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L’intervista

Come fermare la fuga degli infermieri? Longo (Bocconi): «Non c’entra lo stipendio, ecco cosa serve»

di Ilenia Reali

	Francesco Longo
Francesco Longo

Il direttore dell’Osservatorio del Cergas/Sda dell’Università: «Per gli Oss? Borse di studio alle badanti»

10 luglio 2024
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Una grande campagna per rilanciare il lavoro degli infermieri e borse di studio per le badanti in modo che possano fare i corsi per operatrici socio-sanitarie. A definire la situazione per la mancanza di figure professionali sanitarie (e a individuare soluzioni) è Francesco Longo, direttore dell’Osservatorio del Cergas/Sda dell’Università Bocconi sulla gestione dell’assistenza sanitaria e sociale, membro del Consiglio superiore della Sanità e ricercatore per l’organizzazione e la gestione del personale nelle aziende pubbliche.

Professore, cominciamo dai dati.

«Dal 2030 torneremo ad avere la pletora medica».

Ossia?

«Per i medici abbiamo raddoppiato i numeri degli accessi alle università, senza programmazione. Nel 2030 sforneremo ogni anno in Italia 20mila medici specializzati e ne andranno in pensione 5mila all’anno. Siamo fuori scala. Diventeremo un Paese esportatore di medici».

E per gli infermieri e operatori sanitari qual è lo scenario?

«Sarà l’opposto. Mancano e mancheranno. Le professioni sanitarie sono 23: infermieri, tecnici di laboratorio, fisioterapisti… Per gli infermieri non abbiamo le vocazioni».

Cosa possiamo fare?

«Non è un problema di stipendio. I giovani di oggi sono una generazione narcisista, nel senso che sono attratti da lavori narcisisti, mentre l’infermiere è un lavoro oblativo. E quindi abbiamo un problema generale di mancanza di persone che fanno lavori di cura».

Fine della storia.

«No, va spiegato alla collettività che l’infermiere non fa quello che faceva 30 anni fa, oggi quello lo fa l’Oss. L’infermiere non imbocca, non toglie il pannolone ma distribuisce i farmaci, controlla l’evoluzione delle patologie, è laureato».

Non sarà l’unica cosa da fare...

«Quattro mosse per provare a risolvere il problema: primo, ridurre le 23 professioni sanitarie e portarle a 8 come hanno i tedeschi, così si aumenta la flessibilità tra categorie professionali. Secondo, a Varese non hanno infermieri perché vanno a lavorare tutti in Svizzera. Hanno verificato che il 30% del lavoro che fanno gli infermieri può essere fatto da amministrativi e questo già ridurrebbe il problema, appunto, del 30%. Terzo, dobbiamo fare una campagna nazionale con testimonial, in grande stile, rilanciando la bellezza di fare l’infermiere: tempo indeterminato, posto sicuro, ben pagato e si può fare ovunque. Serve un lavoro serio sulle vocazioni che non significa un poster appeso negli ospedali ma “l’invasione” dei social. Quarto, dobbiamo attrezzarci per importare infermieri da altri Paesi».

Come fare per il quarto punto?

«Si incaricano le agenzie interinali che sono delle multinazionali: si dovranno occupare dei corsi di lingua, degli aggiornamenti professionali con le nostre università, di trovare le case. Recentemente sono stato all’ospedale di Colonia: ci sono tre social media manager che trovano infermieri su Instagram e in 15 giorni mandano il contratto. I nostri enti pubblici non possono competere, le grandi società interinali invece sì. Noi però dobbiamo dire quanti ce ne servono e da quali Paesi. Dobbiamo attrarre giovani o coppie, altrimenti poi se ne vanno».

Per gli operatori sanitari (Oss)?

«Abbiamo un milione e 100mila badanti. Ma le badanti non possono stare 6 mesi (la durata del corso) senza stipendio. Quindi va offerta loro una borsa di studio, sarebbero ben contente di uscire da un lavoro poco strutturato e faticoso per avere un posto a tempo indeterminato, a 36 ore alla settimana».

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