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«Via dall’Italia, non c’è meritocrazia»: Diego, medico pistoiese volato a Dubai e poi in Gran Bretagna

di Martina Trivigno

	Diego Olivari e il Norfolk and Norwich University Hospital
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Diego Olivari e il Norfolk and Norwich University Hospital

Il 49enne originario di Lamporecchio racconta: «Guadagno quattro volte quello che prendevo prima per lavorare meno. Resto in ospedale per 40 ore a settimana e un’ora di straordinario mi viene pagata 190 sterline»

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«All’estero se vali, fai carriera in fretta. In Italia, invece, gli anni passano e non si muove nulla perché la meritocrazia non esiste».

Diego Olivari, 49 anni, è originario di Lamporecchio (Pistoia).

Per anni, è passato da un contratto trimestrale all’altro come medico del 118 in Toscana. Poi la decisione di lasciare il nostro Paese: prima due anni a Dubai per un progetto di medicina subacquea e iperbarica, poi l’arrivo in Inghilterra. Oggi il dottor Olivari è il responsabile delle maxi-emergenze al Norfolk and Norwich University Hospital. «Guadagno quattro volte quello che prendevo in Italia per lavorare meno – racconta – Resto in ospedale per 40 ore a settimana e un’ora di straordinario mi viene pagata 190 sterline».

Ha smontato da poco, mentre ripercorre gli ultimi anni della sua vita alla ricerca di una gratificazione lontano da casa. Sì, perché - spiega il medico - ha dovuto mettere piede fuori dall’Italia per vedere riconosciuti i suoi sforzi.

La sua storia professionale inizia a Firenze, dove studia medicina all’università mentre frequenta l’Accademia militare. Con la laurea, nel 1999, arriva la prima destinazione operativa: 2° Reggimento Alpini di Cuneo. Dal mare ai monti «è un’esperienza unica e a sole due ore dalla Costa Azzurra». Durante la carriera militare la medicina subacquea resta un hobby, negli Alpini prima e nei carabinieri poi. Ma anche quando è in missione all’estero, dal Kosovo all’Iraq fino a Nassiriya, lui pensa sempre al mare che gli scorre nelle vene. Mentre lui è ancora negli Alpini, l’Esercito apre una selezione per un corso di medicina subacquea e lui partecipa, ma dopo 17 anni lascia l’Esercito. «Mentre ero all’estero ho conseguito altre specializzazioni – precisa – però a Dubai, appena è arrivato il mio curriculum per la medicina subacquea, sono stato subito contattato per un importante progetto di ricerca che è stato subito finanziato. Sono rimasto lì per un paio di anni, ma sentivo il richiamo dell’attività clinica e sono venuto in Inghilterra».

Ed è lì, in Gran Bretagna, che inizia una “nuova vita” per Olivari. Si rende subito conto, però, che è tutta un’altra musica rispetto all’Italia. «Ho fatto colloqui in cinque ospedali – racconta il medico – e ho subito ottenuto cinque offerte di lavoro a tempo indeterminato: ho avuto la possibilità di scegliere. Ho iniziato a East London, poi mi sono spostato a Kingston e dopo due anni sono approdato al Norwich». Lui, racconta, sarebbe anche rimasto a Kingston dove lavora anche sua moglie che ha conosciuto proprio in corsia, ma le sue due medical consultants (professionisti che si occupano della consulenza medica) hanno insistito perché le seguisse nel nuovo ospedale. «Mi hanno detto che avrebbero consegnato il mio curriculum al direttore – prosegue Olivari – e poco dopo ho ricevuto una telefonata da parte sua: “Allora, quando vuoi iniziare?” . Ora sono il responsabile delle maxi-emergenze, ogni giorno curiamo circa 400 pazienti soltanto nel dipartimento d’emergenza. Lavoriamo tanto, ma con soddisfazione anche perché c’è meritocrazia. In pratica, in Inghilterra la raccomandazione è ufficiale, nel senso che non è possibile partecipare ad alcun colloquio senza almeno tre lettere di referenze».

Quella che il medico racconta è una condizione del tutto diversa rispetto a quella nel nostro Paese. «Quando mi sono congedato, ho iniziato a lavorare come guardia medica a Vicenza – conclude Olivari – Dopo un mese, ho conosciuto un medico del 118 che mi ha detto: “Sei sprecato, vieni a lavorare al 118”. È stato l’inizio di un precariato lungo cinque anni: contratti perennemente trimestrali, mentre giravo un po’ tutta la Toscana: Livorno, Elba, Grosseto. Peccato, però, che non ci fosse verso di avere contratti più lunghi o un riconoscimento. Non ce l’ho fatta più e me ne sono andato». l

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