Il Tirreno

Toscana

Un calcio al lutto

Mattia Giani, la partita che non doveva essere giocata: il match della vergogna tra urla e bestemmie

di Cristiano Marcacci

	La maglia per Mattia, i soccorritori e l'ambulanza
La maglia per Mattia, i soccorritori e l'ambulanza

La partita a due giorni dall’addio al 26enne calciatore: per giustificare la scelta ci si appella ai regolamenti senza auspicare che vengano modificati

25 aprile 2024
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FIRENZE. Siamo andati alle Due Strade a Firenze, allo stadio comunale “ Gino Bozzi”, non per scrivere e descrivere la cronaca di una partita, con le sue azioni, i suoi gol, i rigori dati e quelli non visti e non concessi. Bensì per raccontare una partita che non si doveva giocare. Che doveva essere rinviata di più giorni e più settimane. Quella, valevole per il campionato di Eccellenza, che vede contrapposte le squadre del Lanciotto Campi Bisenzio e del Castelfiorentino United. La partita della vergogna e dello sdegno.

Per colpa principalmente del comitato toscano della Federazione Italiana Giuoco Calcio, che ha clamorosamente imposto la prosecuzione del match nella giornata del 24 aprile, a sole 48 ore dal funerale del sanminiatese Mattia Giani e a pochi giorni dalla decisione della procura di Firenze di aprire un’inchiesta su quanto avvenuto sul terreno di gioco del Lanciotto domenica 14 aprile e sulla macchina (inesistente) dei soccorsi. Lascia il tempo che trova il fatto che si sia deciso di spostare su un altro campo la partita.

Resta infatti in primo piano la gravissima scelta di aver disposto il calpestio, con tanto di tacchetti, del cadavere di un giovane vittima di un omicidio. Perché indipendentemente da ciò che vorrà accertare e accerterà la procura (che al momento non ha iscritto nessuno nel registro degli indagati), quello che si è consumato quella maledetta domenica a Campi Bisenzio è un omicidio colposo (il reato peraltro ipotizzato dalla stessa procura con l’apertura del fascicolo). C’è da augurare ai familiari e alla compagna di Giani che dai risultati dell’autopsia possa emergere che nulla avrebbe potuto strappare al tragico destino il loro Mattia, ma rimarrà scritto sulla pietra che al giovane calciatore è stata negata la minima opportunità di salvarsi. I soccorsi, infatti, furono tutt’altro che tempestivi. Non poterono assolutamente esserlo, dal momento che le basilari norme del regolamento furono violate. Per una partita del campionato di Eccellenza è prevista la presenza a bordo campo di un medico oppure di un’ambulanza, ma domenica 14, quando Giani crollò a terra colpito dal malore che poi gli risulterà fatale, non era presente né un medico, né un’ambulanza. Fu portato in campo un defibrillatore, ma senza nessuno che lo sapesse usare nella giusta maniera.

Ieri, invece, quasi dopo un colpo di bacchetta magica, tutto perfettamente a norma allo stadio “ Bozzi”: l’ambulanza attrezzata della Misericordia pronta a intervenire a pochi metri dalla cancellata dietro una delle porte, tre soccorritori a ridosso di una delle panchine, equipaggiati di tutto il necessario, compreso un defibrillatore, in caso di pronto intervento. Lo avrà certamente annotato l’arbitro nel suo referto. Il regolamento glielo impone, ma assurdamente non gli dà la possibilità di non far iniziare la partita nel caso in cui manchi sia l’ambulanza che il medico. La partita deve ugualmente giocarsi, eventualmente può scattare una multa sulla base di quanto riportato dal direttore di gara.

Domenica 14 la partita, appunto, fu fatta iniziare nonostante la mancanza di una minima disponibilità di soccorsi e nei giorni successivi scattò la multa alla società ospitante, al Lanciotto, di 400 euro. Tanto vale, evidentemente, la vita di un calciatore di 26 anni per il comitato toscano della Figc.

