Gioco
Una domenica (anti)sportiva: a Montelupo c’è chi vuol giocare con un ragazzo in ospedale, a San Rossore un fantino morto non ferma le corse
A Montelupo Fiorentino in una partita di calcio a livello dilettantistico un serio infortunio di un giocatore diventa argomento di discussione. A San Rossore, invece, l’ippodromo continua nella programmazione delle gare dei cavalli nonostante la morte di un fantino
Due episodi che macchiano una domenica – quella del 4 febbraio – tutt’altro che sportiva. A Montelupo Fiorentino in una partita di calcio a livello dilettantistico un serio infortunio di un giocatore diventa argomento di discussione: una delle due squadre in campo vuole continuare a giocare nonostante l’altra chieda di sospendere il match in seguito al grave incidente. A San Rossore, invece, l’ippodromo continua nella programmazione delle gare dei cavalli nonostante la morte di un fantino caduto in una corsa nella giornata di giovedì 1 febbraio.
A Montelupo
Avanti comunque. Ad ogni costo. Bisogna pensare prima di tutto al risultato. Anche quando un ragazzo crolla a terra a causa di un urto di gioco, non si rialza, perde i sensi per interminabili secondi, arriva l’ambulanza, c’è il trasporto in ospedale. Tutto il campo – giocatori, avversari, spettatori – vivono attimi di terrore. Eppure, alla fine la partita non si sospende. Sono circa le 16 di domenica 4 febbraio e al Carlo Castellani di Montelupo Fiorentino si gioca la partita Montelupo-Saline Volterra. Punteggio 0-0, il secondo tempo è iniziato da poco. Nell’area di rigore del Montelupo un giocatore della squadra di casa cade, colpito alla mandibola da una rovesciata del centravanti del Saline. Il ragazzo, Mattia Bianchini, 19 anni, resta a terra, esanime. Tutti si precipitano a vedere le condizioni di salute del giovane.
«Sono stati dei minuti di assoluto terrore», racconta Alberto De Luca, presidente del Montelupo Calcio. Passano i secondi, e Mattia riapre gli occhi mentre arriva l’ambulanza che lo porta in ospedale, per fortuna senza complicazioni rilevanti (Mattia è tornato a casa già domenica sera). L’arbitro manda le due squadre negli spogliatoi: 45 minuti di attesa per poi riprendere la gara, salvo che una dichiarazione congiunta delle società porti al rinvio della partita. «Erano tutti scossi, nessuno aveva voglia di riprendere a giocare. E all'inizio - sottolinea De Luca - sembrava che tutti fossimo d’accordo nel finire lì la gara».
Eppure, verso le 17,30, l’arbitro richiama le due squadre in campo. I giocatori del Saline arrivano con la divisa, pronti per giocare. Quelli del Montelupo no, sono in tuta. Così risuona il triplo fischio, e la partita finisce con il solo Saline in campo: 3-0 a tavolino. Il risultato dipenderà però dal referto dell’arbitro e dalla decisione del giudice sportivo, che dovrebbe arrivare giovedì. «Se c'è scritto che non c’erano le condizioni per continuare a giocare, allora la partita andrà ripresa. Se invece l’esito sarà diverso – avverte De Luca - faremo ricorso». Ma in realtà non è nemmeno questo il punto. «Al di là della decisione dell’arbitro – spiega De Luca - è l’essersi dovuti ripresentare in campo per giocare, dopo un infortunio del genere, a non esserci piaciuto per niente. Abbiamo vissuto attimi brutti, si pensava al peggio. Il passare sopra un fatto del genere mi fa pensare. Quello che mi dà più fastidio – continua – è che in un campionato di dilettanti, dove non ci sono esigenze televisive, non si è potuto sospendere tranquillamente la partita. Invece sono più importanti 45 minuti di una partita dilettantistica piuttosto che lo stato d’animo dei calciatori, che prima di tutto sono amici».
Secondo la ricostruzione del Montelupo Calcio è stato un dirigente del Saline a spingere per riprendere subito la partita. «Se fosse stata una decisione dell’arbitro, non avremmo aspettato un’ora e mezza», fa notare De Luca. Il regolamento infatti prevede che l’arbitro può decidere autonomamente di sospendere la gara per fatti gravi e ostativi. Altrimenti, devono essere entrambe le società a dichiarare di non continuare a giocare. Però il presidente del Saline, Silvio Chesi, respinge al mittente le “accuse”: «Non siamo mai andati a dire all’arbitro che bisognava giocare per forza. Il capitano – spiega Chesi – ci ha detto che, senza dichiarazione congiunta, il gioco deve riprendere. Ci siamo confrontati tra dirigenti e direttori sportivi e abbiamo deciso di non firmare la dichiarazione congiunta, ma di rimetterci a quello che decideva l’arbitro. Ci sono stati vari casi simili in cui la partita è continuata. Se l’arbitro avesse deciso di sospendere la partita – sottolinea – per noi sarebbe andato bene lo stesso, così come qualora si decidesse di giocare di nuovo la partita. Non mi sento di aver fatto qualcosa che va contro la morale, noi sapevamo che il ragazzo stava bene, che si era ripreso». E, a conclusione del pomeriggio, «siamo stati aggrediti verbalmente e abbiamo dovuto chiamare i Carabinieri per essere scortati fuori dallo stadio in sicurezza», conclude Chesi. Di sicuro ha ragione De Luca: «Non è stata una giornata di sport».
