Lutto
Ustica e la base nel Grossetano: morto in circostanze misteriose chi vide sparire dai radar il Dc9
A Poggio Ballone, base della aeronautica militare sulla collina di Tirli (Castiglione della Pescaia), il 21° gruppo radar registrò quanto successe in cielo il 27 giugno 1980. Molti dei militari in servizio quel giorno sono morti in incidenti poco chiari come il maresciallo Dettori, trovato impiccato
Quarantatré anni sono passati, ma i dubbi da sciogliere sono ancora tanti. Con l’intervista a Repubblica di Giuliano Amato la strage di Ustica torna di attualità e riporta a galla tutti i misteri irrisolti, le morti avvenute in circostanze particolari di chi la sera del 27 giugno 1980, in una base militare in Toscana, capì che sopra i cieli del Tirreno stava succedendo qualcosa di strano.
Nella sera della strage e di uno di più grandi misteri internazionali del 20° secolo ha un ruolo fondamentale Grosseto. Per la precisione il comune di Castiglione della Pescaia dove c’era la sede del 21° gruppo radar dell’aeronautica militare di Poggio Ballone, sulla collina di Tirli, che rilevò il passaggio del Dc9 dell’Itavia, l’aereo precipitato, secondo le ultime dichiarazioni di Amato, perché colpito da un missile lanciato dai militari francesi; secondo una tesi ormai minoritaria perché esploso in volo a causa di una bomba. Nella ricostruzione di questa vicenda – che parla di un fallito attentato alla vita di Gheddafi, di Nato, complotti, insabbiamenti, servizi segreti e molto altro – c’è anche il mistero delle “morti collaterali”. Le morti di chi non era a bordo del Dc9.
Tra queste, quella che più ha fatto parlare di sé è la morte del maresciallo Mario Alberto Dettori, che il 27 giugno 1980 era di turno a Poggio Ballone. Il 31 marzo del 1987 fu trovato morto, impiccato a un albero a tre metri di altezza nelle campagne di Istia d’Ombrone. La figlia Barbara ha lottato a lungo per conoscere la verità sulla morte del padre. Al Tirreno – in occasione della riapertura del caso sul decesso del maresciallo – raccontò che quando il padre rientrò a casa, la mattina dopo l’incidente, disse che si era «sfiorata la terza guerra mondiale», ma poi non riferì più niente alla famiglia di quanto visto quella sera. Il maresciallo fu poi inviato in Francia per corsi di aggiornamento e al rientro raccontò di aver trovato scritte minacciose nella sua camerata. La pista del suicidio era stata la prima, e unica, a essere percorsa, visto che aveva una grave forma di esaurimento nervoso. E, anche se l’omicidio è stato escluso come causa della morte nel 2021 dal tribunale di Grosseto, i dubbi non sono mai svaniti.
Sono morti in circostanze “strane” anche Mario Naldini e Ivo Nutarelli, i piloti che la sera del 27 giugno di 43 anni fa si erano alzati in volo dall’aeroporto di Grosseto a bordo di un biposto da addestramento Tf-104 sul circuito Grosseto-Firenze-Bologna-Villafranca- Grosseto, con un loro allievo, a bordo di un altro Tf-104, Algo Giannelli. I due ufficiali lanciarono il segnale di allarme generale per due volte durante il tragitto. Rimasero uccisi il 28 agosto 1988 a Ramstein, Germania, durante l’esibizione delle Frecce tricolori. Col capitano Giorgio Alessio stava per completare la figura del cardioide quando gli aerei entrarono in collisione. L’aereo guidato da Nutarelli si schiantò sul pubblico, causando la morte di 67 spettatori e ferendone 346.
Morì d’infarto Maurizio Gari, il capo controllore che a Poggio Ballone la sera della strage vide sparire dal radar il tracciato del Dc9. Morì il 9 maggio 1981, poco più che 30enne. Sul referto medico fu scritto che era morto per infarto, che era tabagista e che l’impiego di capo controllore necessitava di uno stato vigile particolare e di una veglia continua; la vedova ottenne la causa di servizio per la morte del marito.
Tra le morti sospette, anche quella dell’ex sindaco di Grosseto Giovanni Battista Finetti, nel 1983, investito a Istia d’Ombrone da un motorino guidato da un 16enne del posto. Queste circostanze fecero credere alla famiglia che la sua morte non avesse a che vedere con Ustica, ma più tardi fu reso noto che aveva rischiato di essere investito anche a Firenze.
«È un dato di fatto che nel 1980 c’erano forti tensioni nel Mediterraneo, specie tra la Francia e la Libia – spiega lo storico grossetano Giacomo Pacini – ed è plausibile che potesse esserci un piano per uccidere Gheddafi. L’Italia, invece, aveva una relazione stretta con la Libia, che era il suo polmone energetico». Pacini non si sbilancia, invece, sulle morti misteriose. «Non ho materiale per sostenere che dietro ci sia qualcosa di oscuro. Nella mia carriera ho raccolto diversi “spifferi” a Grosseto, ma mai univoci. Certo è che ci sono circostanze che inquietano».
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