Il senso di Giovanni Battista Giorgini per il futuro: Pitti moda creato dall’uomo di costa
Firenze, nel 1951 a villa Torrigiani invitò 10 grandi sartorie italiane e compratori. A raccontare questa incredibile avventura è il nipote di “Bista”, Nedi Fadigati
Nessuno avrebbe creduto che un desiderio in punto di morte sarebbe stato profetico. Il prozio novantenne, senatore Giovanni Battista Giorgini – relatore della legge del 17 marzo 1861 sull’Unità d’Italia – sussurra al pronipote di nove anni: «Bista, ti lascio il mio nome, fagli onore». “Bista” – Giovanni Battista Giorgini da Montignoso – tiene fede all’impegno. A Firenze, anni dopo, creerà il mito del “made in Italy” e “Pitti Moda” le cui origini “marine” sono ricordate in un volume presentato in questi giorni a Montignoso, cittadina di provenienza dei Giorgini.
A raccontare questa incredibile, luccicante avventura è il nipote di “Bista”, Nedi Fadigati, fotogiornalista e docente, presidente dell’Archivio Giorgini di Firenze, 70 mila documenti originali notificati come fondo di interesse nazionale e conservati nell’Archivio di Stato, tra cui un diario scritto a 20 anni da Bista: «Io mi ricordo il commiato dal mio prozio e ho pensato che avrei voluto fare onore al suo nome e all’Italia, perché lui aveva fatto l’Italia e anche io vorrei fare qualcosa di buono per la mia patria».
Il patriota della moda
«L’attività di mio nonno Bista è stata esportare e promuovere l’artigianato italiano in tutto il mondo, a partire dagli anni ’20 fino al 1971, anno della sua morte – racconta Fadigati –. Nato nel 1898 si trasferì a Firenze nel 1923 per intraprendere la carriera di ambasciatore, ma morendo giovane il padre, dovette seguire l’azienda lapidea di famiglia. Volle, quindi, aprire un laboratorio di marmi artistici lavorati, iniziando la commercializzazione di questi manufatti. Vista la soddisfazione di quello che stava creando, decise di aprire a Firenze un ufficio di esportazione di artigianato italiano di alta fattura. Iniziò procurandosi un campionario scelto, tra cui argenterie e pelletterie fiorentine, cappelli di paglia di Firenze, ceramiche di Bassano e Faenza, statuette di Capodimonte, vetri di Murano, tovagliati ricamati per la casa dal Veneto. Partì per gli Usa e iniziò a piazzare il suo campionario nei grandi magazzini, fra cui Tiffany a New York».
Racconta il nipote, che l’abile Bista dal gusto impeccabile superò la crisi del 1929, «le politiche autarchiche degli Stati Uniti, ma poi dovette interrompere le esportazioni per via della guerra. Nel 1944 venne contattato dal comando alleato a Firenze e creò un negozio di articoli da regalo riservato ai militari dell’esercito americano. Questi negozi furono aperti anche nel Sud e Nord Italia (quest’ultimo gestito da Giorgini). Era un modo per far lavorare tutti gli artigiani fiorentini dopo la distruzione bellica e allestì anche uno spazio in via Calzaiuoli come laboratorio per farli lavorare».
La scoperta della moda
Andando due volte l’anno negli Usa – prosegue il nipote – Bista si rese conto che il mercato e la società americana erano cambiate e che, negli anni ’50, venne a crearsi una middle-class, la classe media. Giorgini «capì che l’abbigliamento era un settore importante per veicolare il Made in Italy perché i francesi, con la loro moda prestigiosa, non coprivano le esigenze del pubblico “normale”». Fu così che “Bista” si avventurò nella moda, fra lo scetticismo di molti, organizzando quell’evento destinato a diventare Pitti moda.
L’inizio a villa Torrigiani
A casa sua a Firenze, Villa Torrigiani, di fronte a una ristretta cerchia di buyers (compratori) perlopiù americani, il 12 febbraio 1951 organizzò la prima sfilata di moda collettiva, coinvolgendo 10 sartorie tra le più importanti d’Italia tra cui le Sorelle Fontana, l'atelier Carosa della principessa Giovanna Caracciolo, Alberto Fabiani, l’atelier Simonetta della duchessa Visconti, Emilio Schuberth (sarto delle dive), Jole Veneziani, la sartoria Vanna di Manette Valente, Vita Noberasco, Germana Marucelli, Emilio Pucci: 18 modelli per ciascun atelier in due giorni di defilé, con i compratori che sommersero gli stilisti di ordini. Fino ad allora i creatori italiani, come era prassi, esibivano i propri modelli unicamente presso le rispettive case di moda. Grazie a lui si diffuse invece una immagine unitaria della moda nazionale e le esportazioni passarono da 3 miliardi di lire a 35 miliardi in dieci anni. Dopo tre edizioni, fu possibile spostare le sfilate nella Sala Bianca di Palazzo Pitti, diventata una icona nel mondo. «Nel 1955 Firenze riesce a creare la più grande Fiera europea dell’abbigliamento – continua il racconto Fadigati – in tre sedi: la Sala Bianca di Palazzo Pitti per le sfilate, Palazzo Strozzi per le contrattazioni e il Grand Hotel dove vengono presentati gli accessori. Una fiera a 360°, due volte l’anno, per presentare le collezioni primavera-estate e autunno-inverno. Essendo un innovatore ha anticipato la settimana moda e inventato la passerella “a T”, ormai uno standard nelle sfilate internazionali». Così – evidenzia il nipote – Giorgini fu riconosciuto «internazionalmente come il padre della moda italiana, unico vero ambasciatore del prodotto italiano nel mondo senza alcun ruolo istituzionale. Fu anche il primo a portare la moda italiana a Tokyo, con il marchio misto i “Lucrezia”, creato in Italia e venduto in Giappone. Portò la moda in Sudafrica, Australia, anche in Cina. Ci sono documenti di un’ esibizione di moda a Shangai nel 1963. E proprio a Shanghai, al centro della mostra sulla moda italiana “Extraordinary Fashion” dal 13 novembre al 24 febbraio ci sarà un abito scultura di Roberto Capucci dedicato a Giorgini».
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