A San Rossore
Show must go on. Sì, lo show deve continuare. Lo cantavano i Queen nella hit considerata il testamento di Freddy Mercury, che sei settimane dopo la pubblicazione del brano sarebbe stato portato via all’Hiv. In realtà la canzone è stata scritta principalmente da Brian May, il chitarrista, ma narra comunque le sorti del cantante del gruppo che continua a esibirsi nonostante si avvicini, inesorabile, l’ora della fine.
E anche oggi, a più di 30 anni dall’uscita, lo show deve andare avanti e va avanti. Sul palco, ma anche sui campi, in pista. D’altra parte tra sport e spettacolo ormai le differenze sono sempre più sottili. E così anche all’ippodromo di San Rossore, si sciolgono le tracce ai cavalli a poche ore dalla scomparsa di Dominik Pastuszka, il 36enne fantino polacco deceduto domenica 4 febbraio all’ospedale di Cisanello per la gravissime ferite riportate nella caduta avvenuta proprio sul circuito pisano il giovedì precedente insieme al cavallo War Brave, poi abbattuto, in una delle prove a ostacoli. Una tragedia immane (lascia un figlia di appena 2 anni), che più che scosso ha colpito duramente tutto l’ambiente. Non abbastanza, però, per fermare la giostra, con le sette corse in programma (stavolta tutte in piano) che sono state regolarmente consumate. «Solo chi vive l’ippica può capire e capirci», sottolinea Emiliano Piccioni, direttore generale di Alfea (la società che gestisce le attività dell’ippodromo di San Rossore).
Non ha voglia di parlare, il dirigente. Troppo forte il dolore per quello che è successo. Ma se la giostra non può fermarsi neanche lui può farlo. Alfea, in realtà, ricevuta la notizia della morte del povero Pastuszka ha immediatamente cancellato dal programma tutte le attività collaterali (per lo più rivolte ai bambini, come la corsa dei cani o il primo assaggio di carnevale) ma non le corse. Perché il calendario è deciso e curato dal Ministero dell’agricoltura e solo dagli uffici guidati dall’onorevole Francesco Lollobrigida poteva arrivare una decisione del genere; ma anche perché i tempi erano stretti (alle 9 del mattino l’annuncio dell’avvenuto decesso del fantino residente a Merano, alle 14 il via della prima corsa) con la macchina che si era già messa in moto (cavalli e fantini in gran parte già arrivati, altri in viaggio ma ormai alle porte di Pisa, tutti con spese già sostenute).
Non solo, sembra che proprio parlando con le maestranze sia stato deciso di evitare di chiamare in causa il Ministero. Già, lo show deve continuare: dietro c’è il lavoro di tante persone. «La filiera dell’ippica non è uno scherzo – prosegue Piccioni, che evita di scendere in particolari – e bisogna tenere conto di tante cose».
Anche dei duemila appassionati che, domenica 4 febbraio, erano presenti nell’impianto. Le corse, così, sono state precedute da un momento di raccoglimento coi fantini riuniti al centro e lo speaker Enrico Querci a raccontare Pastuszka con le sue immagini diffuse sul grande schermo. «Dominik era uno di noi – dice ancora Piccioni – ha lavorato qui a Pisa prima di trasferirsi a Merano, lo conoscevamo bene e tutti gli volevamo bene. Disgrazie come questa lasciano il segno, ancora di più se la vittima è una persona speciale come era lui. Quella di domenica è stata una giornata terribile. Ha colpito una comunità, quella dell’ippica, e l’ha colpita profondamente».
Comunità che ora si sta organizzando per aiutare la famiglia di Dominik Pastuszka, con una raccolta fondi già aperta tra i fantini e Alfea stessa che sta pensando a qualcosa del genere. Prima, però, c’era un pomeriggio di corse da mandare avanti. Come successo per altre tragedie e in altre discipline (dalla Formula 1 al MotoGp, passando per il calcio). È il prezzo (salatissimo) da pagare sull’altare di uno sport sempre più spettacolo. Già. Lo show deve continuare. Già. Vivere, come canta Vasco, vivere anche se sei morto.
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