Il Tirreno

Toscana

Ambiente: l'intervista

L'allarme della ricercatrice: «Oggi un pesce su quattro contiene microplastiche»

di Martina Trivigno
La ricercatrice impegnata in una "missione" nei nostri mari
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La ricercatrice impegnata in una "missione" nei nostri mari

Francesca Garaventa lavora all'Istituto per lo studio degli impatti antropici e sostenibilità in ambiente marino: «La colpa è del materiale degli imballaggi»

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Almeno un pesce su quattro contiene microplastiche. Frammenti piccolissimi, con una dimensione inferiore ai cinque millimetri, che si insinuano ovunque. E sono molto dannosi. Anche per l’uomo che mangia quegli organismi. «E l’aspetto più grave è che non sappiamo quali sono i limiti oltre i quali la plastica è considerata fuori legge», spiega Francesca Garaventa, prima ricercatrice dell’Istituto per lo studio degli impatti antropici e sostenibilità in ambiente marino del Cnr.

Dottoressa, quanto è dannosa la plastica?

«È un contaminante emergente. In pratica, è una di quelle sostanze nuove di cui, a oggi, sappiamo ancora poco: in termini di quantità, di presenza nell’ambiente e, soprattutto, degli effetti che può causare».

Costa state facendo in questa direzione come Cnr?

«Il fatto di andare in mare ad analizzare quante microplastiche ci sono è fondamentale per identificare questi livelli base che vanno poi associati agli effetti. Parliamo, infatti, di una sostanza la cui produzione è aumentata in maniera esponenziale».

Si spieghi meglio.

«Si stima che sulla Terra la massa di origine antropica (tutti i materiali prodotti dall’uomo, ndr) abbia superato quella di origine naturale. E se parliamo di plastica, ci sono quattro giga-tonnellate di animali a fronte di otto giga-tonnellate di plastica, esattamente il doppio».

Come mai?

«Ogni anno, la plastica prodotta supera i 400 milioni di tonnellate e il 3% di questa, purtroppo, finisce nell’ambiente. Buona parte di questo rilascio deriva dalla mala gestione dei rifiuti sulla costa. Si stima infatti che, considerando solo i primi 50 chilometri di allontanamento dalla costa, nel 2025 ci saranno circa 58 milioni di rifiuti all’anno non gestiti».

Cosa succede quando la plastica entra in mare?

«Va incontro a una serie di processi che la degradano e la rendono di dimensioni sempre più piccole: quando arriviamo sotto i cinque millimetri entriamo nel mondo delle microplastiche».

A che punto sono le ricerche su questo fronte?

«Ci sono ancora tante domande aperte su questo inquinante: noi andiamo in mare e, dal 2015, facciamo campagne di campionamento».

In cosa consiste il vostro lavoro?

«Campioniamo acqua, sedimenti e organismi per analizzare la presenza di microplastiche, capire quante sono e di che polimero sono fatte».

Ci sono già dei risultati?

«Sì, abbiamo gli esiti di una recente campagna. Una premessa: a differenza di quello che si può pensare, la plastica affonda e non galleggia. Ad esempio, nel Santuario dei Cetacei, nel Parco nazionale dell’arcipelago toscano, abbiamo trovato in superficie circa quattro frammenti di microplastiche per metro cubo di acqua e, nella stessa zona, a 10 metri di profondità, di particelle ne abbiamo trovate 29. Questa differenza è ancora più accentuata alla foce dell’Arno: in superficie abbiamo trovato poco meno di una particella per metro cubo, mentre in profondità le particelle superano i 200».

Di quale materiale si tratta?

«Circa il 60% è fatto di polietilene e di polipropilene che sono i due polimeri perlopiù utilizzati per il packaging: il fatto è che lo utilizziamo per un tempo di vita brevissimo a fronte di una permanenza in ambiente che viene stimata in 400-500 anni».

E che conseguenze hanno sui pesci?

«Circa il 30% dei pesci analizzati, ma anche invertebrati e crostacei, contiene al suo interno uno o due frammenti di microplastiche che spesso rilasciano sostanze tossiche che entrano in contatto con il tessuto dell’organismo. Ecco, queste sono pericolose anche per l’uomo. Per questo dico: riduciamo il consumo di plastica. Ora».




 

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