Alle Due Strade mancano pochi minuti all’ingresso in campo delle due squadre e l’agonismo è pronto, purtroppo, ad impossessarsi di nuovo dell’attenzione e ad offuscare la memoria di Mattia. Non è dello stesso avviso il direttore generale del Castelfiorentino United Andrea Vaglini, il quale, davanti a una selva di telecamere e microfoni, tiene addirittura a precisare di essere anche un caro amico di famiglia dei Giani. A Vaglini cerchiamo di far focalizzare la stortura, ma ci riusciamo solo fino a un certo punto. Anche per lui la bussola torna ad essere il regolamento. Quel maledetto regolamento, probabilmente da riscrivere. Gli chiediamo se è davvero convinto della scelta di piegarsi al diktat di giocare a 48 ore dalla giornata del lutto e delle lacrime. «Personalmente – ci risponde – avrei certamente preferito che non si giocasse. Per il ruolo di direttore generale che ho nella società, però, mi sento anche in dovere di rispettare ciò che prevede il regolamento dell’Eccellenza, secondo cui negli ultimi due turni del campionato le partite devono essere giocate in contemporaneità. Alla luce di questo, l’unico mercoledì disponibile per il recupero del match con il Lanciotto era oggi (ieri per chi legge, ndr). Ed ecco perché siamo tornati in campo». Sempre secondo Vaglini, nessuno dei compagni di squadra di Mattia aveva intenzione di rifiutarsi di scendere in campo. «Ovviamente immaginatevi con quale stato d’animo – ha aggiunto Vaglini – lo hanno fatto, ma sono tutti presenti. Nessuno ha preferito stare a casa. E li capisco, perché il primo a volere questo sarebbe stato il nostro Mattia. Per lui il calcio era una ragione di vita».

E quindi, dopo la parata della sovramaglia dedicata a Giani con tanto di foto di Mattia stampata e il minuto di silenzio osservato all’inizio con i calciatori riuniti intorno al cerchio di centrocampo, si gioca. Anzi, si riprende a giocare, per l’esattezza dal 14esimo minuto del primo tempo, il momento in cui Mattia si accasciò a terra senza riprendere conoscenza. All’improvviso, al “ Bozzi”, sembra che dieci giorni fa non sia successo nulla: può essere la grande forza del pallone ma anche la sua gigantesca debolezza. Termina pure il silenzio del Lanciotto (a poche ore dalla morte del 26enne e dopo che certe ricostruzioni dell’accaduto vennero clamorosamente smentite i dirigenti annunciarono il provvedimento del silenzio stampa), lacerato dalle urla di gioia per il gol messo a segno dalla squadra padrona di casa e dall’esultanza, decisamente scomposta e assolutamente fuori luogo, dell’autore del gol, che corre addirittura ad abbracciare i compagni della panchina e il proprio mister e a raccogliere lo scroscio degli applausi proveniente dalla tribuna. Ma che c’era da festeggiare? Auguriamoci che l’autore della rete se lo chieda o che qualcuno gli consigli di chiederselo? E poi, quelle bestemmie.

Sono trascorse poco più di 48 ore dalla cerimonia religiosa in cui si è dato l’addio, nel nome della fede cattolica, a un giovane amatissimo dalla sua comunità, dagli amici, dalla famiglia e dalla compagna. L’allenatore del Lanciotto Campi Bisenzio e il portiere del Castelfiorentino United avrebbero potuto fare più attenzione ed evitare di far risuonare il nome di Dio invano tra le tribune dello stadio e i terrazzi dei palazzi delle Due Strade. Come la società del Castelfiorentino avrebbe potuto benissimo evitare di schierare in campo la squadra mantenendo la maglia numero 10, quella che era di Mattia. Tra i dilettanti non vige la stessa norma che esiste nella massima serie, dove è appunto previsto il ritiro della maglia (è successo per Maradona al Napoli come per Astori alla Fiorentina), ma nemmeno quella che i giocatori devono scendere in campo con la numerazione dall’1 all’11. La numerazione può essere dall’1 al 99 e avremmo preferito non vedere il 10 in campo (sarebbe bastato qualsiasi altro numero). Questa la cronaca di un pomeriggio di follia. Babbo Sandro saprà certamente perdonare quanto ci ha sbattuto in faccia un calcio che non dovrebbe appartenerci più.

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