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Addio al posto fisso, Pasqualino Albi: «C’è disaffezione verso i lavori totalizzanti. E poi certi salari...»
L’esperto: «Dalla pandemia si è trasformato il modo di percepire l’occupazione»
«Le persone stanno ripensando gli stili di vita e mostrano una certa disaffezione da lavori totalizzanti o che assorbono buona parte del nostro tempo». Per Pasqualino Albi, professore ordinario di Diritto del lavoro all'Università di Pisa, è anche questo il motivo per cui il lavoro dipendente, anche a tempo indeterminato, attrae sempre meno giovani.
Quali tutele del lavoro si sono attenuate?
«In particolare la disciplina dei licenziamenti e quella dei contratti a termine. Beninteso, qualcosa del genere è accaduto anche in molti Paesi europei. In quest’ultimi, però, contestualmente sono stati rafforzati gli strumenti di protezione sociale e di welfare. In Italia, invece, lo si è fatto di meno. A questo aggiungiamo la questione salariale».
Incide molto?
«Penso proprio di sì. È vero che le retribuzioni non sono diminuite, ma in Italia sono ferme da 30 anni e nel frattempo il costo della vita è aumentato. Per fare un esempio concreto, e credo anche abbastanza diffuso, di ciò che tutto questo può implicare».
Quale?
«Mettiamo che un giovane vinca un concorso pubblico a Milano o in una qualunque altra grande città: se non vive lì e deve trasferirsi, le spese collegate all’abitazione finiscono con assorbire la metà del salario. E a volte anche di più. Insomma, se non è proprio l’occupazione che si sognava nella vita, e per la quale magari si è anche studiato a lungo, non è detto che sia conveniente accettare quel lavoro».
È per questo, quindi, che il lavoro autonomo è diventato più gratificante?
«Questo è solo un pezzo della spiegazione. In generale mi sembra che fra le nuove generazioni sia abbastanza diffusa la tendenza a considerare il lavoro più come un mezzo di sostentamento che come un fine attraverso cui realizzare almeno una parte delle proprie aspettative di vita. È una tendenza che era già in corso prima della pandemia, ma durante l’emergenza sanitaria si è ulteriormente acuita».
Questo cosa c’entra con la “fuga” dal posto fisso?
«Penso sia in corso una fase di grande trasformazione nella percezione dell’occupazione: pensiamo alle cosiddette “grandi dimissioni” dai posti fissi, un fenomeno che non interessa solo l’Italia. Ritengo che abbia a che fare con un significativo ripensamento degli stili di vita e con una certa disaffezione da lavori totalizzanti o comunque che assorbono buona parte del nostro tempo. Vi è una convinzione sempre più diffusa che il lavoro non sia l’unico mezzo di realizzazione personale e forse nemmeno il più importante».
Può essere un problema per le imprese e per il settore pubblico?
«Lo è sicuramente. Anche perché chi riesce a costruirsi un percorso nel lavoro autonomo che gli consenta un tenore di vita dignitoso, spesso, sono proprio i lavoratori con un livello di competenze e preparazione più alta. Nelle generazioni precedenti, per molti di loro, l’obiettivo occupazionale era trovare un buon posto di lavoro a tempo indeterminato, magari nel pubblico impiego. Oggi non è più scontato che sia così».
Come se ne può uscire?
«Bisogna tornare a rendere più appetibile il posto fisso. Il tema delle retribuzioni è molto importante perché se si guadagna troppo poco è naturale cercare altri percorsi lavorativi. Ma non è l’unico».
Gli altri quali sono?
«Vanno incentivate tutte le misure di conciliazione fra lavoro e famiglia e potenziate le possibilità di integrazione fra lavoro dipendente e la libera professione».
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