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Roccastrada, il copyright blocca la pietra d’inciampo per la bambina ebrea uccisa ad Auschwitz


	La pietra d’inciampo di Livorno dedicata a Gigliola e l’ex campo di internamento di Roccatederighi
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La pietra d’inciampo di Livorno dedicata a Gigliola e l’ex campo di internamento di Roccatederighi

La piccola aveva tre mesi. I genitori, livornesi, erano sfollati in Maremma per sfuggire alle persecuzioni anti ebraiche

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ROCCASTRADA. Se fosse viva, Gigliola Finzi compirebbe oggi ottant’anni ma la sua vita le è stata strappata ad appena tre mesi a Auschwitz. A legarla alla Maremma il fatto che i genitori, i livornesi Natale Finzi e Berta Della Riccia, entrambi ebrei, nel 1943 erano sfollati a Castell’Azzara in provincia di Grosseto per sfuggire alle persecuzioni antiebraiche. Quando il famigerato ordine di polizia n. 5 del 30 novembre 1943 stabilì che tutti gli ebrei residenti nel territorio nazionale dovevano essere inviati nei campi di concentramento Natale e Berta, che era incinta di Gigliola, finirono nel campo di internamento di Roccatederighi, allestito nell’ala estiva del seminario vescovile che si trovava nel comune di Roccastrada. Poi il viaggio senza ritorno verso il lager.

Della vita brevissima e drammatica di Gigliola Finzi si torna a parlare in questi giorni per un’iniziativa intrapresa da un’associazione locale, i Roccastradini nel mondo, che ha voluto dedicare alla neonata vittima della Shoah una pietra d’inciampo.

Stamani doveva avvenire la posa sul marciapiede di corso Roma a Roccastrada ma venerdì il sindaco Francesco Limatola ha bloccato tutto. «Le pietre d’inciampo sono un’opera d’arte diffusa coperta da brevetto e copyright europei – spiega il sindaco – mentre venerdì ho scoperto che, malgrado le miei varie sollecitazioni a rivolgersi direttamente all’artista tedesco che le ha ideate, Gunter Demnig, niente di tutto ciò era stato fatto».

In sostanza l’associazione, dopo aver indetto una sottoscrizione popolare per coprire la spesa, ha commissionato in proprio un manufatto che somiglia a colpo d’occhio alle pietre d’inciampo di Demnig ma se ne differenzia per aspetti che gli storici considerano sostanziali come il fatto di aver scritto “morta ad Auschwitz” e non “assassinata a Auschiwtz”.

Soprattutto l’artista non ne sapeva nulla così come l’istituto storico grossetano (Isgrec) , l’Anpi, il museo della deportazione di Prato e la Comunità ebraica di Livorno che in forme diverse hanno contattato Limatola per contestare correttezza e opportunità dell’operazione. «Non potevo permettere un’opera abusiva su strada pubblica – dice Limatola – ma ho tenuto conto del fatto che si trattava di un’iniziativa con le scuole».

Per salvaguardare il suo valore didattico sindaco e associazione si accordano per dare una forma diversa alla cerimonia di stamani: nessuna posa in strada perché evitare il plagio del progetto europeo di Demnig ma una commemorazione della bambina con canti e letture nell’atrio del teatro comunale dove il blocchetto con la targa di ottone sarà conservato in suo ricordo in una teca. La notizia è arrivata anche alla Comunità ebraica di Livorno che partecipò nel 2021 nella città labronica alla posa della pietra d’inciampo per Gigliola insieme ad altre istituzioni come Comunità di Sant’Egidio, Comune di Livorno e Istoreco. «Fu posta – ricorda il presidente della Comunità ebraica di Livorno Vittorio Mosseri – di fronte all’ultima abitazione conosciuta dei genitori della piccola. Per questo motivo ho deciso di scrivere al sindaco di Roccastrada per informarlo che noi non eravamo stati coinvolti e che già esisteva una pietra d’inciampo a Livorno. Magari poteva essergli sfuggito».

Mosseri ci tiene però ad aggiungere, senza entrare nel merito della questione del copyright di Demnig, a cui è dedicato un apposito documento nel sito dell’artista, che la Comunità ebraica è favorevole a qualunque iniziativa che ricordi l’orrore della Shoah. «Sono contento – conclude Mosseri – che oggi comunque si tenga un momento di riflessione». Il caso di Roccastrada ha un precedente internazionale: nel 2018 a Apeldoorn (Paesi Bassi) il consiglio comunale aveva deciso di porre delle pietre d’inciampo, in questo caso di marmo nero, davanti alle case di ebrei deportati, realizzate in proprio da un’associazione locale senza consultare Demnig. In quel caso l’artista intervenne sulla stampa sostenendo che dal suo punto di vista si trattasse di un plagio.

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