L'era del vocale: le regole per un invio "top" e quando invece è meglio evitare
L’utilizzo smodato dei messaggi audio fra ansia e maleducazione. Parla la docente di etica della comunicazione: «Non sempre è un mezzo efficace, anzi. Vi spiego perché si rischia di essere "sentiti" ma non ascoltati»
Eccolo lì, il messaggio vocale. Il microfono azzurrino, inconfondibile, campeggia accanto alla foto del contatto che l’ha registrato e poi, più o meno innocentemente, inviato. «E ora che vorrà dirmi?». Il pensiero attraversa spontaneo la mente di chi lo riceve in una strada affollata, in un bar, sul bus. Il lato ansioso sussurra che sì, forse sarebbe meglio ascoltarlo subito. Eppure subito non si può: «Che frustrazione!»
Ma c’è anche chi fa spallucce e senza ansie lo ascolta dopo. Fatto sta che su WhatsApp, secondo i dati raccolti da Meta, in un giorno girano 200 milioni di messaggi vocali. Con buona pace di chi – e non sono pochi – quell’audio proprio non lo vorrebbero ricevere. Si è indaffarati, non si può schiacciare subito “riproduci”, c’è l’imbarazzo di doversi allontanare per ascoltarlo, dando sbrigative giustificazioni. Poi se non hai le cuffiette rischi pure che la voce dell’interlocutore prorompa a tutto volume.
Ma quanto è efficace il vocale come strumento comunicativo? «Non è una comunicazione positiva e pienamente efficace», dice Veronica Neri, docente di Etica dei media all’università di Pisa. «Li uso anche io – ammette – come estrema ratio, ma li bandirei tutti. È una forma di comunicazione che si può ascoltare mentre si cammina, senza doversi fermare. Però è anche un flusso di coscienza, si rischia di renderlo una discussione non ragionata. Il difetto del vocale è che si ascolta mentre si fa altro: questo fa diminuire l’attenzione verso il messaggio, che rischia di diventare un rumore indifferenziato di sottofondo».
Se proprio non si vuole rinunciare ai messaggi vocali, però, bisogna anche sapere che ci sono delle “regole” di bon ton. A partire dalla durata dell’audio. «Sono a favore», assicura Stefano Agnoloni, esperto di bon ton e volto noto della tv. «Ma – perché c’è un ma – «devono essere dei vocali brevi». Quanto? «Massimo un minuto. Se si va oltre si fa una telefonata, i messaggi lunghi non sono simpatici da sentire».
Poi attenzione al destinatario del vocale: «Ci deve essere sempre una certa confidenza. Non si può mandare un vocale – spiega Agnoloni – a una persona che non si conosce, contattata per la prima volta. I vocali sono informali». A voler essere precisi, «nei contesti formali non si potrebbe nemmeno usare Whatsapp», sottolinea. Ma siamo pur sempre nel terzo millennio.
E mica si può mandare in qualsiasi momento, il vocale. Al netto di emergenze, «vanno evitati dopo la mezzanotte o nelle ore dei pasti. A tavola – sottolinea l’esperto – è bene dedicarsi alla conversazione con chi abbiamo davanti». Non solo: «Vietatissimo ascoltare audio in generale quando siamo in compagnia. Piuttosto meglio appartarsi. E, come con le telefonate, meglio non farli in luoghi chiusi condivisi, come il vagone di un treno, parlando ad alta voce».
Eppure, salvata la buona educazione, «meglio ricevere un vocale subito comprensibile. Con un messaggio scritto – sottolinea Agnoloni – basta mettere una virgola sbagliata e rischia di cambiare l’intero senso della frase». Lati positivi insomma ci sono anche. «Lo trovo utile – dice Thomas Luigi Mastroianni, esperto di etichetta – sempre che venga usato bene: non bisogna mangiarsi le parole o essere eccessivamente di fretta». Veto nei gruppi: «Verrebbe mortificato – spiega – perché è difficile che venga ascoltato da tutti».
E va bene, si può stare attenti alle regole, ma nulla da fare: il vocale può essere una fonte di ansia. «Il messaggio vocale in genere – spiega Liliana Dell’Osso, presidente della Società italiana di psichiatria – alza il livello di stress: il ricevente è chiamato a impegnarsi, anche per diversi minuti, nell’ascolto di richieste più complesse, che presupporranno un maggior investimento anche nella risposta attesa».
Nell’ipotesi in cui i vocali creino ansia «un fattore – spiega Nicola Artico, direttore dell’unità operativa complessa di psicologia del Dipartimento di salute mentale dell’Usl Toscana nord ovest – potrebbe essere che, mentre nel messaggio scritto il contenuto è subito decodificabile, il vocale invece è “blindato”. Nel primo caso lo stato di incertezza - che genera l’ansia - è minimo: mi rendo subito conto di che si tratta. Nel secondo no». Ma influisce anche in che rapporti si è con il mittente. «Un conto è che mi arrivi dal capo ufficio, un altro dalla mia amante, o da un amico. Sono tutti messaggi chiusi, ma il meccanismo varia».
L’altra è la consuetudine: diverso è riceverli da chi non li manda mai – e quindi rappresentano un’irritualità. Ma l’ansia può nascere anche dal dover ascoltare: nei vocali infatti «entrano in gioco anche le interiezioni, i sospiri, le pause, il tono. Indicatori para e non verbali per loro definizione ambigui che il nostro apparato emotivo – spiega Artico – registra immediatamente, prima ancora del contenuto del messaggio. Una frase ascoltata è intrisa della parte emotiva, più difficile da codificare, perché non è certa».
E così si può anche spiegare il perché è stato introdotto l’ascolto a velocità raddoppiata. Non solo “sfuggire” alla noia di un vocale. «È come trasformare il messaggio – conclude Artico – depurandolo dalla coloritura emotiva, traducendolo in parole asciutte».
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