudizio quanto l’equità della pena».

La cronaca nera appassiona molto.

«Della cronaca nera si è portati a non vedere mai la parte metaforica, e questo rischia di non farci capire il fatto. Faccio un esempio: il dramma di Giulia Cecchettin. Lo conosciamo tutti. Alcuni mesi dopo, dalle verifiche compiute dai tecnici sul suo telefonino viene fuori una cosa allucinante: il ragazzo che è in carcere per il suo assassinio le aveva inviato oltre duecentomila messaggini. All’epoca del femminicidio di Giulia dissi che quel caso era l’ennesimo dramma della solitudine: non solo l’essere soli a cercare di capire cosa c’è nella testa di una persona che ti invia tutti questi messaggi, ma nel non avere qualcuno a cui dirlo. Eppure quest’ultima notizia ha avuto una eco assai ridotta».

Sulle cronache del Tirreno, da un approfondimento sul caro libri scolastici è emerso un caso grave, e sicuramente non sarà isolato: una madre sola, divorziata, con tre figli, si è rivolta a un’associazione a cui ha riportato che sarà costretta a non mandare più i figli maggiori alla scuola superiore perché non ha i soldi per comprare i libri. Cosa ne pensa, professore?

«Sono illuminista, appartengo al modo di pensare della Rivoluzione Francese, per la quale l’istruzione era al centro del progetto politico. Parliamo della fine del ’700, le disuguaglianze erano forse superiori ad oggi. Ma che ci sia una percentuale di genitori divorziati che non hanno la possibilità di comprare i libri per i figli è inaccettabile. Mi chiedo perché lo Stato non possa intervenire. Un genitore in questa situazione deve ricevere gli aiuti necessari: si tratta di fenomeni arginabili e compatibili con la nostra economia. Il ministero dell’Istruzione inoltre deve parlare con gli editori: i libri scolastici non possono costare oltre un certo prezzo».

Quella dei suicidi nelle carceri è una delle emergenze tornate a essere di stringente attualità negli ultimi giorni in Toscana: nell’arco di poche ore si sono tolti la vita un detenuto trentacinquenne alle Sughere di Livorno e un ventenne a Sollicciano.

«Mi sono occupato di suicidi in carcere in uno dei miei primi libri. Sono scritti che hanno oltre trent’anni. A Sollicciano andai perché mi ero occupato di giovani detenuti: le condizioni della struttura erano indifendibili già allora. E Sollicciano non è San Vittore, è un carcere relativamente recente, ma forse era già obsoleto quando è stato aperto, per via del sovraffollamento della popolazione carceraria. Stare in sei in una cella di venti metri quadrati equivale a un girone infernale. I detenuti scontano una pena doppia: oltre a quella inflitta dal tribunale, quella del vivere in carcere. Servono investimenti, non referendum. Lo dice la Costituzione che di pena se ne deve scontare una. Invece le questioni dei diritti si trasformano solo in show televisivi: il ministero della Giustizia e il governo hanno il dovere di lottare per abbattere i suicidi. Una media di cento persone l’anno che si tolgono la vita in carcere su una popolazione detenuta di circa quarantamila persone è un indice di forte degrado. E quando un detenuto uscirà, vorrà rifarsi di quello che ha subito. Non sono problemi che si possono ridurre a un dibattito politico».

Negli Stati Uniti è in corso un dibattito molto acceso sulla ricandidatura di Joe Biden al secondo mandato presidenziale, per la sua età e i suoi problemi di salute. Se avesse Biden come paziente sul lettino del suo studio di psichiatra, come lo giudicherebbe?

«La mia prima reazione al dibattito che c’è è di grande gioia per una democrazia che, seppure discutibile, apre una discussione molto delicata sul suo presidente. In altri paesi non si hanno notizie sulle malattie del presidente. Di tanti leader europei non sappiamo se si addormentano con gli psicofarmaci, nessuno ne parla. In Italia, ad esempio, deputati e senatori non possono essere sottoposti a test tossicologici: di solito se qualcuno si nasconde è perché potrebbero esserci problemi. Quanto all’età di Biden, dico che il mondo è governato da vecchi nella maggioranza dei casi. Non dimentichiamo poi che uno dei più grandi presidenti americani, quello che ha fatto la storia per avere dato un contributo fondamentale alla cessazione della Seconda guerra mondiale, era in sedia a rotelle. E anche John Kennedy doveva prendere farmaci oppiacei a seguito di un incidente durante la guerra in Corea. La democrazia non è basata sull’individuo. Sono sicuro che ci sono persone, gruppi, vicino al presidente Biden che lo consigliano e si fidano di lui. E quanto allo stress, può aggredire tutti. Jannik Sinner, che ha poco più di vent’anni, ha perso ai quarti di finale a Wimbledon per stress».

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