Gioco
Il Tirreno alla cabina del vento con i familiari dei morti sul lavoro: «Sono omicidi, va cambiata la legge» – Video
L’evento organizzato nei terreni dell’azienda agricola Tegolaja: le voci di Emma, Simona, Lucia e Valeria mogli e madri di chi ha perso la vita lavorando
CAPANNOLI (PISA). «Il papà è diventato un supereroe, e ora il suo compito è aiutare tutti». Lucia Sarconio, moglie di Luca Giannecchini, di Capannori, morto a 52 anni il 21 marzo 2024, travolto da un doppio crollo di terra a Mutigliano (Lucca), nel cantiere in cui lavorava, racconta di suo marito come ne parla ai suoi due figli di due e cinque anni, che ha voluto portare con sé alla cabina del vento. «Siamo venuti per parlare con papà – ha spiegato al più grande che le faceva domande salendo la collina – . Lo faremo guardando su, al cielo».
Difficile spiegare a due bimbi così piccoli l’improvvisa assenza di un padre, uscito di casa la mattina per andare al lavoro e mai tornato: Lucia in questi mesi, trasformando il dolore in coraggio, ha trovato le parole giuste. E spiega infatti che «il compito del papà», investito del ruolo di supereroe, sarà quello di «cambiare il mondo». Ed è anche per questo che vuole che i figli partecipino e vengano fotografati, senza nascondere il loro volto. «Il nostro papà era molto forte e quindi noi facciamo questo sacrificio, ma non lo deve fare più nessuno. Perché ogni papà la sera deve tornare a casa. E il mondo ha bisogno di supereroi».
È un momento di commozione profonda, di silenzio infinito sulla collina di Capannoli che ospita l’iniziativa del Tirreno: Emma, madre di Luana D’Orazio, si inginocchia per abbracciare uno dei bimbi, Lucia ha in braccio la più piccola. «Mio marito – prosegue Lucia Sarconio – era titolare di un’azienda con un altro socio e dove vedeva che c’era una situazione più difficile andava lui, non mandava nessun dipendente. Poi il socio è andato in pensione e lui ha pensato che rimanendo da solo alla guida dell’impresa non avrebbe avuto più tempo per la famiglia. Così ha chiuso tutto e ha cominciato a lavorare come dipendente, per stare con noi. Questo a febbraio; a marzo Gesù ha detto “ho bisogno di aiuto”, lo ha preso con sé».
Quando “ha preso” Luana invece era il giorno del compleanno della madre Emma, che da quel 3 maggio del 2021, non si è più fermata. Ogni giorno ha lottato affinché non ci si dimentichi della figlia, non ci si dimentichi di cambiare le cose. «Non sono morti bianche, sono morti rosse. Quello di mia figlia è un omicidio. Pretendo la legge di omicidio sul lavoro perché quella che c’è è una legge di comodo e ci si può girare intorno», dice Emma Marrazzo. «Il macchinario che ha ucciso mia figlia – aggiunge – per la legge non l’ha manomesso nessuno, i titolari dell’azienda hanno patteggiato. Io lotto. Io dico no. Io non ci sto. Mi chiedono in tanti: chi glielo fa fare signora? Mia figlia è sotto tre metri di terra e non me la restituirà nessuno. Lo faccio per i giovani. Lo faccio perché non si può morire così».
Simona Mattolini è la moglie di Luigi Coclite, 59 anni, di Vicarello, è uno dei cinque operai morti nel crollo del cantiere Esselunga in via Mariti a Firenze il 16 febbraio del 2024. Mattolini ha un’espressione dolcissima, di estrema quiete, eppure si percepisce una grandissima forza, anche, soprattutto, dai suoi silenzi. Quel suo essere presente alla cerimonia, quasi in disparte, dalla sua capacità di discernimento. Arriva alla cabina del vento con i titolari dell’azienda per cui il marito lavorava. «Lui portava il cemento – dice – e se loro avessero immaginato il rischio non lo avrebbero mai mandato, e Luigi non ci sarebbe andato». Aveva molta esperienza, lavorava con le betoniere da trent’anni. Piangono gli ex titolari di Coclite. «Per noi era di famiglia», dicono. Simona Mattolini al microfono tiene la testa bassa, dice pochissime cose. L’emozione è forte. «Mio marito è morto quattro mesi fa e non c’è ancora nessun iscritto nel registro degli indagati», dice «Non ho fretta, io ho già pagato molto. Aspetto», dice , più tardi.
“Nessuno muore finché vive nel cuore di chi resta”, scriveva Ugo Foscolo. Una frase che assume tutte la sua forza nel corpo esile di un’altra piccola grande donna. È Valeria Parrini Toffolutti madre di Ruggero Toffolutti. Suo figlio aveva 32 anni quando è morto, il 17 marzo del 1998, all’acciaieria Magona di Piombino. Da quell’anno Parrini ha costituito un’associazione che porta il nome di Ruggero, è un punto di riferimento nazionale per la sicurezza sul lavoro. E per questo suo impegno, lungo 26 anni, ha ricevuto il riconoscimento di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana consegnato dal presidente Sergio Mattarella. Ruggero è morto stritolato da un ingranaggio nel reparto zincatura 3. «Lavoravo nella redazione del Tirreno di Piombino quando venni a sapere che c’era un operaio morto alla Magona», racconta Valeria Parrini Toffoluti, giornalista, ora in pensione. «Non so ancora spiegare perché ma capii subito che era mio figlio. Seppi il nome, facendo le telefonate di lavoro. Era mio figlio, era morto stritolato da un ingranaggio, dal profitto e dall’indifferenza. Da lì a poco è nata l’associazione con l’obiettivo statutario di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Lo facciamo soprattutto con i ragazzi, attraverso lo sport, la musica , l’arte. Noi crediamo che la mancanza di cultura sulla sicurezza sia importante ma dobbiamo dire che troppo spesso è un argomento esibito come un alibi istituzionale, politico, sindacale per nascondere le ragioni del profitto e dell’economia. Perché, diciamocelo, si risparmia su tutto. La strage è quotidiana e assistiamo troppo spesso solo a un’indignazione post morte. Se riuscissimo con la nostra azione anche ad evitare anche una morte in un anno avremmo raggiunto un obiettivo grande». Poi anche Valeria ha parlato del figlio. «Noi non abbiamo potuto né vedere Ruggero né vestirlo tanto l’ingranaggio “aveva lavorato bene”». E rivolgendosi a lui, da quella cabina del vento che fa piacere pensare riesca a portare i messaggi a chi non c’è più, gli ha detto: «Hai capito cosa stava succedendo? Hai sofferto? Io e babbo pensiamo di sì, forse solo per un attimo interminabile. Un attimo lungo come il dolore che ci portiamo dietro da quel momento».
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