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Israele in guerra, la ricercatrice cresciuta a Viareggio: «Mia figlia vuole tornare per donare il sangue ai feriti»

di Donatella Francesconi
A destra Anna Mahjar Barducci in questi giorni a Messina per un convegno
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A destra Anna Mahjar Barducci in questi giorni a Messina per un convegno

Anna Mahiar Barducci cresciuta a Viareggio e la figlia organizzano il rientro a Gerusalemme

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VIAREGGIO. Quattordici anni e gli occhi non si staccano dal telefonino. Non riesce più a perdersi nelle bellezze di Messina dove da qualche giorno è arrivata con la mamma da Israele. Anna Mahjar Barducci, ricercatrice e scrittrice italo-marocchina, esperta di Medio Oriente, cresciuta a Viareggio ma adottata da Gerusalemme, è in Sicilia per un convegno. Ha voluto con sé la figlia, ma a casa ha lasciato l’altra parte della famiglia: a Gerusalemme, è rimasto il padre di Hali, ex-consigliere del Primo ministro Yitzhak Rabin. Non poteva certo immaginare che, di nuovo, potesse scoppiare un a guerra. Che tutto di nuovo andasse in frantumi. Che avrebbe ascoltato la figlia implorarla: «Mamma, partiamo. Devo andare a donare il sangue. Gli altri, lo stanno già facendo».

Gli “altri” sono gli amici di Hila che in Israele si stanno mobilitando per aiutare, come possono, i feriti. Glielo raccontano in chat, nei messaggi che la ragazzina legge con apprensione dall’Italia, il Paese dei nonni (che abitano a Viareggio) ma dal quale ora vorrebbe solo andare via. Nella chat degli amici di Hili arrivano notizie e video in diretta da Israele. «Mia figlia sta raccontando adesso dei messaggi di sua cugina, che vive vicino alla Striscia di Gaza: le ha appena scritto che è caduto un missile sulla casa della loro vicina e la donna è morta», racconta Anna al telefono con Il Tirreno dalla Sicilia dove si trova questo fine settimana perché l'università di Messina e quella di Valencia hanno scelto un suo quadro come logo della cattedra Unesco.

La voce di Hili fa da sottofondo alla conversazione. La ragazza continua a riassumere alla madre le notizie che le arrivano a flusso continuo: «Domani (oggi per chi legge, ndr) i ragazzi sarebbero dovuto tornare a scuola. Ma non sarà così. Hili vuole rientrare. I ragazzi e le ragazze si stanno organizzando per andare negli ospedali a donare il sangue. E la rete degli Scout sta offrendo ospitalità ai coetanei che vivono nel Sud del Paese. Anche noi abbiamo detto ai nostri parenti che vivono lì di venire via e raggiungerci a Gerusalemme. Ci stringeremo, dormiremo con i materassi per terra. Ma sempre meglio che stare sotto i missili».

A casa, appunto, è rimasto il padre di Hili: «A Gerusalemme – ricorda Anna – «più di una sirena al giorno non era risuonata da tanto tempo. Verso le 13 di oggi ( ieri, ndr) erano già più di 5mila. Ogni cittadino ha l’applicazione “Red allert” (allerta rossa) grazie alla quale ogni volta che suona una sirena nel Paese lo vedi. Stamattina era sempre in funzione. Le nuove abitazioni, come la nostra, hanno tutte una stanza anti-missili, che per noi è quella di mia figlia. Ho sentito mio marito che mi ha detto: “Sto andando di continuo fuori e dentro la camera anti missili”. C’è chi paragona quanto sta accadendo alla guerra del 1973».

Mentre la madre è al telefono, Hili non molla la chat. Arrivano le notizie sulle vittime e sugli ostaggi, quasi tutti giovani. È la ragazzina a tenere costantemente aggiornata la madre: «Tra i ragazzi c’è molta paura, si scrivono via whatsApp, raccontano delle bombe, sanno già che non torneranno a scuola. Ma si stanno chiedendo come poter aiutare chi ha bisogno e si stanno organizzando. Hili ha appena 14 anni e già subito cinque guerre. Non so se domani ci saranno voli per rientrare in Israele, ma lei è determinata a voler fare ritorno a casa anche se la mia famiglia ci chiede di fermarci ancora qualche giorno in Italia per capire che cosa accade».

Genitore, ma anche analista che conosce profondamente il Medio Oriente, l’analisi di Anna Mahjar Barducci (madre musulmana, padre cristiano e marito ebreo) è netta: «L’escalation dello scontro in Israele era del tutto prevedibile e c’erano già stati segnali a fine agosto. Israele si è lasciato prendere alla sprovvista e questo potrebbe portare anche a una crisi politica.

Ma dobbiamo ricordare, sempre e comunque - e io lo ribadisco sempre - che la vita di tutti i giorni non è questa: se chiedete a un commerciante palestinese della Città Vecchia a Gerusalemme cosa pensa di cosa sta accadendo, vi risponderà che vuole la pace per poter lavorare con il flusso turistico e far vivere la sua famiglia. Gerusalemme è un luogo dove quando entri in un ospedale trovi il medico palestinese che cura la signora ebrea in dialisi e viceversa. Questa è la Gerusalemme che dobbiamo promuovere».




 

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